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By Auteur inconnu

Filli, a lodar le tue bellezze altere,

Che nel petto portai gran tempo impresse,

S'egli è pur ver ch'io non le porti ancora,

Non ardisco rubar dall'alte sfere

Quell'idee dal gran Fabbro in astri espresse

O il bel color della purpurea aurora.

Ciò che i cori innamora

Di tua vaga beltà, più che la salma,

È il folgorar dell'alma,

Che nelle membra ancor scintilla e splende.

Chi lodi a lor sol rende

Opra qual uom, ch'in suo pensier vaneggia,

E più del Regnator loda la Reggia.

Né dir saprò che su que' globi immensi,

Pria ch'unirsi al tuo fral, le tue pupille

Tu già fissasti alla beltà celeste,

Né che di là scendendo infra gli accensi

Rai delle stelle, e lampi indi e faville

Traesti a ornar la tua terrena veste.

Sovrumane son queste,

Ma però false lodi, e le disprezza

La tua gran mente avvezza

Lode a bramar non mai maggior del merto.

Lodatore inesperto

È ben chi, mentre all'altrui lode agogna,

Le lodi incominciò dalla menzogna.

So bene, e 'l sai tu ancor, ch'il sen materno

Prive di senso e senza forma chiuse

Primiero in sé le tenere tue membra,

E ch'indi a poco il gran Motore eterno,

Soffio delle sue labbra, in loro infuse

Spirto, ch'uguale a gli Angioli rassembra.

Ben colà si rimembra

Mai sempre il memorabile momento,

Che a cento lustri e cento

La memoria di lui renderà nota:

Finché l'immobil ruota

Dell'ampia eternità sciorrassi al volo,

Serberà scritta ora sì bella il Polo.

Ei del suolo però fatto rivale,

Invido a lui gira lo sguardo, e degno

Più di sé che di lui trova il suo dono.

Già s'incurva lassù l'arco fatale,

Che, reso il tuo mortal suo scopo e segno,

L'alma richiama delle stelle al trono.

Veggio il lampo, odo il tuono,

Sento la terra, che le basi immote

Per lo dolor si scuote,

E miro il Ciel di più bei lampi acceso.

Sentirà l'asse il peso

Di te, che giunto ove beato ei bea

De' tuoi viaggi a me mostri l'idea.

Né chieggo già, né 'l chiedi tu, che sia

L'ora più tarda e che più a lungo oppresso

Dal tuo doppio splendor rimanga il Mondo.

E pur quando sarà, vedrai la via

Seminata di stelle, e a lor dappresso

Farsi il nume vedrai vie più giocondo.

Nel luminar secondo

L'argento intatto premerai col piede

Di quella prima sede,

E in quell'argento te stessa vedrai.

Gl'immaculati rai

Al tuo bel guardo esprimeranno appieno

Il candor del tuo spirto e del tuo seno.

Segui il cammin superno. E quel, che miri

Inchinarsi al tuo piè, vago pianeta

Può imitar di tua lingua i dolci accenti.

Fuggi la terza sfera: infra quei giri

Regna invida beltà, che non può lieta

Soffrir de' tuoi begli occhi i rai lucenti.

In lei per anco spenti

Non son gli antichi sdegni, e le fatiche

Tel potran dir di Psiche,

Rea della colpa sol dell'esser bella.

Per tener questa stella

Odi ciò ch'io dirò: saper ti basta,

Che sei di lei più bella e che sei casta.

Sul carro luminoso il Sol t'aspetta,

Della beltà lasciva emulo antico,

Di pudica beltà novello amante.

Già i focosi Corsier' sferza ed affretta

Per esporsi in confronto al tuo pudico

Volto, ed alle tue luci altere e sante.

Oh quanto a te davante

Perde il suo raggio al paragon del lume!

Oh quanto oltre il costume

Perde il suo raggio al paragon del fuoco!

Parea ch'in questo loco

Meritasse il tuo spirto eterna stanza,

Se più su non l'ergea miglior speranza.

Poiché dell'alma tua non è capace

Febo il gran Re degli astri, e come aspira

Ad onor sì sublime o Marte, o Giove?

So ch'avesti dall'un l'ardor pugnace,

Che sì t'accese, e quella nobil ira,

Che ti sospinse a generose prove.

Quindi l'altere e nuove

Vittorie (ahi quanto a loro io deggio!) avesti

Contra gli strali infesti,

Che al tenero tuo cor vibrò Cupido.

Invan tentò l'infido

Ferirti, invan sua face a te s'appressa:

Ch'il tuo miglior Trofeo fosti tu stessa.

L'altro in sen ti versò quanto di grande,

Sia nel nobil natale o nel bel volto,

Può dispensar quaggiù vasta fortuna.

Quindi in lui meraviglia egual si spande,

Rimirando il tuo cor, ch'è a sprezzar vòlto

Ciò, che sparso negli altri, in te s'aduna.

Più Saturno s'imbruna

Non potendo co' piedi e pigri e lassi

Seguire i tuoi gran' passi,

Onde tu poggi alla più eccelsa sfera.

Quella prudenza altera

Ben traesti da lui, ch'in te riluce,

E quella stessa a più salir t'è duce.

Vanne pur dunque, e sovra gli astri assisa

Il lume incomprensibile ed immenso

Col lume, ch'ei ti dà, contempla e godi.

Quivi in veder beltà trina e indivisa

Libera forza fia l'amore intenso,

Forzata libertà fien le tue lodi.

Poi raggruppati i nodi

In quell'estremo dì, da sera esente,

Goderà la tua mente

Per sempre unita alle sue belle spoglie.

Un Nume in sen t'accoglie,

E tu nel contemplare i raggi sui

Ami lui per sé stesso e me per lui.

Canzon, questa è la strada,

Per cui Filli disciolta dal suo laccio

A Dio si ferma in braccio.

Già lei seguir, più che qui star, m'aggrada,

Già in odio vienmi ogni severo impaccio,

E languisce il mio zelo,

Sperando in tal cammin seguirla al Cielo.