26%%"E dunque ver che da i bei lumi tolto

By Antonio Brocardo

"E dunque ver che da i bei lumi tolto

M'hai tu, fortuna rea? E 'n sua presenza

Questo spirto dal cor no fia disciolto?

Anzi disciolt'è pur, né dipartenza

Meco fec'egli, ché da bianca mano

Prender il vidi alor, ond'io son senza.

Di spirto, dunque, e del bel viso umano

Prive (che più mi duol), crudo destriero,

L'afflitte membra porti di lontano.

Né farai tu" - E, qual uom che pensiero

E camin muti, adrieto il rivolgea,

Punto da spron del suo più acuto e fiero;

Così tornava e così 'l ritorcea

Onde rivolto s'era; e così 'l giorno

Ch'a forza vi lasciai mi distruggea.

In questo, a quei di là fece ritorno

Colui che 'l mondo alluma, e tra noi, forse

Per pietate di me, fe' men soggiorno.

Onde, poscia che 'l lume più non scorse

La vista mia di questo e di quel sole

Che più chiaro splendor al mondo porse,

Doglia, sospir, lamentevol parole

Fu 'l cibo mio, né riposo giamai

Preser le luci lagrimose e sole.

Or m'abbagliavan de' vostri occhi i rai,

Or mi parea l'accorte parolette

Udir che par' non trovaranno mai,

Talor le mani insieme tenea strette,

Il netto avorio in mezo aver credendo

De la vostra che 'l pregio ha tra l'elette.

Ma poi che 'l ver del dolce error comprendo

E da la cara man quanto son lunge,

Ai sospiri, a le lagrime mi rendo.

E dicea meco: "Ohimé se si disgiunge

Da me la bella donna, perché almeno,

Morte, il tuo stral non s'avicina e giunge?"

Ne l'ora ch'al suo vecchio esce di seno

Coi bei crin d'oro la gelata aurora

E fa d'intorno a sé l'aere sereno,

Quando, con gli altri augei, Progne vien fora

Dolce a garrir fra le più verdi foglie,

Vinsemi il sonno mentr'amor m'accora.

E mi parea di gravi affanni e doglie,

Dentro dal cor, mi percotesse un tuono

Che de la mente ancor non mi si toglie.

Ratto, gli occhi inalzai al mesto suono

E pianger vidi a me colei d'appresso,

Onde in esilio già gran tempo sono;

Colei a cui m'ha in guisa Amor concesso

Ch'esser non potria più, perch'io volessi,

Non pur vostro o d'altrui, ma di me stesso.

Uscian del petto suo dogliosi e spessi

Sospir, quant'onde da' begli occhi santi

Che di vera pietade erano impressi.

Non con più acerbi e miseri sembianti

Tua casta moglie il disdegnoso petto

Aperse, Colatino, a te davanti;

Né con più tristi al suo sposo diletto

La fida Argia, piangendo, il rogo feo,

Memoria eterna d'amoroso affetto;

Né da' suoi membri tutti uscir vedeo

La dolente Aretusa tante stille

D'umor, fuggita dal protervo Alfeo,

Quante, alor da le guancie, a mille a mille,

Cadean lagrime a lei, né altronde Amore

Di sua man propria che dal cor aprille.

Poi ch'alquanto l'interno aspro dolore

Per gli occhi sfogat'ebbe in tai lamenti,

Sospirando mandò suo voce fuore:

"U' son or quelle fiamme sì possenti

Che per me ti struggean? Ove i desiri

Ch'esser dicevi più che face ardenti?

U' l'empie schiere de' caldi sospiri

Onde uccis'eri? E ove l'infinita

Fede sì salda al foco de' martiri?

Son questi i pianti e la faccia smarrita

D'alor che ti partisti? E questi i tui

Giuramenti d'in odio aver la vita?

E questo il bigio e la corda con cui

Esser meco volevi eternamente,

Meco avinto, crudel, non con altrui?

O misera colei, cieca e dolente,

Che d'un amante a le promesse crede,

Che tutte il vento porta sì repente.

Se nel suo grembo il foco d'amor siede,

Te sola udir, te rimirar desia,

Cui spento alfin, più non t'ascolta o vede.

Non ho (qual donna che costante sia)

per te il mondo, e ogn'altr'uom post'in non cale,

E, sovente, la propria vita mia?

Chi mai di lontananza amaro strale

Sentì quant'io, che 'n sì gravosi affanni

Piango ad ogn'or il colpo aspro e mortale?

Non con sì pura fé, dieci e dieci anni,

Sua tela ordendo, attese la mogliera

Di quel che poi tornò tra sì vil panni;

Né con più caldo ardor chi de la cera

Volse la cara imagine da lato

In vece de l'amata forma vera.

Ed or in guidardon, da me slegato,

T'annodi ad altri: e suoi don ti son cari

Sì che già in cambio te medesmo hai dato".

Né sì tosto ebbe detto, che d'amari

Pianti una pioggia tenebrosa tolse,

Col dir, il bel seren da gli occhi chiari.

Poi ch'un poco fu stata, a sé raccolse

Lo smarrito vigor e, ancor già piene

D'acqua, le luci a me sdegnando volse.

E incominciò: "Se 'l don che 'n dolce spene

Ti ritien, non le rendi, e s'in oblio

Non poni i nuovi lacci e le catene,

Non sperar di mai più" né 'l dir finio,

Ché col sonno, qual donna in vista offesa,

A me da gli occhi rapida fuggio.

Ohimè, lasso, acciò d'ira così accesa

Non provi 'l foco, per pietà prendete

Quanto fu vostro senza altra contesa;

E chi sola il pò far incolparete,

S'a voi più non verrò: benché 'l piè resta,

La voglia no, di gir dove sarete.

Più voglio dirvi e così meno infesta

Si dimostri, vegghiando, a me colei

Che 'n sonno apparve sì turbata e mesta.

Se (quel ch'esser non pò), sciolto da lei,

Libero gir potess'in altra parte,

A voi sola verria, vostro sarei,

Sì ch'alcun'altra non n'avrebbe parte.