26%%"E dunque ver che da i bei lumi tolto
"E dunque ver che da i bei lumi tolto
M'hai tu, fortuna rea? E 'n sua presenza
Questo spirto dal cor no fia disciolto?
Anzi disciolt'è pur, né dipartenza
Meco fec'egli, ché da bianca mano
Prender il vidi alor, ond'io son senza.
Di spirto, dunque, e del bel viso umano
Prive (che più mi duol), crudo destriero,
L'afflitte membra porti di lontano.
Né farai tu" - E, qual uom che pensiero
E camin muti, adrieto il rivolgea,
Punto da spron del suo più acuto e fiero;
Così tornava e così 'l ritorcea
Onde rivolto s'era; e così 'l giorno
Ch'a forza vi lasciai mi distruggea.
In questo, a quei di là fece ritorno
Colui che 'l mondo alluma, e tra noi, forse
Per pietate di me, fe' men soggiorno.
Onde, poscia che 'l lume più non scorse
La vista mia di questo e di quel sole
Che più chiaro splendor al mondo porse,
Doglia, sospir, lamentevol parole
Fu 'l cibo mio, né riposo giamai
Preser le luci lagrimose e sole.
Or m'abbagliavan de' vostri occhi i rai,
Or mi parea l'accorte parolette
Udir che par' non trovaranno mai,
Talor le mani insieme tenea strette,
Il netto avorio in mezo aver credendo
De la vostra che 'l pregio ha tra l'elette.
Ma poi che 'l ver del dolce error comprendo
E da la cara man quanto son lunge,
Ai sospiri, a le lagrime mi rendo.
E dicea meco: "Ohimé se si disgiunge
Da me la bella donna, perché almeno,
Morte, il tuo stral non s'avicina e giunge?"
Ne l'ora ch'al suo vecchio esce di seno
Coi bei crin d'oro la gelata aurora
E fa d'intorno a sé l'aere sereno,
Quando, con gli altri augei, Progne vien fora
Dolce a garrir fra le più verdi foglie,
Vinsemi il sonno mentr'amor m'accora.
E mi parea di gravi affanni e doglie,
Dentro dal cor, mi percotesse un tuono
Che de la mente ancor non mi si toglie.
Ratto, gli occhi inalzai al mesto suono
E pianger vidi a me colei d'appresso,
Onde in esilio già gran tempo sono;
Colei a cui m'ha in guisa Amor concesso
Ch'esser non potria più, perch'io volessi,
Non pur vostro o d'altrui, ma di me stesso.
Uscian del petto suo dogliosi e spessi
Sospir, quant'onde da' begli occhi santi
Che di vera pietade erano impressi.
Non con più acerbi e miseri sembianti
Tua casta moglie il disdegnoso petto
Aperse, Colatino, a te davanti;
Né con più tristi al suo sposo diletto
La fida Argia, piangendo, il rogo feo,
Memoria eterna d'amoroso affetto;
Né da' suoi membri tutti uscir vedeo
La dolente Aretusa tante stille
D'umor, fuggita dal protervo Alfeo,
Quante, alor da le guancie, a mille a mille,
Cadean lagrime a lei, né altronde Amore
Di sua man propria che dal cor aprille.
Poi ch'alquanto l'interno aspro dolore
Per gli occhi sfogat'ebbe in tai lamenti,
Sospirando mandò suo voce fuore:
"U' son or quelle fiamme sì possenti
Che per me ti struggean? Ove i desiri
Ch'esser dicevi più che face ardenti?
U' l'empie schiere de' caldi sospiri
Onde uccis'eri? E ove l'infinita
Fede sì salda al foco de' martiri?
Son questi i pianti e la faccia smarrita
D'alor che ti partisti? E questi i tui
Giuramenti d'in odio aver la vita?
E questo il bigio e la corda con cui
Esser meco volevi eternamente,
Meco avinto, crudel, non con altrui?
O misera colei, cieca e dolente,
Che d'un amante a le promesse crede,
Che tutte il vento porta sì repente.
Se nel suo grembo il foco d'amor siede,
Te sola udir, te rimirar desia,
Cui spento alfin, più non t'ascolta o vede.
Non ho (qual donna che costante sia)
per te il mondo, e ogn'altr'uom post'in non cale,
E, sovente, la propria vita mia?
Chi mai di lontananza amaro strale
Sentì quant'io, che 'n sì gravosi affanni
Piango ad ogn'or il colpo aspro e mortale?
Non con sì pura fé, dieci e dieci anni,
Sua tela ordendo, attese la mogliera
Di quel che poi tornò tra sì vil panni;
Né con più caldo ardor chi de la cera
Volse la cara imagine da lato
In vece de l'amata forma vera.
Ed or in guidardon, da me slegato,
T'annodi ad altri: e suoi don ti son cari
Sì che già in cambio te medesmo hai dato".
Né sì tosto ebbe detto, che d'amari
Pianti una pioggia tenebrosa tolse,
Col dir, il bel seren da gli occhi chiari.
Poi ch'un poco fu stata, a sé raccolse
Lo smarrito vigor e, ancor già piene
D'acqua, le luci a me sdegnando volse.
E incominciò: "Se 'l don che 'n dolce spene
Ti ritien, non le rendi, e s'in oblio
Non poni i nuovi lacci e le catene,
Non sperar di mai più" né 'l dir finio,
Ché col sonno, qual donna in vista offesa,
A me da gli occhi rapida fuggio.
Ohimè, lasso, acciò d'ira così accesa
Non provi 'l foco, per pietà prendete
Quanto fu vostro senza altra contesa;
E chi sola il pò far incolparete,
S'a voi più non verrò: benché 'l piè resta,
La voglia no, di gir dove sarete.
Più voglio dirvi e così meno infesta
Si dimostri, vegghiando, a me colei
Che 'n sonno apparve sì turbata e mesta.
Se (quel ch'esser non pò), sciolto da lei,
Libero gir potess'in altra parte,
A voi sola verria, vostro sarei,
Sì ch'alcun'altra non n'avrebbe parte.