26 (RVF 125)
Grave pensier mi strugge
con duol acuto e saldo,
ch'in ben oprar al ciel non son conforme,
e ratto il tempo fugge:.
Né per freddo o per caldo
cessa il veloce moto, ed in me dorme
l'alma, né vede l'orme
di Cristo, ch'i piè lassi
smarrite l'han per colli
alteri e per vie molli,
donde l'uom cade al basso: che poi stassi
là, dove non è dramma
che non sia foco e fiamma.
Però che 'l duol mi sforza,
e di saver mi spoglia,
parlo in rim'aspre e di dolcezza ignude.
Ma come a la sua scorza
e al fior ed a la foglia
fuor mostra il ramo suo interna virtude,
così il duol, che si chiude
nel cor, fuora per gli occhi
a quel albero ed ombra,
ov'ogni mal si sgombra,
convien ch'in pianto e in lamentar trabocchi.
Riparo al mal non altro
veggio, così lo scaltro.
Oh quante opre leggiadre
farei con fiero assalto
incontro a' vizii, s'io prendesse l'arme.
Lasso, chi fia che squadre
questo mio cor di smalto?
Verso cui gran cagion ho di sfogarme,
ch'udir pur spesso parme
quella voce che sempre
pian piano a l'alma parla,
cercando di ritrarla
al sacro amore: e par ch'io me ne stempre,
tal che così via scorso
viemmi il divin soccorso.
Come fanciul ch'a pena
volge la lingua e snoda.
che dir non sa, ma 'l più tacer gli è noia,
così il desir mi mena
a dire, e prego ch'oda
i miei sospir Iesu, anzi ch'io moia,
e faccia che mia gioia
sia il dolce amor suo solo,
sì che d'ogni altro schiva,
in solitaria riva,
l'alma mia sempre al ciel si levi a volo,
e di lei si ridica
di Cristo esser amica.
Ferma dunque il mio piede,
Signor, che non più unquanco
indi mi parta, dove morto fosti.
E se 'l cor lasso riede
al perforato fianco
per sentir teco i tuoi dolor nascosti,
fa' che mi sian riposti
tuoi bei vestigi, sparsi
ove virtù si serba,
sì che mia vita acerba
lagrimando ritrovi ove acquetarsi:
ch'altrove non s'appaga
ch'in te, l'alma mia vaga.
Ovunque gli occhi volgo
non trovo altro sereno,
se non dove risplende il tuo bel lume.
Qualunque erba o fior colgo
in questo vil terreno
tosto si secca a l'usato costume,
e sol dove il chiar fiume
descende dal tuo seggio,
si fa giardino verde,
che fior giamai non perde.
Che fia così di me, umile cheggio:
oh quanta grazia e quale
mi fia, s'io sarò tale.
A Iesu Cristo andrai, canzon mai rozza,
e fuggi questi boschi,
tanto che lo conoschi.