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Pur m'hai condocto, Amore,
ad sì misero passo,
ch'io sento ognora acerba e crudel morte.
Audace proditore,
di merzé nudo e casso,
ben m'hai condocto ad lachrimabil sorte
per vie fallace e torte.
Sia maladecto il giorno
che con la tua saecta,
disposto a far vendetta,
tal foco m'accendesti al core intorno,
ch'io non credo horamai
se non che morte finisca e' mie' guai.
Omè!, ch'io non sì stanco
in questa lunga guerra,
ch'io bramo ognor el fin de' giorni miei:
sì grave pene almanco
sen porteria la terra
e fine arebbon sì dolenti omei.
Merzé, pietosi dei!
Esser vorrei più presto
di pietra un freddo busto
senza intelletto e gusto,
che 'l corso di mia vita aver sì mesto,
nutrito di sospiri
e da mille incredibili martyri.
Non se' tu satio ancora
del mio sì lungo male?
Se' tu sì duro, sì crudele e fero,
che pur non cessi un'ora
dall'offesa mortale?
Sie maladetto il tuo superbo impero,
indomito, aspro, altero.
Misero è chi ti crede,
sendo nequitia e 'nganni,
cagion d'immensi danni,
legger, mendace e sanza alcuna fede.
Altro non è il tuo regno
che tormenti, ira, passïone e sdegno.
Sempre la vita passa
in pene acerbe e 'n doglie,
senza aver mai riposo o breve lena,
chi subgiugar si lassa
dalle tuo ingorde voglie.
Ogni tuo studio, ogni opra torna in pena.
La tua militia è piena
di paura e sospecto,
di dolore e periglio,
senza freno o consiglio,
e con angustie assai poco diletto,
ceca e vana speranza,
ch'ogn'altro morbo, ogni stultitia avanza.
Son tuoi ministri affanno,
piacer breve e furtivo,
amaro dolce e fallace disire,
lusinghevole inganno,
pensier fisso e lascivo,
sospiri acuti e latente martyre,
spessi odii, spesse ire,
mesta letitia e vana,
precipite furore,
incerto e vago errore,
penitentia mordace, mente insana,
stato senza fermeza,
forza ch'ogni costume e legge spreza,
pigra ragione e lenta,
appetito fervente,
timore, audacia insieme, pianti e riso,
accesa fiamma spenta,
neve con ghiaccio ardente,
rosso, pallido, lieto e mesto viso,
in su la palma assiso,
licentia vaga e sciolta,
propositi incostanti,
queruli e tristi canti,
püeril vita in mille rete involta,
voluptà fugitiva,
leggiadra voglia e di se stessa schiva.
Crudele, empio tyranno,
di quanto mal cagione
se' stato al mondo! Qual paese o loco,
qual villa dal tuo danno,
qual popolo o natione
è stato immune dal tuo diro foco?
Per testimone invoco
l'infortunata Troia,
che 'n cener fu conversa
e del suo sangue aspersa,
sì che si spense ogni suo gloria e gioia,
sendo dominatrice
della gran Frigia, allor tanto felice.
Non vide mai Tessaglia,
né farsalici campi,
Eüfrate, Istro o l'una o l'altra Spagna
tanti uccisi in battaglia
quanti son pe' tuo' vampi
periti crudelmente, onde si lagna
di te ciò che 'l mar bagna.
Perfido, scelerato
spesse volte hai constretto
machiar col sangue eletto
le man, la figlia, del suo padre amato,
come fe' Scylla a Niso,
sì del nimico suo gli piacque il viso.
Tu Progne, tu Medea
di crudeltate armasti
contra lor figli miseri innocenti.
Tu Didon per Enea
della vita privasti.
Fillide, vinta da tuo face ardenti,
sospese il corpo a' venti
per Demofonte ingrato.
Pasife infortunata
fu da te sì accecata
che 'l suo candido corpo e delicato
congiunse, la meschina,
al toro, essendo di Creta regina.
Ancor si dole Oreste
del tuo ceco furore,
che Clitemnestra con Egisto spinse
con la fraudata veste
il caro genitore
iugulare, onde poi sì pietà 'l vinse
che crudeltate il tinse
contra 'l sangue materno.
Di te si lagna forte
Hippolyto, ch'ad morte
corse, perché fece il famoso scherno
di Fedra aspra e maligna,
facta da te scelerata matrigna.
Ma che narrar bisogna
le tue scelerate opre?
Il cel, l'aer, la terra, il mar n'è pieno.
Vincati ormai vergogna,
il tuo volto ricopre,
vengati puzo del tuo gran veneno,
al tuo fallir pon freno,
protervo, insidïoso,
volubil più che foglia,
pien d'infinita doglia,
mortal fatica e senza alcun riposo
e della humana gente
sola pernitie e peste omnipotente.
Canzona, va truova questo gran mostro:
digli che, s'io potessi,
stratio non è che di lui non facessi.