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Chi turba la mia pace? e quali ascolto
Querule voci ed angoscioso pianto?
Quai funesti d'intorno
Gridi, singulti, gemiti, sospiri?
Chi toglie al Sole i rai? come s'è involto
L'aer di nere, oscure nubi! oh quanto,
Senza l'usato lume, è mesto il giorno,
Onde sembra che morte ogn'aura spiri!
Il Veneto Lion doglioso rugge!
D'Adria la queta, chiara, e placid'onda
Torbida tutta e tempestosa mugge;
E in sulla secca sua vedova sponda
Piangono i cigni in dolorose gare!
Il ciel, l'aria, la terra, il lito, il mare
Minaccian onte all'alma egra e smarrita,
E tanto orror l'ultimo giorno addita.
Ohimè! fra le confuse amare strida
E Trevisani e Morosin risuona
Ogni spiaggia, ogni riva;
Ed or d'Elisabetta, or di Giovanni
I nomi sento in più distinte grida.
A gran bara la gente or fa corona;
Or nella stessa parte altra n'arriva,
Che pianti accresce alla gran turba e affanni.
Oh Dio, che fia? forse de' cari sposi,
Cui laccio egual legava i cuori e l'alme,
E di pari malor vivean penosi,
Portan le bare le corporee salme?
E se disgiunse i corpi infausta sorte,
Or le fredd'ossa unisce acerba morte.
Ahi sì, che annunzian manifesti accenti
La Trevisana e 'l Morosin già spenti.
Dunque son già d'Adria i bei lumi estinti,
Onde fian sempre oscuri i giorni nostri,
Le notti senza stelle?
Ne darà Borea i dì torbidi e manchi,
I prati ogn'or di gel coperti e cinti?
Piene di spaventosi orridi mostri
Saran le verdi selve, ove le snelle
Damme correan tra fior' vermigli e bianchi?
I vaghi augelli, che fra i rami e i fonti
Scherzavan pria, cantando in liete danze,
Lasceran tutti i nostri boschi e i monti,
Cercando altrove men dogliose stanze;
E là in Parnaso, ove s'udia sovente
Lor nomi risonar sì lietamente,
Sol dire udrassi fra sospiri e pianti:
“Ove sono i bei sposi, amati, amanti?”
Piange Parnaso: e chi fia mai l'atroce
Novella ascolti, u' la portò la Fama,
Con roco orribil suono,
Che non distilli in molle pianto il core?
L'alto genio dell'Adria in mesta voce
E in sua ragion deluso indarno or chiama,
Da rilevato, chiaro, augusto trono,
Ambo gli Eroi, da cui con sommo onore
Egli sperava illustre, inclita Prole,
Che portasse, seguendo gli Avi egregi,
L'armi temute dove nasce il Sole,
Per la gran Patria ornar di nuovi fregi;
Prole, che ardire a chiaro sangue unito
Mostrato avrebbe in ogni estranio lito;
Prole, che 'l viver ne rendea giocondo
Ed avria data nuova luce al Mondo.
E poi soggiunse: “Qual dal Cielo irato
Colpo più fero attendi o qual rovina,
Patria famosa, altera?
Se togliesti sovente e desti i Regni,
Reggendo sempre a tuo voler lor fato,
D'Italia superbissima Regina.
Già de' tuoi figli alla ben nata schiera
Giunti miravi più saldi sostegni;
Indi farsi maggior tuo gran Diadema,
Inchinartisi Borea e 'l Mauro adusto;
L'Orto tutto e l'Occaso e l'India estrema
Obbedire al tuo dolce impero e giusto;
Tuoi costumi, tua fe', tue leggi sante
Portar oltre l'Etiope e 'l Garamante;
E senza soffrir molto, in breve acquisto
Il gran sepolcro liberar di Cristo.
Ma qual lingua spiegar potrà le doglie
Di quei, che maggior parte avran nel danno
De i dolci Affini e cari,
E degli eletti lor compagni fidi,
Con cui comune avean pensieri e voglie?
‘Ahi destino,’ diran, ‘destin tiranno,
Astri nemici, ingiuriosi, avari!
Cruda morte, deh come ne dividi
Sì tosto dalla coppia alma e gentile?
Come nel fiore de' lor chiari giorni
Hai due tronchi recisi, a' quai simile
Forse fia che dal Cielo altro non torni?
Deh qual colpo infelice or ha distrutto
Per noi gioie, piaceri e 'l Mondo tutto?
Poiché quanto di ben per noi si avea,
Ora spense tua falce ingiusta e rea.’”
Vanne, Canzon, piangendo in ogni parte:
Narra de' Sposi l'infelice sorte.
Spiega l'eguale affetto a parte a parte,
Il malor, l'agonia, la stessa morte.
E a chi domanda come han varia cella
L'ossa, che unir volea pietosa stella,
Digli, lasciando il pianto e in lieto viso:
“Son insieme quell'alme in Paradiso.”