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By Giambattista Giraldi Cinzio

L'aura amorosa il bel tempo rimena,

e rende a l'erbe i fiori,

e gli augelli incominciano i lor canti,

ridono i prati, e Progne e Filomena

i lor primi dolori

sfogan cantando con soavi pianti.

Ma non perch'ogn'un canti,

e del tempo novello si rallegri,

miei spirti afflitti ed egri

han pace, che rimena il novo vento,

come il verde a la terra, a me il tormento.

Il gran caldo la neve impress'a l'ombra,

e la fredda stagione,

che di fior l'erbe e le campagne spoglia,

scaccia da noi, e l'aere disgombra

d'ogn'aspra impressione,

e a novo amore i cor gentili invoglia,

ma la mia antica doglia,

che con acute spine il cor mi punge,

mai da me non disgiunge

aer caldo e sereno, o lieto tempo:

che 'l mio dolor non è sopposto a tempo.

In fronte al toro è ritornato il sole

per ringiovenir l'anno,

e dipinge la terra a giallo e verde;

e gli arbor partoriscon la lor prole;

superbi i campi stanno

veggendo che l'onor suo si rinverde.

Ma il ghiaccio mai non perde

per caldo, né per sol la mia nemica,

e come l'ira antica

non spenge verno in lei, né l'alma fiera,

così non vien pietà per primavera.

Movesi un fiato dove il sol dismonta,

che il mar tranquilla e queta,

e indi scaccia ogn'aspra e ria procella,

onde lieto il nocchier sul legno monta,

né teme d'inquieta

fortuna, o di nemica e fiera stella,

ma la sua navicella

drizza a buon porto. Un vento umido eterno

a me rimena il verno,

e oscura il lume, in cui solea sperare;

ond'ha sempre per me fortuna il mare.

Lascia il luoco il pastore, ove egli giacque

il verno, e lieto torna,

onde si dipartì co' le sue gregge,

a le tenere erbette, a le fresch'acque:

e 'l rozzo capo adorna

di quanti bei color dai prati elegge.

E con l'usata legge

lascian l'antiche case allegre l'api,

e di soavi dapi

empion le nove. Io sol nel luoco vecchio

rimango (lasso) e nel martire invecchio.

Il rozzo montanaro appo un virgulto,

mentre fiori, erbe e fronde

pasce l'armento suo per verdi piagge,

desta a la sua sampogna il verso inculto,

e le cure profonde

cantando sfoga in rime aspre e selvagge.

Sol a me del cor tragge

la novella stagion pianti e sospiri:

né perché ognor sospiri,

si scema punto in me il fiero martire,

ma insieme col dolor, cresce il languire.

Veggendo uscir l'avaro agricoltore

fuor degli acuti stecchi,

e le biade ondeggiar per verdi campi,

gli arbori ricovrare il primo onore,

che parean prima secchi,

s'allegra e benedice i solar lampi.

Ma perch'io mai non scampi

dal mio grave dolore, in ghiaccio e 'n brine

e in acute spine

si converton per me fior rossi e bianchi,

che mi passan il core, il petto e i fianchi.

Canzon, che fia di noi

ne l'aspro tempo che ciascun contrista,

s'or che la faccia trista

leva il sol da la terra e ognuno è 'n gioia?

Dal ciel sol per noi piove angoscia e noia?