275
I' sto pur a expectar che un grido altissimo
se levi e dica dal choro apostolico:
“Quercente è facto cardinal dignissimo”;
che mai non corse l'exercito argolico
nei campi de' Troian' cum tanta furia
cum quanta a te verrò, signor catholico.
Riderà alhora la romana curia:
da lei vedrasse subito rimovere
avaritia, superbia e la luxuria;
e la tua bella, sancta e fertil rovere
produrà fructi d'oro e fuor de inopia
Apol trarà cum le sorelle povere;
verranno i Mauri e i Parthi a tanta copia,
e lassarà la zona calidissima
per ridurse a questa ombra l'Ethïopia;
tornarà quella età fortunatissima
che fu mentre Saturno ebbe l'imperio,
scacciando questa ferrea e malignissima.
Scio che de farme bene hai desiderio,
ond'io spero, se arivi al grado merito,
che darai a mie muse un monasterio;
non già per mia virtù tal grado io merito,
ma per avere avuta consuetudine
teco, Quercente, nel tempo preterito.
Non credo che in te regni ingratitudine:
che certo io mi farei al tutto heretico
se me ingannasse tanta mansuetudine.
Fra me stesso talhor penso e frenetico,
e temo che Fortuna a te contraria
se facia perché segui il dir poetico;
ch'el par che a gli poeti e terra et aria
nemica sia, tanta è la lor disgratia!
Ma non temer però, ché 'l ciel si varia.
Chi è nato per stentar, chi in aver gratia:
già spesso detto m'ha d'Apol l'oraculo
che alfin tua voglia fia contenta e satia.
Sì che sta' lieto, né temere obstaculo,
Quercente mio, ché tu hai il ciel propitio:
cader non pò chi ha la virtù per baculo!
Vorrò che alhor stia sempre in exercitio
la lyra mia, cantando di tua gloria;
col suo bel dir m'aiutarà Calvitio,
e forsi insieme una sì digna historia
ordirem (purché 'l ciel ne lassi vivere!),
che sempre al mondo fia di te memoria.
Starò la nocte e il giorno intento al scrivere,
benché bisognarebbe esser Virgilio
a chi volesse tue laude descrivere!
Non son Lucan, non son Marco Manilio;
ma se favore arò da la tua chierica,
far mi vedrai un novo Statio e un Scilio,
e odir ti parerà la tuba homerica.