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By Auteur inconnu

Debbo sempre empier io d'alti lamenti

Ombrosa selva e solitaria riva,

Di Damone piangendo il lungo pianto?

Forse i boschi non passa, o non arriva

A nobil soglia roco e rozzo canto?

Né s'attenta a lasciar gli usati accenti

Fra vili e basse genti?

Ah no, ch'io sento me di me maggiore;

E dispregiando la sampogna umile,

Del grand'Eroe, di nostra patria onore,

M'innalzo a dir con chiaro e colto stile.

Sue glorie in pace io vo' ridire in parte,

Se non giungo a cantar d'armato Marte.

Pur mi spaventa la grand'opra e 'l merto,

Che per ignote vie trapassa l'Etra.

Ma tu, Signor, che a gentilezza unita

Hai tua virtù, non isdegnar mia cetra.

Forse fia che alla nostra età fiorita

Spirto risvegli, che più degno serto

T'intessa, e calchi l'erto

Cammin, per cui sopra l'eccelsa meta

Vassi de' pregi tuoi con piè sicuro,

Portando dove gira il bel Pianeta

Il nome tuo, non mai per tempo oscuro;

E togliendol così dal negro obblio,

Avverrà che altri adempia il mio desio.

Oh fortunati colli, e 'l bel soggiorno,

Il dolce aer seren, tranquillo, e lieto,

Dove da chiara stirpe, illustre, altera,

Ti diede a noi di Dio l'alto decreto!

La cuna a festeggiar l'eletta schiera

D'Aganippe si vide assisa intorno

In quel felice giorno.

Allor quel senno, ch'oggi il Mondo ammira,

Ti donan tutte ad una ad una a gara,

E quella cortesia, che ogni atto spira,

La verace eloquenza unica e rara,

Onde ciascuna in un par che s'adopre

A rinnovar gli antichi pregi e l'opre.

Fuor della culla sotto accorto duce

Saggio parlare e le buon' arti apprendi,

Onde dolce e certissima speranza

Cresce ne gli Avi, e a desiar gli accendi

Nuovi stupori, se l'età s'avanza.

Certa speranza sì, se riconduce

La scintillante luce,

Che di splendor riempie il patrio tetto.

Indi passa, illustrando Italia, il Mondo;

E n'ha Napoli nostra alto diletto,

Non che scacci dal core il duol profondo

Di veder le sue glorie o spente o sparte,

Ché in te sorgon raccolte a parte a parte.

Al Ciel di cerchio in cerchio alzi la mente,

E lo splendor contempli e 'l vario moto,

L'acque, le fiamme, il balenare, i lampi;

E d'ogni astro, che chiama il volgo immoto,

I lenti passi per gli eterei campi

Parti e misuri. Al maggior lume ardente

T'affisi, e immantenente

Vedi come fiammeggia, e come toglia

Gran parte a noi della sua luce immensa

L'ingrata Suora, che la prima soglia

Gira, mercé di quel gran lume accensa;

Come ne renda chiari i giorni e oscuri,

Rinverda ed arda, liquefaccia e induri.

Così la Terra rimirando, miri

La sua grandezza, la figura, e 'l loco;

Onde riceva e dia la luce e l'ombra;

Come 'l chiuso vapor, fremendo, il foco

Accende, e per uscir la scuote e ingombra

Di spavento, d'orrore, e di sospiri;

Come l'inondi e giri

Con due contrarj moti il Mare e l'onda.

Oh stupor! de' prim'anni in sul fiorire

Onor vesti e virtute; e non circonda

Impura voglia l'alma e van desire;

Ma saggio a tal, che ogni saver non stimi

E tua stessa virtù correggi e limi.

E ben vinci te stesso, ove alla santa

Vera Filosofia tutto ti volgi.

Quella, ch'è sol di Dio trovato e dono,

Pel tuo vasto pensier parti e rivolgi.

Allor pensasti nel suo antico trono

Tornare Astrea, ond'or sì nuova e tanta

Altera gloria vanta.

Vincer credesti (e 'l presagiva il nome)

Popoli contumaci e senza freno,

Con giuste, amiche leggi in dolci some.

Tu meditasti come un bel sereno

Si porti a questa bella alma contrada,

L'intrepida movendo e retta spada.

Già, se ti veggio su dell'alta sede,

Sublime albergo in te ritrova e prende

L'inclita Dea, e se ne pregia e gode

Carlo; e 'l popolo suo, se da te pende,

Tu rassicuri, onde cotanto s'ode

Di tua virtù, che appena il Mondo il crede,

Se non l'ammira e vede.

Ma 'l vide Esperia, e a' meritati onori

T'innalza, e fida ciò che l'uom più guarda.

E s'hanno or premj i giusti, anco a' maggiori

Ti chiama, e 'l sento già, se non ritarda

La dovuta mercé la nostra doglia,

Se fia che tanto ben da noi si toglia.

Napoli il vide; e tua mercé non piange

I danni, che provò da man crudele.

Al mal, che fiero Marte apporta ogni ora,

Porgi dolci rimedj a' tuoi fedeli.

E pur l'invidia non ben sazia ancora

Tenta oscurare il Sole, e geme e s'ange,

Perché all'Ibero, al Gange

Vola il tuo pregio glorioso e degno.

Ingrati noi, che d'archi in vece e fregi,

Nemici di virtù, con vizio indegno,

Spiriam veneni al nome, a' fatti egregi.

Ma tu, di te sicuro, inique genti

Generoso non curi e non paventi.

Canzon, vanne, e le piante

Ferma dove con santa e giusta legge

Il gran Miro ne regge.

Chìnati del Ciel d'Austria al forte Atlante.

Digli in tuo rozzo stil che 'l suo bel raggio

Splende, e non teme di terrestre oltraggio.