28 (434)
Debbo sempre empier io d'alti lamenti
Ombrosa selva e solitaria riva,
Di Damone piangendo il lungo pianto?
Forse i boschi non passa, o non arriva
A nobil soglia roco e rozzo canto?
Né s'attenta a lasciar gli usati accenti
Fra vili e basse genti?
Ah no, ch'io sento me di me maggiore;
E dispregiando la sampogna umile,
Del grand'Eroe, di nostra patria onore,
M'innalzo a dir con chiaro e colto stile.
Sue glorie in pace io vo' ridire in parte,
Se non giungo a cantar d'armato Marte.
Pur mi spaventa la grand'opra e 'l merto,
Che per ignote vie trapassa l'Etra.
Ma tu, Signor, che a gentilezza unita
Hai tua virtù, non isdegnar mia cetra.
Forse fia che alla nostra età fiorita
Spirto risvegli, che più degno serto
T'intessa, e calchi l'erto
Cammin, per cui sopra l'eccelsa meta
Vassi de' pregi tuoi con piè sicuro,
Portando dove gira il bel Pianeta
Il nome tuo, non mai per tempo oscuro;
E togliendol così dal negro obblio,
Avverrà che altri adempia il mio desio.
Oh fortunati colli, e 'l bel soggiorno,
Il dolce aer seren, tranquillo, e lieto,
Dove da chiara stirpe, illustre, altera,
Ti diede a noi di Dio l'alto decreto!
La cuna a festeggiar l'eletta schiera
D'Aganippe si vide assisa intorno
In quel felice giorno.
Allor quel senno, ch'oggi il Mondo ammira,
Ti donan tutte ad una ad una a gara,
E quella cortesia, che ogni atto spira,
La verace eloquenza unica e rara,
Onde ciascuna in un par che s'adopre
A rinnovar gli antichi pregi e l'opre.
Fuor della culla sotto accorto duce
Saggio parlare e le buon' arti apprendi,
Onde dolce e certissima speranza
Cresce ne gli Avi, e a desiar gli accendi
Nuovi stupori, se l'età s'avanza.
Certa speranza sì, se riconduce
La scintillante luce,
Che di splendor riempie il patrio tetto.
Indi passa, illustrando Italia, il Mondo;
E n'ha Napoli nostra alto diletto,
Non che scacci dal core il duol profondo
Di veder le sue glorie o spente o sparte,
Ché in te sorgon raccolte a parte a parte.
Al Ciel di cerchio in cerchio alzi la mente,
E lo splendor contempli e 'l vario moto,
L'acque, le fiamme, il balenare, i lampi;
E d'ogni astro, che chiama il volgo immoto,
I lenti passi per gli eterei campi
Parti e misuri. Al maggior lume ardente
T'affisi, e immantenente
Vedi come fiammeggia, e come toglia
Gran parte a noi della sua luce immensa
L'ingrata Suora, che la prima soglia
Gira, mercé di quel gran lume accensa;
Come ne renda chiari i giorni e oscuri,
Rinverda ed arda, liquefaccia e induri.
Così la Terra rimirando, miri
La sua grandezza, la figura, e 'l loco;
Onde riceva e dia la luce e l'ombra;
Come 'l chiuso vapor, fremendo, il foco
Accende, e per uscir la scuote e ingombra
Di spavento, d'orrore, e di sospiri;
Come l'inondi e giri
Con due contrarj moti il Mare e l'onda.
Oh stupor! de' prim'anni in sul fiorire
Onor vesti e virtute; e non circonda
Impura voglia l'alma e van desire;
Ma saggio a tal, che ogni saver non stimi
E tua stessa virtù correggi e limi.
E ben vinci te stesso, ove alla santa
Vera Filosofia tutto ti volgi.
Quella, ch'è sol di Dio trovato e dono,
Pel tuo vasto pensier parti e rivolgi.
Allor pensasti nel suo antico trono
Tornare Astrea, ond'or sì nuova e tanta
Altera gloria vanta.
Vincer credesti (e 'l presagiva il nome)
Popoli contumaci e senza freno,
Con giuste, amiche leggi in dolci some.
Tu meditasti come un bel sereno
Si porti a questa bella alma contrada,
L'intrepida movendo e retta spada.
Già, se ti veggio su dell'alta sede,
Sublime albergo in te ritrova e prende
L'inclita Dea, e se ne pregia e gode
Carlo; e 'l popolo suo, se da te pende,
Tu rassicuri, onde cotanto s'ode
Di tua virtù, che appena il Mondo il crede,
Se non l'ammira e vede.
Ma 'l vide Esperia, e a' meritati onori
T'innalza, e fida ciò che l'uom più guarda.
E s'hanno or premj i giusti, anco a' maggiori
Ti chiama, e 'l sento già, se non ritarda
La dovuta mercé la nostra doglia,
Se fia che tanto ben da noi si toglia.
Napoli il vide; e tua mercé non piange
I danni, che provò da man crudele.
Al mal, che fiero Marte apporta ogni ora,
Porgi dolci rimedj a' tuoi fedeli.
E pur l'invidia non ben sazia ancora
Tenta oscurare il Sole, e geme e s'ange,
Perché all'Ibero, al Gange
Vola il tuo pregio glorioso e degno.
Ingrati noi, che d'archi in vece e fregi,
Nemici di virtù, con vizio indegno,
Spiriam veneni al nome, a' fatti egregi.
Ma tu, di te sicuro, inique genti
Generoso non curi e non paventi.
Canzon, vanne, e le piante
Ferma dove con santa e giusta legge
Il gran Miro ne regge.
Chìnati del Ciel d'Austria al forte Atlante.
Digli in tuo rozzo stil che 'l suo bel raggio
Splende, e non teme di terrestre oltraggio.