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In quella parte ove pietà mi sprona,
conven ch'io volga le dogliose rime,
contemplando il Signor con mente afflitta,
lo qual per ristorar l'antiche e prime
nostre ruine, di che ogniun ragiona,
morte aspra sostenendo, espone e ditta
che chi nol segue non vedrà mai scritta
l'anima sua nel ciel, ond'io ricorro
a lui, volendo i duri suoi tormenti
narrar, perché i sospiri
parlando han tregua e al dolor soccorro.
Ché benché attento io miri
cose diverse, solo i' veggio fiso
di Cristo in croce il scolorato viso.
Or dico, poi che per mal sua ventura
lasciato fu il primo uom tra 'l mal e 'l bene,
tosto quel spirto di mente superba,
ch'ancor in sua malizia si mantiene,
lo vinse, da che prima in vil figura
intrato nel giardin e pian per l'erba
serpeggiando il crudel con voglia acerba
la bella giovenetta e prima donna
sedusse anzi 'l montar a terza il sole.
E come far si suole,
a lei inchinato l'uom più non s'indonna,
e tardi poi si duole,
che fatto 'l mal, non gli è dato che torni
a quei felici suoi primi soggiorni.
Tutta si fa scabrosa allor la terra,
si turba il mar, l'aria il seren suo perde,
e le stelle peggior acquistan forza;
apparecchian veneno i serpi al verde
incontro a l'uomo, e i spirti rei la guerra.
Non però altrui potenza al mal lo sforza,
ma ben si fece esso uom sì fragil scorza
dal dì ch'Adam contaminò sue membra,
ch'agevolmente l'alma sì gentile
nel vizio fassi vile,
e di sé e del suo fin non si rimembra,
né di quel stato umile,
ch'a Dio sol piace de li teneri anni.
Ma più vo' ancor nel dir sfogar gli affanni.
Perduti adunque ch'ebbe quei bei colli
il miser uom, dal ciel fatto lontano,
e accostato a sé per propio amore,
come tutto animal quasi inumano,
sortì gli sensi così vaghi e molli,
ch'ad ogni oggetto sì gli cangia il core,
mutando d'ora in ora altro colore
come cameleon: però non vide
mai occhio umano un spirto così pio,
che non muti desio.
E di ciò l'aversario ognior sorride,
veggendo ch'in oblio
avendo posto noi quel ben eterno,
vagar egli ci fa la state e 'l verno.
Ma pur come dopo notturna pioggia
paion più belle assai le stelle erranti,
e primavera dopo il freddo e 'l gelo
molto ci aggrada, così posto avanti
agli occhi nostri il ben, in cui s'appoggia
la vita stanca, poi ch'in scuro velo
provammo il mal, come lucente il cielo
gradito appar, ed è più dolce ancora
il refrigerio ch'i' ho, quanto più ch'i' ardo.
Tal fassi il divin sguardo,
di cui l'anima pura s'innamora,
più ch'al venir è tardo,
apparendo è più grato al cor, ch'altrove
ben non ritrova, e a quel tutto si move.
Ecco qual bianche rose con vermiglie
scopreno in vasel d'oro gli occhi miei,
mentr'io contemplo le bellezze colte
dal figlio eterno, nato di colei
ch'avanza tutte l'altre meraviglie,
e poi le sante grazie in lui raccolte,
onde l'alme da' nodi furon sciolte.
Ma come il pio Signor ad ogni prova
di tormento s'espone e ad ogni foco,
e tutto li par poco,
fin che l'immensa carità lo mova
a morte in alto loco,
ripensando, i sospir non son mai sparsi,
che subito d'amor non sian tutti arsi.
Ad una ad una annoverar le stelle,
e 'n picciol vetro chiuder tutte l'acque
forse credea, quando in sì poca carta
novo pensier di ricontar mi nacque
i dolor ch'ebbe in le sue membra belle,
e degli affanni la gran copia sparta,
il mio Signor, da cui ch'io mi diparta
non fia giamai, perché se da lui fuggo,
in cielo e in terra m'ha rachiuso i passi.
Però, spirti miei lassi,
tornate al cor, perché più non mi struggo,
che dentro Iesu stassi,
sì ch'amar altri io non desio né bramo,
né d'altrui il nome nei sospir miei chiamo.
Ben sai, canzon, che quant'ho detto è nulla
al desio ch'a parlar move il pensero:
ma come ditta amor, che nel cor porto
per averne conforto,
di quel c'ha fatto sì che più non pero,
essendo per me morto,
dir voglio, e l'error mio vo' gir piangendo
per fin che da la morte indugio prendo.