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By Antonio Tebaldeo

Lasso, quanti suspir' costa un sol riso

in questa vita lubrica, che drento

è un ceco inferno e in vista un paradiso!

Tu sciai, Galeazo, cum che prosper vento

navigassemo insieme il mar de amore:

invidia n'ebbe ogni nochier contento

e, quando avean le vele più favore,

turbosse il cielo in un momento e l'onda;

Borea, Zephyr scacciando, apparve fuore,

tal che spersi per l'aqua atra e profonda

ne andor remi, l'antenna, e a' nostri frali

legni non restò sana alcuna sponda.

E quel che fa più gravi i mei gran mali

è che il navilio tuo trovato ha il porto,

e il mio ne resta a' venti aspri e mortali;

ché a un misero non è poco conforto

ne la ruina sua trovar compagno:

giova sfogar il suo cum l'altrui torto.

Se hor piango, ridi e s'io mi doglio e lagno,

tu canti: ahimè, gli è cosa iniusta al danno

pari non esser nui come al guadagno!

Non trovo come il mio ostinato affanno

possa aver fin: ch'io me starei patiente,

s'io sperasse posar doppo qualche anno.

Veggio da me chi me tien vivo absente,

in guardia de cento occhi e sotto mille

chiave, né a me Mercurio è obediente;

né mi è concesso in precïose stille

di quel metal più rico transformarme

che già spense de Giove le faville;

né mi posso giovar per lamentarme,

ché sordo si fa Amor, madonna è longe:

questo non vòl, non pò quella ascoltarme;

e se alcuno altro miser se congionge

a dolersi cum me, non mi consola,

ché al mio gran duol nessun dolore agionge.

Era a la mia la tua miseria sola

equale: ond'io comprendo che l'ingrato

che per i cori human' col foco vola

non tornò te nel loco tuo beato

per voler il tuo ben, ma per far privo

d'un tal solazo il mio infelice stato;

né sper de tanti affanni in che ognhor vivo

uscir per morte, ché l'iniqua e atroce

corre ai felici e gli infelici ha a schivo.

Hor guarda se gli è ben crudo e feroce

e senza legge Amor, quando men stima

chi più l'honora e premia chi gli noce!

Poscia che ad ambedui giù da la cima

de la sua rota ne fe' fare il salto,

somergendone in valle oscura et ima,

bench'io fosse al cader vetro, e non smalto,

tacqui, portando la percossa in pace,

ché fugir non si dê per uno asalto;

e tu, cum lingua libera e mordace,

dannasti in versi la puerile etade,

il mal governo suo, l'arco e la face.

Me, che levar dovea per l'humiltade,

lassò depresso e die' al superbo mano:

sprezò il buon servo, a l'empio usò pietade.

Ma poi che a te gli è sì cortese e humano,

godi felice! Io, poi che 'l cielo il vòle,

me ne starò da gli homini lontano:

andrò per selve inhabitate e sole

calcando serpi, et a la tygre ingiuria

farò quando lactare i figli suole;

e accenderò ver' me tanto la furia

de gli animal', che a queste membra lasse

la morte donaran, de che ho penuria.

Ma se reliquia alcuna se trovasse

di me, te prego che gli faci fossa;

e dica il mio sepulchro a chiunque passe:

“Qui son del Bentivoglio Hannibal l'ossa,

che non men danno per amar sofferse

che quel che a Roma die' sì gran percossa:

se Italia quel, questo la vita perse”.