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By Antonio Tebaldeo

Cum quel dolor che l'amate aque lassa

pesce iretito e salamandra il foco,

che è tal che in breve la lor vita passa,

cum quel da te mi parto, e in altro loco

ne vo per contentare il destin mio,

che spenger vòl di me questo altro poco;

sì che per questa volta il tuo desio

passi in mirarme, e non sperar, signore,

vederme più, se non su l'altro rio.

Hormai satii seran Fortuna e Amore,

che non si vergognor tòr l'armatura

per aver de una feminella honore!

E quel che fa più la passion mia dura

è ch'io comprendo il duol che aver ne dêi,

ché a me gratia è l'andare in sepultura;

né il mio morir sin qui tardato arei,

ma in la mia cognoscendo esser tua vita,

volentieri alongavo i martyr' mei.

Or no 'l posso più far, ché la partita

disperata me 'l nega e contradice:

però, meglio che pòi, da te te aita.

Stolto chi esser qua giù pensa felice!

ché quale esser si trova in più bel stato

è pianta cum bei fior' senza radice.

Non credo mai tre miglia il vital fiato

portar, ch'el se ne andrà vinto e partito:

subito cum il tuo fia acompagnato,

et io arò grato che stia teco unito,

aciò che 'l corpo tuo debile e stanco

sia contra Morte più possente e ardito;

e scio ch'el te ama sì, che fia più franco

assai del tuo a quel contrasto duro,

e l'ultimo serà che venga manco.

Purché abbi vita tu, viver non curo;

amame: non voglio altro, ché il tuo amarme

me fia anchor grato doppo il giorno oscuro.

La mano al dipartir te piaccia darme

e dir: “Tirinthia mia, vatene in pace!”,

ché questo arà gran forza a consolarme.

L'esser longa in parlar teco me piace,

ma breve esser me sforza il picol spatio:

questo, per più mia pena, anchor si face.

Vale, di tanta fede io te ringratio.