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Cum quel dolor che l'amate aque lassa
pesce iretito e salamandra il foco,
che è tal che in breve la lor vita passa,
cum quel da te mi parto, e in altro loco
ne vo per contentare il destin mio,
che spenger vòl di me questo altro poco;
sì che per questa volta il tuo desio
passi in mirarme, e non sperar, signore,
vederme più, se non su l'altro rio.
Hormai satii seran Fortuna e Amore,
che non si vergognor tòr l'armatura
per aver de una feminella honore!
E quel che fa più la passion mia dura
è ch'io comprendo il duol che aver ne dêi,
ché a me gratia è l'andare in sepultura;
né il mio morir sin qui tardato arei,
ma in la mia cognoscendo esser tua vita,
volentieri alongavo i martyr' mei.
Or no 'l posso più far, ché la partita
disperata me 'l nega e contradice:
però, meglio che pòi, da te te aita.
Stolto chi esser qua giù pensa felice!
ché quale esser si trova in più bel stato
è pianta cum bei fior' senza radice.
Non credo mai tre miglia il vital fiato
portar, ch'el se ne andrà vinto e partito:
subito cum il tuo fia acompagnato,
et io arò grato che stia teco unito,
aciò che 'l corpo tuo debile e stanco
sia contra Morte più possente e ardito;
e scio ch'el te ama sì, che fia più franco
assai del tuo a quel contrasto duro,
e l'ultimo serà che venga manco.
Purché abbi vita tu, viver non curo;
amame: non voglio altro, ché il tuo amarme
me fia anchor grato doppo il giorno oscuro.
La mano al dipartir te piaccia darme
e dir: “Tirinthia mia, vatene in pace!”,
ché questo arà gran forza a consolarme.
L'esser longa in parlar teco me piace,
ma breve esser me sforza il picol spatio:
questo, per più mia pena, anchor si face.
Vale, di tanta fede io te ringratio.