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By Celio Magno

Quanto più inanzi passa

questa mia frale vita,

e vo cangiando il pelo insieme e gli anni,

l'anima afflitta e lassa,

d'amor punta e ferita

sopportar più non puote i gravi affanni.

Anzi, de' propri danni

ministra e del suo male,

tenta quel bello e rio

volto porre in oblio

e la piaga saldar del fiero strale

discacciando dal petto,

s'esser può mai, il suo caro diletto.

Ben fora tempo omai,

lasso, che 'l crudo e fiero

amor pietate avesse al mio cordoglio;

ma dopo ch'a miei lai

contra l'esser primiero

ver me si mostra ognor pieno d'orgoglio,

diverrà 'l core scoglio

contra 'l suo strale aurato.

E benché, se nol nega

il cielo, al fin si piega

ogni aspro petto disdegnoso e ingrato,

lontan da questa spene

con altro fin vivrò l'ore serene.

Vatene dunque in pace

a' tuoi cari parenti;

torna col legno pur là dove brami;

né incontra te sia audace

lo mar, né irati i venti.

Noto ognor le tue vele in alto chiami

e, se ben tu non m'ami,

quanta pioggia e tempesta

pò minacciar il cielo

spieghi Giove il suo telo

in altro clima, e a te non sia molesta;

ma cada in larga copia,

te salva, sopra i liti d'Etiopia.

Deh, ch'io credea dolente

col suon del dolce canto

potersi umiliar quell'aspro core;

e che 'l rigor algente

che t'induriva tanto

si disfacesse al mio vivace ardore.

Ma ben il proprio errore

troppo tardo i' conosco;

se 'l cantar che benigno

far potea un cor ferrigno

ha lei conspersa d'odioso tosco.

O del ciel rio volere

ch'e petti umani fai pari a le fiere!

Muse, voi che sì spesso

me per vostra clemenza

salir degnaste al sacro monte in cima;

ahi che per voi concesso

non m'è la sua presenza,

né gli amanti giovar può alcuna rima;

più 'l mio cor voi non stima.

Dunque, o figlie di Giove,

il vostro santo nume,

poiché voglia e costume

ha cangiato il mio ben, volgete altrove;

perch'altro fine io bramo,

perduto quel ch'invan lusingo e chiamo.

Sommo Padre immortale

che 'l mio cor leggi aperto,

come questo umil dir da la radice

del cor profondo sale,

così, se ben nol merto,

fammi, Signor, di tua grazia felice;

sì che fuor d'infelice

e faticoso stato

con più dritto sentiero

segua il ben certo e vero

che rende ogni uom in terra e 'n ciel beato.

Fa, Creator pietoso,

ch'in te ritrovi il mio dolce riposo.

Ogni opra, ogni desio

che d'uman petto nasce

lunge da te, per me non stimo un'ombra.

Di te sol, nostro Iddio,

quest'anima si pasce,

se talor lei fame importuna ingombra.

Per te si spegne e sgombra

ogni pensier confuso

come disparir suole

nebbia dinanzi al sole;

e natura empia converti in dolce uso.

Dunque ciascun t'adori

e ti celebri infra i celesti cori.

Canzon, prega il Signor umilemente

ch'in me per grazia voglia

stabile far sì onesta ardente voglia.