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Avanti a gli occhi tuoi, dell'infinite
Nostre colpe, Signor, portiam la salma,
E scopriam le profonde aspre ferite,
Onde langue trafitta ed egra l'alma:
Portiamla a te, perché alle rie pentite
Nostre voglie tu sol recar puoi calma;
A te le discopriam, perché virtute
Hai tu sol di recar vera salute.
Se il fallir misuriam, ch'abbiam commesso,
E maggior del gastigo il nostro male,
Poiché d'infedeltade il grave eccesso
Egual colpa non ha, né pena eguale,
Ogni nostro atto, ogni pensiero stesso
Chiama ognora dal Cielo un nuovo strale,
Onde ciò che soffriam, ch'abbiam sofferto
Nasce da i falli ed è minor del merto.
Troppo più grave e troppo più pesante
È il nostro errore del flagello istesso.
Così, Signor, ti scuopri ognor più amante
In soffrire non solo il nostro eccesso,
Ma nel punirlo ancor, mentre le tante
Nostre colpe agguagliar non vuoi con esso:
Noi tuoi figli non siamo empi in fallire
E tu Padre ti mostri anco in punire.
Del peccato sentiam la pena, e pure
La pertinacia del peccar seguiamo,
Usi all'eredità delle sventure,
Che già lascionne il primo Padre Adamo:
Non sappiamo lasciar le gioie impure,
Che servan d'esca del fallire all'amo,
E scordandoci quasi esser mortali,
Cozziam col Ciel, mentre proviam suoi strali.
L'inferma umanità forza è che cada
Sotto la sferza del divin flagello.
Ahi chi resister può sotto la spada,
Ch'impugna Iddio contra lo stuol rubello?
E pur de' vizj abbandonar la strada
Cieco non vuol né questo cor, né quello,
Anzi par ch'a ciascun dispiaccia - oh stolto! -
Di non essere in quei dell'altro involto.
Nel pensiero de' falli e delle pene
S'avvilisce la mente e si addolora,
Ma la fronte superba non avviene
Che ceda vinta dal gran peso ancora.
Co' sospiri la vita si mantiene,
E pur l'emenda si prolunga ognora:
Così tra i fiori di pentito lutto
Si matura - oh empietà! - d'errori il frutto.
Se tu aspetti a vibrare, o giusto Dio,
La provocata vindice saetta,
Ostinato in fallir sempre più rio
L'Uomo si fa: ch'un fallo l'altro aspetta.
Ma se, la tua pietà posta in obblio,
Muovi il forte tuo braccio alla vendetta,
Sotto la giusta formidabil ira
Mancare il reo coll'error suo si mira.
Mentre Tu ne correggi, il sai Tu, come
Ci rammentiam con duol d'aver fallito,
E quanto della colpa il solo nome
Più ch'Averno spaventi il cor pentito;
Ma se allontani dalle nostre chiome
L'orror del nembo, ch'a pentirci è invito,
D'aver pianto perduta la memoria,
Il tornare a peccar rassembra gloria.
Se Tu stendi la mano onnipotente,
Ch'al primo nulla ritornar ci puote,
Quanto da noi far si convien repente
Con voglie promettiam pronte e divote;
Ma se ascondi il flagello, ecco si pente
Ciascuno, e vanno le promesse vòte:
Tanto, fatto natura, in noi presume
Del continuo peccar l'empio costume.
Se Tu irato ferisci, il Ciel si assorda
Da' nostri prieghi, per che tu perdoni;
E se Giustizia con Pietà s'accorda,
Perché la destra il fulmine abbandoni,
Del passato timor non si ricorda
La mente più, che più non sente i tuoni,
E l'alma impura iniquamente ardita
Con nuovi error' nuovi gastighi irrita.
Ecco, Signore, a' piedi tuoi prostrati
Noi confessiamo il nostro fallo atroce.
Per noi, Signor, tu degli umani fati
Portasti il peso, affisso a dura Croce;
Ma poi, se tu, gli sdegni tuoi placati,
Or non soccorri al nostro mal veloce,
Noi, tuoi figli, del Ciel nati alla sorte,
Giusta preda sarem di cruda morte.
Padre, dunque, e Signor, che tutto puoi,
Quanto chiediam, benché di merto privi,
Piacciati per pietà donare a noi,
Pria che di vita il tuo furor ne privi.
Tu, che dal nulla degli abissi tuoi
Ne traesti, e a pregarti ognor ci avvivi,
Deh ne ascolta, e non sia tuo inutil dono
Il pentimento in noi senza il perdono.