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By Antonio Tebaldeo

Se poi che l'alma già disciolta e scarca

ne l'aspra pugna, come piacque a Dio,

lassò la spoglia de ferite carca

non ho scripto, come era officio mio,

non vo' che credi che col corpo extinto

restasse extinto anchor l'affecto pio:

la fragil scorza fu, no il voler vinto

dal mortal colpo, e alhor certo compresi

che uno amor mai non mor,se non è finto.

La cagion ch'io non scrissi è ch'io discesi

cum tante anime a quello altro hemispero,

che molti giorni in su la riva spesi;

picola era la barca, era il nochiero

vecchio, infinito il numero, e ciascuna

avea di passar primo desidèro:

io le volsi veder ad una ad una

su l'altro lito, pria ch'io intrasse in nave,

per non esser molesto ad alma alcuna.

Del legno uscito, in una aura süave

condutto fui e dentro a un campo ameno,

che un tal il mondo di lasù non have:

per quel ch'io odì', sempre si trova pieno

di casia, zigli, rose e de vïole,

e senza seme alcun rende il terreno.

Qui giongon tutti quei che de le scole

di Marte escon, tra i quai ne vidi dui

tra gli altri esser quale è fra stelle il sole.

Credo che inteso avean, non scio da cui,

ch'io fosse; onde un mi disse: “Se non sciai,

padre di quel che fusti servo io fui”.

Subito inanti a lui me ingenochiai;

sorger mi fece e l'avo tuo mostròmi,

di tanta gravità ch'io ne tremai;

poi l'uno e l'altro in disparte menòmi,

e Federico, che avea sete molta

de odir nove, del figlio dimandòmi;

e perché quel che cose grate ascolta,

poi che le ha odite, odirle anchor desia,

forza fu replicar più d'una volta.

Sì che pel dimorar ch'io fei tra via

e pel narrar, signor, tardi t'ho scritto:

di perdon degna è la tardanza mia!

Da spirti che di là vengon mi è ditto

che ognhor versi per me suspiri e pianto,

de che rimango sconsolato e afflitto:

ché, mentre avolto fui nel terren manto,

tal' doni ebbi da te, che patir morte

per te potea sol satisfare a tanto;

et oltra l'altre assai che mi fur pòrte,

di questa gratia m'avea facto degno

la mia, sino a la fin, liberal sorte.

Hor, intendendo questo novo segno

d'amor, non scio che far, ché d'un magiore

obligo debitore a te divegno;

ciascun che nasce una sola volta more:

non posso più morir, e senza questo

non è possibil pagar tanto honore.

E quel che fa che più affannato io resto

è ch'io temo che 'l duol tanto ti prema,

che a Italia e a l'honor tuo non sia molesto.

Mentre il nemico fugitivo trema,

seguil, né por giù l'honorata spada

sinché oltra l'Alpe cum vergogna gema.

Se saprai caminar per questa strada,

non fia de gloria alcun moderno o antico,

fuor che Scipion, che teco a paro vada:

lui, che fu sempre al ben publico amico,

poi che fur Publio e Gneo rotti e dispersi

in Spagna da l'exercito nemico,

vedendo i roman' cori al tutto persi,

giovenetto se offerse a l'alta impresa,

tanto che fe' Carthagine dolersi.

Cussì al presente, essendo Ausonia offesa

da gente externe e già il neapolitano

regno e gran parte di Toscana presa,

né si trovando alcun spirto italiano

che contrastasse a l'impeto del Gallo,

tu solo ardisti prender l'arme in mano;

e se ciascun nel sanguinoso ballo,

come tu, de la gloria aveva cura,

quel dì Carlo di re venia vasallo!

Fur sole le tue gente fossa e mura

al barbaro furor, come fa fede

il Taro, a Mantoa facto sepultura;

basta che l'hoste fier ritrasse il piede,

del tuo assalto impaurito, e in Hasti è corso,

lassando in preda le mal tolte prede.

Seguita, e poni al dolor crudo il morso,

e a la salute de l'Hesperia pensa,

che perso te non ha più alcun soccorso.

Col grave danno il grande honor compensa;

e considra che quella incerta e lassa

vita senza passion non se dispensa,

e che chi per il mare instabil passa

spesso in scoglio si trova, e chi fuor pasce

le pecore qualche una al lupo lassa.

Ne la guerra si more e non si nasce,

né sperar lacrimando darme aiuto,

ché, tronco il fatal fil, non se rinasce;

ma grato esser ti pò che m'hai perduto:

ché, quanto perdi cosa a te più cara,

il veneto Leon te è più tenuto.

Io mi contento, e questa morte rara

stata me è de letitia e di dolceza:

ché angustia cum honor mai non fu amara.

Saggio chi a gli bisogni il viver spreza,

né fa come l'infermo che ha thesoro

e assai più quel che la salute apreza!

Far del viver si dê come de lo oro:

spenderlo in facti necessarii e magni,

come io, che per salvar Italia moro.

Non ami me, se del mio ben tu piagni;

tempo verrà che se vedremo anchora,

non creder che per sempre io me scompagni;

fingi che gito sia in viaggio fuora

per qualche giorno e tornar debba in breve,

benché a chi ama par longa ogni dimora.

In questo mezo, aciò che te sia leve

l'expectar, in vision ti verrò spesso:

se ben longo è il camin, non me fia greve;

un simil mio, che mi fu sol concesso,

lasso a la madre cum le fasce intorno,

tu pòi in vece di me tenirlo apresso:

me teco arai de nocte e lui de giorno.