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Non è viltate a tua viltà simile,
Vergine di Sionne, in pria sì bella,
Poiché, al pietoso tuo Signor rubella,
Adorare il suo scettro avesti a vile.
Veggioti – ohimè! – sedere in terra umile,
Vedova afflitta, abbandonata ancella.
Chi servo t'ubbidia, schiava t'appella,
Negletta, schiava, obbrobriosa, e vile.
E, quando i ceppi e il duro giogo ei vede,
Te con motti e con risa e punge e insulta,
E fischia, e t'urta col superbo piede;
E batte palma a palma e grida e esulta
In veder Dio, che su dal Ciel ti fiede
E tua baldanza ha nel tuo duol sepulta.