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By Girolamo Malipiero

Anima mia, benché 'l parlar sia indarno

a le piaghe mortali,

ch'internamente in te sì spesse veggio,

pur sfogherò i miei spirti ardenti, i quali

né 'l Tevero, né l'Arno,

spenger poria, né 'l mar, ov'ora i' seggio.

Rettor del ciel, io cheggio,

per la pietà che ti condusse in terra

per farne ricercar altro paese,

che 'l tuo affetto cortese

ci mostri in tanti affanni e crudel guerra.

I cor, ch'indura e serra

Satan superbo e fiero,

apri tu, Padre, intenerisci e snoda,

e fa' ch'ivi il tuo vero

e santo amor eternalmente s'oda.

Or, alma, i' torno a te, che tieni il freno

de le belle contrade

che vanno ai sensi, il cui voler che stringa

alcun giamai, non pon far mille spade,

perché nel tuo terreno

lassi che carne e sangue si depinga?

Vano error ti lusinga,

che poco vedi e ti par veder molto,

non apparendo in te lume di fede,

e sol quel ti possede,

ch'in tenebrosi affetti il cor tuo avolto

a sé tutto ha raccolto,

sì che per luoghi strani

ti mena fuor di fruttuosi campi,

da le cui fere mani

chi fia, se non Dio, che ti scampi?

Ben provide il Fattor al tuo bel stato,

che la ragion per schermo

pose fra te e la carnale rabbia,

ma il van desir, del ben nemico fermo,

s'è poi tanto ingegnato,

ch'a mente sana ha procurato scabbia,

che come augel in gabbia,

e chiuso intorno semplicetto gregge,

ti preme il tuo tiran, e se 'l cor geme,

ti dice: – Or questo è 'l seme

de l'uomo antico, e questa è la sua legge –;

lo qual (come si legge)

dei sensi aperse il fianco;

ond'ogni gentil spirto plora e langue,

perché assetato e stanco

è spesso da l'ardor di carne e sangue.

E quinci l'opre umane in ogni piaggia

si fan tutte sanguigne

poi che 'l velen nel mondo il serpe mise.

onde par che le stelle sian maligne,

e 'l cielo in odio n'aggia.

Ma Dio, che 'l tutto sa, vole e commise

che non siano divise,

alma, le voglie tue da quella parte,

ove ti guida quel sommo destino,

che ti fe' 'l ciel vicino

per Cristo, il qual da te pur si diparte,

quando il cor tuo in disparte

altrove vuol gradire,

e venale ti fai per vile prezzo,

tal che ben si può dire

che tua salute eterna abbi in disprezzo.

Né pur t'accorgi ancor per tante prove

del diabolico inganno,

e con qual'arte contra 'l mondo scherza

l'auttor crudele d'ogni nostro danno,

e come ogniora piove

alcun flagello ch'i mortali sferza.

Da la matina a terza

prego che di te pensi, e vedrai come

gli affetti tuoi terreni ti fan vile;

però, alma gentile,

sgombra da te queste dannose some,

non far idolo il nome

del mondo vil soggetto,

ma frena la tua voglia al ben ritrosa:

privarsi d'intelletto,

peccato è nostro e non natural cosa.

Alma, non sai che Dio ti volse pria

amar, e poi suo nido

ti fece, dove così dolcemente

piacegli star come in albergo fido?

E se benigna e pia

per natura creoti esto parente,

acciò che la tua mente

a lui convenga, e sian da te portate

nel cor le pene, ch'egli doloroso

portò per tuo riposo,

quando sue membra in croce fur mostrate,

perché da te pietate

si scaccia per furore?

Sai che 'l combatter contra il ciel è corto,

anzi di niun valore,

qual con il fer leon vil cane e morto.

Deh mira, adunque, come 'l tempo vola,

e fugge ognior la vita

del fragil corpo tuo, a le cui spalle

sempr'è la morte; e pensa a la partita,

che pur ignuda e sola

conven ch'arrivi a quel dubbioso calle,

a passare questa valle

pon giù l'ambizion, l'odio e lo sdegno,

venti contrari a la vita serena;

e 'l tempo, ch'a tua pena

in mal si spende, in qualch'atto più degno

o di mano o d'ingegno,

in qualche bella lode,

in qualche onesto studio si converta.

Così qua giù si gode,

e la strada del ciel si trova aperta.

Canzon, io t'ammonisco

che tua ragion cortesemente dica,

perch'a creatura altera ir ti conviene,

le cui voglie ancor piene

son di quella sua mala usanza antica,

ch'a Dio la fa nemica:

– Proverai tua ventura –

digli, se tanto il mondo a lei pur piace,

che fia che l'assecura

che non perda del ciel l'eterna pace?