29 (RVF 128)
Anima mia, benché 'l parlar sia indarno
a le piaghe mortali,
ch'internamente in te sì spesse veggio,
pur sfogherò i miei spirti ardenti, i quali
né 'l Tevero, né l'Arno,
spenger poria, né 'l mar, ov'ora i' seggio.
Rettor del ciel, io cheggio,
per la pietà che ti condusse in terra
per farne ricercar altro paese,
che 'l tuo affetto cortese
ci mostri in tanti affanni e crudel guerra.
I cor, ch'indura e serra
Satan superbo e fiero,
apri tu, Padre, intenerisci e snoda,
e fa' ch'ivi il tuo vero
e santo amor eternalmente s'oda.
Or, alma, i' torno a te, che tieni il freno
de le belle contrade
che vanno ai sensi, il cui voler che stringa
alcun giamai, non pon far mille spade,
perché nel tuo terreno
lassi che carne e sangue si depinga?
Vano error ti lusinga,
che poco vedi e ti par veder molto,
non apparendo in te lume di fede,
e sol quel ti possede,
ch'in tenebrosi affetti il cor tuo avolto
a sé tutto ha raccolto,
sì che per luoghi strani
ti mena fuor di fruttuosi campi,
da le cui fere mani
chi fia, se non Dio, che ti scampi?
Ben provide il Fattor al tuo bel stato,
che la ragion per schermo
pose fra te e la carnale rabbia,
ma il van desir, del ben nemico fermo,
s'è poi tanto ingegnato,
ch'a mente sana ha procurato scabbia,
che come augel in gabbia,
e chiuso intorno semplicetto gregge,
ti preme il tuo tiran, e se 'l cor geme,
ti dice: – Or questo è 'l seme
de l'uomo antico, e questa è la sua legge –;
lo qual (come si legge)
dei sensi aperse il fianco;
ond'ogni gentil spirto plora e langue,
perché assetato e stanco
è spesso da l'ardor di carne e sangue.
E quinci l'opre umane in ogni piaggia
si fan tutte sanguigne
poi che 'l velen nel mondo il serpe mise.
onde par che le stelle sian maligne,
e 'l cielo in odio n'aggia.
Ma Dio, che 'l tutto sa, vole e commise
che non siano divise,
alma, le voglie tue da quella parte,
ove ti guida quel sommo destino,
che ti fe' 'l ciel vicino
per Cristo, il qual da te pur si diparte,
quando il cor tuo in disparte
altrove vuol gradire,
e venale ti fai per vile prezzo,
tal che ben si può dire
che tua salute eterna abbi in disprezzo.
Né pur t'accorgi ancor per tante prove
del diabolico inganno,
e con qual'arte contra 'l mondo scherza
l'auttor crudele d'ogni nostro danno,
e come ogniora piove
alcun flagello ch'i mortali sferza.
Da la matina a terza
prego che di te pensi, e vedrai come
gli affetti tuoi terreni ti fan vile;
però, alma gentile,
sgombra da te queste dannose some,
non far idolo il nome
del mondo vil soggetto,
ma frena la tua voglia al ben ritrosa:
privarsi d'intelletto,
peccato è nostro e non natural cosa.
Alma, non sai che Dio ti volse pria
amar, e poi suo nido
ti fece, dove così dolcemente
piacegli star come in albergo fido?
E se benigna e pia
per natura creoti esto parente,
acciò che la tua mente
a lui convenga, e sian da te portate
nel cor le pene, ch'egli doloroso
portò per tuo riposo,
quando sue membra in croce fur mostrate,
perché da te pietate
si scaccia per furore?
Sai che 'l combatter contra il ciel è corto,
anzi di niun valore,
qual con il fer leon vil cane e morto.
Deh mira, adunque, come 'l tempo vola,
e fugge ognior la vita
del fragil corpo tuo, a le cui spalle
sempr'è la morte; e pensa a la partita,
che pur ignuda e sola
conven ch'arrivi a quel dubbioso calle,
a passare questa valle
pon giù l'ambizion, l'odio e lo sdegno,
venti contrari a la vita serena;
e 'l tempo, ch'a tua pena
in mal si spende, in qualch'atto più degno
o di mano o d'ingegno,
in qualche bella lode,
in qualche onesto studio si converta.
Così qua giù si gode,
e la strada del ciel si trova aperta.
Canzon, io t'ammonisco
che tua ragion cortesemente dica,
perch'a creatura altera ir ti conviene,
le cui voglie ancor piene
son di quella sua mala usanza antica,
ch'a Dio la fa nemica:
– Proverai tua ventura –
digli, se tanto il mondo a lei pur piace,
che fia che l'assecura
che non perda del ciel l'eterna pace?