297
Manzi, passar' quegli anni,
Ne' quai l'uomo non ha d'uom che l'aspetto,
(E pur v'ha chi piacer chiama il difetto
Ed avventure i danni!)
Perch'altri allor, servi del cieco Nume,
Si credono beati
Presso que' volti amati,
Fragili più delle marine spume,
Ed affettati e molli
Fan di sé pompa a tutti i sette Colli,
Bevendo l'aria, ch'a miglior stagione
Bevver Scipio e Catone!
Altri di Cintia intorno
Fan risonar le taciturne selve
Per oltraggiar l'impaurite belve
Col rauco suon del corno,
Ed or pel piano, or su per erto monte,
Or da rupe pendente
Precipitosamente
Scendon spargendo di sudor la fronte,
Ed anelanti e lassi
S'assidon sovra rozzi tronchi o sassi:
Folle stanchezza e perduto sudore,
Senz'utile od onore!
Che pur meglio sarebbe
Seguir Marte colà dell'Istro in riva
Dietro la Turca gente fuggitiva,
Ch'a sé stessa rincrebbe,
E ritornare a suon di tromba alfine
Sovr'uomini e destrieri,
Fra prodi Cavalieri,
Lordi di polve e sangue, e intanto il crine
Da più nobil sudore
Tergersi e trar dal pesant'elmo fuore;
Poi l'un coll'altro a gara le infinite
Mostrarsi ampie ferite.
Altri da più vil cura
Pendon sospesi, e talor caggion anco;
Io, che sempr'ebbi contr'Amore al fianco
Il genio e la natura,
E da Cintia e da Marte mi divise
Il saggio Genitore,
Che al provvido rigore
Di ben tre Chiostri in cura mi commise,
In altro non potei
Far conoscer l'età degli error' miei,
Ch'in render tutte le mie voglie ancelle
Delle nove Sorelle.
Queste mi dier la mano
A salir l'erto d'Elicona monte,
Ove a me innanzi con sald'orme e pronte
Giva Aci dolce, umano,
Che mi riconfortava, e i sacri boschi
M'insegnava e le cose,
Che stanno ivi entro ascose,
E le lucide vie ne' giorni foschi,
Finché giunsi a ber l'onda,
Ch'addolcisce gl'ingegni aspri e feconda,
E surse pur dal duro selce a caso
Pel calcio di Pegaso.
Queste mi cinser spesso,
Dopo il cantar, le tempie di fioretti,
Ch'il lauro eterno a' gran' Cantori eletti
È sol premio concesso.
Così il famoso dell'Italia Reno
Mi vide, e così forse
Il Tebro, e non s'accorse
Che qui d'altri pensieri ho carco il seno
E d'altro ardor la mente,
Ch'ad impresa maggior mi fa possente.
Vi lascio, o Muse: assai conoscer fei
L'età degli error' miei.
E lascio i vostri colli,
I vostri fiumi, e le foreste e i fonti,
E in mar mi metto: ecco fuggono i monti
E le campagne molli.
In alto, in alto, ch'io non temo punto,
Benché inesperto sia
E la barchetta mia
Senta quest'acque da un sol anno appunto,
Ch'ella è d'un certo legno,
C'ha più sé stessa che i perigli a sdegno,
E in altro mar non men vasto ed oscuro
Quasi sprezzava Arturo.
Già forse fia chi dica
A voi, di me ridendo: "Ecco colui,
Che venir spera in alto mar con vui,
Qual speme mai nutrica
Folle! Vedrà quanta tempesta asconde
Questa, che sembra calma,
E in un coll'ardit'alma
Il nome ancora lascerà nell'onde,
Ché là non fiori o mirti,
Ma vi son duri scogli ed ampie sirti";
E già forse talun sul lido aspetta
Rotta la mia barchetta.
Ma invan, ch'ad uomo audace
Volge sereno la Fortuna il volto;
Io 'l provo or che dall'ozio ella m'ha tolto,
E son di voi seguace.
So ch'ardir troppo nuoce altrui sovente:
Nocque a quel di Crotone
E a quel ch'il Rubicone
Passò nemico della propria gente;
Ma se a Creta ripenso,
Veggio in quel volo sovraumano, immenso
Ch'il figlio cadde e 'l Padre si sostenne
Colle medesme penne.
E poi con questa scorta
Di tante e così ben fornite Navi,
Che lascian meco i lor lidi soavi
E buon vento le porta,
Andrò senza timor sotto ogni Cielo,
Sia pur buio o sereno
E 'l Mar di orrori pieno,
A tuoni, a piogge, a caldo estremo e a gielo,
Ché queste rompon l'onde,
E la barchetta mia tra lor s'asconde.
Così l'invidia non avrà vittoria,
E sia di lor la gloria.