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By Auteur inconnu

Manzi, passar' quegli anni,

Ne' quai l'uomo non ha d'uom che l'aspetto,

(E pur v'ha chi piacer chiama il difetto

Ed avventure i danni!)

Perch'altri allor, servi del cieco Nume,

Si credono beati

Presso que' volti amati,

Fragili più delle marine spume,

Ed affettati e molli

Fan di sé pompa a tutti i sette Colli,

Bevendo l'aria, ch'a miglior stagione

Bevver Scipio e Catone!

Altri di Cintia intorno

Fan risonar le taciturne selve

Per oltraggiar l'impaurite belve

Col rauco suon del corno,

Ed or pel piano, or su per erto monte,

Or da rupe pendente

Precipitosamente

Scendon spargendo di sudor la fronte,

Ed anelanti e lassi

S'assidon sovra rozzi tronchi o sassi:

Folle stanchezza e perduto sudore,

Senz'utile od onore!

Che pur meglio sarebbe

Seguir Marte colà dell'Istro in riva

Dietro la Turca gente fuggitiva,

Ch'a sé stessa rincrebbe,

E ritornare a suon di tromba alfine

Sovr'uomini e destrieri,

Fra prodi Cavalieri,

Lordi di polve e sangue, e intanto il crine

Da più nobil sudore

Tergersi e trar dal pesant'elmo fuore;

Poi l'un coll'altro a gara le infinite

Mostrarsi ampie ferite.

Altri da più vil cura

Pendon sospesi, e talor caggion anco;

Io, che sempr'ebbi contr'Amore al fianco

Il genio e la natura,

E da Cintia e da Marte mi divise

Il saggio Genitore,

Che al provvido rigore

Di ben tre Chiostri in cura mi commise,

In altro non potei

Far conoscer l'età degli error' miei,

Ch'in render tutte le mie voglie ancelle

Delle nove Sorelle.

Queste mi dier la mano

A salir l'erto d'Elicona monte,

Ove a me innanzi con sald'orme e pronte

Giva Aci dolce, umano,

Che mi riconfortava, e i sacri boschi

M'insegnava e le cose,

Che stanno ivi entro ascose,

E le lucide vie ne' giorni foschi,

Finché giunsi a ber l'onda,

Ch'addolcisce gl'ingegni aspri e feconda,

E surse pur dal duro selce a caso

Pel calcio di Pegaso.

Queste mi cinser spesso,

Dopo il cantar, le tempie di fioretti,

Ch'il lauro eterno a' gran' Cantori eletti

È sol premio concesso.

Così il famoso dell'Italia Reno

Mi vide, e così forse

Il Tebro, e non s'accorse

Che qui d'altri pensieri ho carco il seno

E d'altro ardor la mente,

Ch'ad impresa maggior mi fa possente.

Vi lascio, o Muse: assai conoscer fei

L'età degli error' miei.

E lascio i vostri colli,

I vostri fiumi, e le foreste e i fonti,

E in mar mi metto: ecco fuggono i monti

E le campagne molli.

In alto, in alto, ch'io non temo punto,

Benché inesperto sia

E la barchetta mia

Senta quest'acque da un sol anno appunto,

Ch'ella è d'un certo legno,

C'ha più sé stessa che i perigli a sdegno,

E in altro mar non men vasto ed oscuro

Quasi sprezzava Arturo.

Già forse fia chi dica

A voi, di me ridendo: "Ecco colui,

Che venir spera in alto mar con vui,

Qual speme mai nutrica

Folle! Vedrà quanta tempesta asconde

Questa, che sembra calma,

E in un coll'ardit'alma

Il nome ancora lascerà nell'onde,

Ché là non fiori o mirti,

Ma vi son duri scogli ed ampie sirti";

E già forse talun sul lido aspetta

Rotta la mia barchetta.

Ma invan, ch'ad uomo audace

Volge sereno la Fortuna il volto;

Io 'l provo or che dall'ozio ella m'ha tolto,

E son di voi seguace.

So ch'ardir troppo nuoce altrui sovente:

Nocque a quel di Crotone

E a quel ch'il Rubicone

Passò nemico della propria gente;

Ma se a Creta ripenso,

Veggio in quel volo sovraumano, immenso

Ch'il figlio cadde e 'l Padre si sostenne

Colle medesme penne.

E poi con questa scorta

Di tante e così ben fornite Navi,

Che lascian meco i lor lidi soavi

E buon vento le porta,

Andrò senza timor sotto ogni Cielo,

Sia pur buio o sereno

E 'l Mar di orrori pieno,

A tuoni, a piogge, a caldo estremo e a gielo,

Ché queste rompon l'onde,

E la barchetta mia tra lor s'asconde.

Così l'invidia non avrà vittoria,

E sia di lor la gloria.