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“Chi mi rammenta più volgo o fortuna?
Leggier sull'ale d'immortal desio
Men vo per l'alto a volo;
E fin che 'l tempo volgerassi al polo,
D'altro che d'ostro e d'oro
O di plebeia laude
Vedrò girne superbo il nome mio:
Ché poi che di quel fonte ebbro mi fei,
Di cui, più ch'altro, in Grecia il gran Tebano
Bevve, e nel Lazio ogni suo figlio invano,
Se non quell'un, che di Venusia venne,
L'arido sen n'asperse,
Per entro me si sperse
Vigor sì pronto a sormontar le sfere,
Che spedito e leggiere
Seguir potei quel che in Liguria nacque.
E per l'orme di lui vidi che giacque
A me davante abbandonato e smorto,
E fra disdegno e fra vergogna assorto,
L'ignaro volgo, il volgo ignaro e folle,
Del valor vero insultator protervo;
E più leggier che Cervo
Ogni ministro di mia sorte rea
Fuggirsi, o vinto al suolo
Tosto cader, ché troppo acuto il punse
L'altera gloria, che fregiommi il nome
E m'intrecciò le chiome,
Allor che di viltà schivo e rubello
Pur mossi all'alta impresa
Tant'anni a me contesa.
Dirce, possente Dirce,
U' mi traporti, or che di te ripieno
Seguo del fonte tuo l'alta possanza?
Già nulla più che sia mortal m'avanza,
E del mio grave scarco
Mi sembro sì per l'erto, alpestre calle,
Che al par de' passi miei non è più presta
Saetta, che volando esce dall'arco.
Oh bel velen di non sognata Circe!
Dirce, possente Dirce.”
Monte di nudo sasso, e di dirupi
Orrido e balze, e ripido sì forte,
Che arrestansi al gran rischio Ulule e Lupi,
Tal ivi alberga e precipizio e morte;
Con sue diserte e ruinose rupi
Tant'oltre va, che par che invidia apporte
Al poggiar delle nubi, e dentro a' cupi
Sen' delle sfere e sovra 'l Ciel si porte.
Cotal sì strania e paventosa scena
Girando intorno rincontrai col guardo
Là, donde il nuovo altero carme uscìo.
E l'orror, che sorgea di vena in vena,
Sebben mi fea nel rimirar più tardo,
Pur mirai sì che te, Menzin, vid'io.
Vidi che con magnanimo ardimento
Tenevi già del periglioso monte
Fra quella solitudine e spavento,
Di te sicuro e baldanzoso in fronte.
E cento balze già varcate e cento,
Giunto di rotto scoglio ed erto a fronte,
Per l'alto a rimirar fermasti intento,
Onde fia che movendo altri sormonte.
Mirai, l'acuto sasso intorno chiuso,
D'alta ruina a ricercarne il varco,
Ché nulla, ove posasse il piè, non era.
Né so se fede avran mie voci intera,
Qualor dirò com'uom, di carne carco,
Pel gran rischio poteo sorger lassuso.
“Dirce, possente Dirce,” ebbro la mente
Di spirto agitator, che in lui scendea
Dall'invocata Deità possente,
“U' mi traporti?”, in stranio suon dicea.
Ed ecco oltre passar veggiol repente
Per l'alto a volo, u' 'l monte si rompea,
Ché quel traportatore impeto ardente
Sicur sovra 'l gran rischio il sospingea.
Sì vincitor del dirupato sasso,
Alta mercé, che di valor l'accinse,
Sorse di là dal minaccioso passo;
Per cui veloce in guisa si sospinse,
Che al paragon saria smarrito e lasso
Qual piè spedito uman pensier mai finse.
Né nuotator, che per le facil' acque
Il piè sospinge e 'l braccio innanzi getta,
Se in calma allettatrice il mar si giacque,
Nel suo bel corso sì leggier s'affretta;
Né quel, che in val di Reno o Schelda nacque,
Sì sciolto va sull'onda in ghiaccio stretta,
Né ad augel mai sì rapido gir piacque,
Qualor fuggio da micidial saetta.
Egli là sorse più leggier che vento,
Sorse lassuso in men che non balena,
In men che non si termina un momento;
Ed io, che in me raccolsi ogni mia lena
Per lui gir dietro, al gran passaggio intento,
Volai col guardo, e pur lo vidi appena.
Tal ei ne sorvolò l'acuto scoglio,
D'alta baldanza e di gioir dipinto,
Qual se gisse in trionfo al Campidoglio,
Di sue bell'opre e di sua gloria accinto.
Quivi, qual Rege altero assiso in soglio,
Grave mirò d'intorno al gran ricinto,
Ed esultò di valoroso orgoglio,
Qual suole in campo il vincitor sul vinto;
E in giù piegando il guardo, un non curante
Sorriso aperse, e disdegnò mirarve,
Qual se spregievol vista avesse avante.
E a me, che mirar volli, e plebe e larve,
Qual egra e qual che fugge e qual tremante,
Appiè del monte alla campagna apparve.
Eravi popolar proterva schiera,
Che, il valor vero ad insultare avvezza,
Schiva alla gloria ed all'oltraggio altera,
Ciò che non è viltade odia e disprezza.
Eravi la volubile e leggiera
E cieca, che qual Nume il Mondo apprezza,
E Sorte appella; e la Calunnia v'era,
Usa togliere altrui fama e grandezza.
Eravi a fabbricar rischi ed affanni,
Ricercator d'insidie, il Tradimento,
Ricco di frodi e macchine d'inganni;
Ed il Livor nell'altrui duol contento,
E la Penuria lacerata i panni,
Né di costor men rei cent'altri e cento.
Qual della turba rea per la campagna
Sen va fuggendo abbandonato e smorto,
Qual di disdegno freme e qual si lagna,
Qual è fra lutto e fra vergogna assorto,
Che all'alto salitor della Montagna
Già fer' gran guerra ed oltraggioso torto;
Or tanta gloria il fregia e l'accompagna,
E per sentier sì nuovo al Ciel l'ha scorto.
Ei di plebe sì vil, che il Mondo aduna,
Schivo lo sguardo richiamò dal basso,
E 'l trasse ove si ruota e Sole e Luna.
Ed a cantar tornò movendo il passo:
“Chi mi rammenta più volgo o fortuna?”
E cantando sen gia di sasso in sasso.
L'udir' dall'alta cima, u' fean soggiorno,
Il gran Cantor Tebano e 'l Savonese,
E mosser pronti a rimirar d'intorno
Chi mai su 'l giogo alpestre il cammin prese.
Là vivon essi un sempre lieto giorno,
Qual mai per uom mortal si vide o intese;
E quant'essi salir', d'invidia a scorno,
Fin or non è chi tanto in alto ascese.
Solo il sonante Venusino ha sede
A lor più presso, e l'immortal campagna
Sparsa di cantor' mille Achei si vede.
E all'ultimo confin della Montagna
Dirce, la Deità possente, siede
Quivi Reina, e del suo fonte il bagna.
Poiché 'l miraro, ed ispedito e franco
Viderlo gir per l'erma erta foresta,
Più che se piume o vento avesse al fianco,
Sì forte maraviglia in lor si desta,
Ch'a gli occhi proprj lor non credon anco;
E ne restar' qual cui stupore arresta,
Lo sguardo mai di rimirarlo stanco,
Mentre sorgea da quella rupe in questa.
E in fin sì ravvisollo alla favella
Il Ligure, che chiaro onde venisse
Dir s'udio: “Flora mia sarà ancor bella.”
E negli occhi mostrò qual ne gioisse,
Che gli brillar' qual scintillante stella,
E sempre fisso in lui dolce li disse:
“Chi può mirarti
E non lodarti,
Figlio del mio bell'Arno,
Per cui m'accorgo,
E in gioia sorgo,
Ch'io pur non vissi indarno?
Tu da' miei detti
Pensieri eletti
Per entro te raccogli,
E girne a volo
Lungi dal suolo
La mia Firenze invogli.
Quant'io l'amai
E l'adorai,
Per te 'l conosci appieno;
Quanto io l'amai
E l'adorai,
Ella se 'l sa non meno;
Ché in ogni parte
Delle mie carte
Suonano i pregi suoi,
E ne rimbomba
Or cetra, or tromba
Dagli Esperi agli Eoi.
Cantai talora
Della mia Flora
I Regi augusti e grandi,
E riverente
Nomai sovente
Gran' Cosmi e gran' Fernandi;
E qualor giacque
Sperso nell'acque
Popol di rea Meschita,
Di Tosche prore
Al gran valore,
Cilice o Tripolita.
E dissi poi
Degli altri Eroi,
C'han negli scudi loro,
Vaghi a vedere,
E Lune e Fere,
E Rastri e Chiavi d'Oro.
Tu gl'incliti Nipoti, al Ciel diletti,
Com'io già gli Avi dall'obblio sottrassi,
Eternerai negli immortal' tuoi detti;
C'hanno ancora i giorni tuoi
E gran' Cosmi e gran' Fernandi,
Che disceser da quei grandi,
Che fur dell'arco mio segno ed Eroi.
E dirai poi
Degli altri, che improntar' gli scudi loro,
Vaghi a vedere,
Di Lune e Fere,
Di Rastri e Chiavi d'Oro.
Di questi, altri vegg'io girne possenti
U' la bella Partenope si bagna,
Possenti d'oro e tributarie genti,
E mietere nel Lazio ampia campagna;
Altri a regger piegarsi
Di Cosmo il giusto la real famiglia;
Altri la man li porge,
Qualor da terra ei sorge,
Ed in cocchio real prende a posarse.
E vi vegg'io
Tal, per cui mi rinnuova antica doglia,
Che di valor mi spoglia;
Acerbo ancor, ma vigoroso erede
Di quell'inclito ed augusto,
Per cui già mi fei pastore;
E 'l recise il fato ingiusto
De' suoi giorni in su 'l bel fiore,
Onde flebile zampogna
Animai di sette canne,
E m'udir' gregge e capanne
Dir nell'alto affanno mio:
‘Addio già Tirsi, ed ora polve addio.’
Vieni accinto, qual forte,
L'ardito fianco, e per l'alpestra via
Segui, e non paventar rischio di morte,
Ché 'l vincerai,
E n'anderai,
Del volgo a scorno e di contraria sorte,
Leggier per l'alto a volo;
E fin che 'l tempo volgerassi al Polo,
D'altro che d'ostro e d'oro
O di plebeia laude
Girne superbo il nome tuo vedrai:
Segui, ché 'l vincerai.”
E detto questo ne rifulse ed arse
Sì vivo in vista ed in sembianza lieta,
Che mai sì chiara a mezzo Ciel comparse
La bella lampa del maggior pianeta.
E quindi a piena man, Menzin, ti sparse
Del più bel Lauro, che lassù si mieta,
Che vigor t'inspirò da sollevarse
Più ch'altro mai Pindarico Poeta.
Tu ne segui l'augurio, e in dietro lassa
Del volgo in preda ogni mortal desio,
Ch'ogni più bel pensier rompe od abbassa;
E sì rischiara il fosco veder mio,
Che mentre il volo tuo sormonta e passa,
Scorger, se non seguirti, almen poss'io.