3° Giorno

By Torquato Tasso

Sono città del suo valor superbe,

e di bellezza e d'arti varie e d'opre

maravigliose, e di edifici eccelsi,

od onorate pur di gloria antica,

che dal nascer del giorno al sol cadente,

e talor anco insin che gira intorno

la fredda notte il suo stellato carro,

empion di turba lieta e di festante

piazze, campi, teatri adorni e logge,

ove a' diletti vari intende e passa

l'ore del dì fugaci e le notturne

lunghe ed algenti; e nel volar del tempo

pur se medesma volontaria inganna.

Altri da l'apparente e vana fraude

d'arte fallace, ond'è schernito il senso,

deluso pende, e ne' prestigi incerto

maravigliando quasi il falso afferma.

Ed altri a l'armonia di vari accenti,

o pur al dolce suon di cetra o d'arpa,

che l'alme acqueta e il cor lusinga e molce,

e gli tien lieti o mesti in varie tempre,

oblia le cure. Altri carole e balli

lieto rimira, e d'impudica donna,

che 'n varie guise, e quasi in varie forme

le pieghevoli membra e muove e cangia,

mira i lascivi salti e i modi e l'arti

lusinghieri e vezzosi, e parte agogna.

O dove splende pur dipinta scena

di colori e di lampe, e quinci inalza

gli archi e le mete, e 'ntorno a' sacri tempi

con marmorei giganti alte colonne,

piange i casi d'Edippo o di Tieste;

e 'n finto cielo il finto sol gli appare

tornar turbato a dietro in mezzo il corso;

o con Davo e con Siro allegro ride

degli scherniti vecchi i falsi inganni.

Altri i destrier feroci e pronti al corso,

a destra ed a sinistra in giro volti

risguarda, o 'n chiuso arringo o n'largo campo

i simolacri pur d'orrida guerra

al chiaro suon de la canora tromba

contempla, e de i guerrier l'insegne e l'arme.

E lor virtù con lieti gridi essalta.

Ma noi, che 'l Re del ciel, fattore e mastro

d'opre meravigliose invita e chiama

a contemplare il magistero e l'arte

divina, e questo suo lavoro adorno,

ch'è di cose celesti e di terrene

con sì diverse tempre in un contesto,

sarem pigri a mirarlo? o pur languenti

ascolterem come l'eterno fabro

fè di sua man le maraviglie eccelse?

E non più tosto rimirando intorno

questa sì varia e sì mirabil mole,

ciascun per sè con la sua mente indietro

ritornarà, pensando al primo tempo

ch'ebbe principio il tempo e 'l novo mondo?

In guisa di gran volta il ciel ricopre

le somme parti e gli stellanti chiostri,

onde con tante faci altrui risplende

questo sacrato a Dio sereno tempio.

E 'n se medesma si riposa e fonda

la gravissima, vasta e rozza terra;

e l'aer vago si diffonde intorno

tenero e molle, in cui non trova intoppo

chi si move per lui, sì pronto ei cede,

e ch'altri il fenda di leggier consente.

Senza contesa egli si sparge a tergo,

umido nutrimento a chi respira

porgendo, e dolce refrigerio interno,

tanto è l'aer amico al vago spirto.

L'acqua ancor nutre; ed opportuna a gli usi

della vita mortal nel mondo immondo

ordinata lor fu dal Padre eterno.

Ma non contenta già d'incerta sede

ebbe termine propio e certo loco

tra suoi certi confini, in cui s'accolse

ubbediente, e ragunossi insieme

al comandar de la divina voce.

Disse il gran Dio: "L'acqua, ch'è sotto al cielo,

in una ragunanza omai s'accoglia,

perchè l'arida fuori indi si veggia".

E così fatto fu. L'acqua repente,

ch'è sotto i giri del sereno cielo,

nelle sue ragunanze allor s'accolse,

onde veduta fu l'arida parte;

e l'eterno fattor per propio nome

l'arida chiamò terra, e l'acque ondose

mare nomò ne gli ampi spazi accolte.

E come suol talor ceruleo velo,

che gran teatro ricoprendo adombri,

quinci e quindi ritratto in sè raccorsi,

e discoprir de la dipinta mole

archi, statue, colonne, altari e tempi:

così al raccor de l'umida natura,

ne l'arida appariro il piano e i colli,

e gli altissimi monti alzar la fronte,

dianzi coperti, imperiosi in vista.

E 'l mare ondoso mormorando a pena

lavava i piedi al mauritano Atlante,

e del gran Tauro e di Parnaso e d'Ato,

ch'allungar può la breve e fragil vita

de' mortali egri, e d'Apennin nevoso

l'ime parti bagnava, e quinci e quindi.

E correvano al chin dal seno alpestro

de gli aspri monti i rapidi torrenti,

e con rimbombo impetuoso, al corso

precipitando gian le torbide onde;

correano a basso i quieti e lenti fiumi,

e 'n giù correano i lucidi ruscelli.

Però che Dio con la parola eterna,

che scendesser correndo a l'acque impose,

e da principio l'affrettare il passo

fu comandato a l'umida natura

de l'acque vaghe. E lor negò quiete

de la divina voce il santo impero.

Perchè ne l'ozio l'acqua è pigra e torpe;

e là dove ella s'impaluda e stagna,

da neghitoso grembo esala intorno

vapor grave e nocente, e fieri spirti

d'aure maligne, onde perturba il cielo

e quasi l'aria infetta, e parte in seno

malsano nutrimento accoglie e serba

nel suo limo tenace, onde sovente

lo sfortunato abitatore ammorba.

Ma l'acqua che veloce in giù discende,

da qual parte il suo corso ella rivolga,

salubre i sani in su l'erbose rive

nutre, e i tesori suoi lieta dispensa:

pesci con auree squame e molle argento,

o liquidi cristalli onde s'estingua

l'ardente sete a' miseri mortali.

Ma più salubre è, se tra vive pietre

rompendo l'argentate e fredde corna,

incontra il novo sol che 'l puro argento

co' raggi indora, i passi in bene avanza,

quasi rimembri obediente ancella

de l'alta voce ancora il suon celeste,

che pria la mosse e la fè pronta al corso.

Ma s'è natura pur ch'è propia a l'acque,

l'andare a basso e 'l non fermarsi in alto,

ricercando quiete in umil parte,

a che fu d'uopo la divina voce?

Bastar potea la sua natura al corso,

e fu soverchio il commandar severo

che le tolse il riposo, e 'n moto eterno

la fè inquieta, instabile e vagante.

E pur fu necessario il santo impero,

però che 'l suon de la parola eterna,

se criò l'acque, creatore insieme

fu de la mobil sua natura errante,

che la conserva; e nel suo moto eterna

quasi la rende, e l'assomiglia al cielo.

Onde la sua natura è certa legge

de l'immutabil verbo, e certa sede

dopo il suo lungo corso a lei prescrive.

Ma quivi ancor da le superne rote

agitata si move, e torna indietro,

cedendo intanto a l'arenosa terra

gli usurpati confini. E 'n questa guisa

segue del sole e de le stelle erranti,

ma più de la vicina e bianca luce,

il certissimo errore e 'l vago giro;

e da sei ore in sei s'avanza o scema.

Però che quando a l'orizonte ascende

la vaga luna, in riva al mar sonante

cresce il canuto flutto, e i lidi inonda

vittorioso, e parte o copre o sparge

d'arida terra, insin ch'al sommo cielo

aggiunga de la luna il freddo carro.

Quinci mentre ella a l'orizonte estremo

declina in ver l'occaso, il mar decresce,

e 'n se medesmo si raccoglie e scopre

di bianchissima spuma i lidi aspersi.

Ma ferve il mar di novo, e 'n fera vista

gonfia l'onde spumanti, e spazio ingombra

ne l'occupata terra, allor che torna

ella a quel punto de l'opposta parte,

e ne l'altro emispero ad altre genti

altissima risplende in mezzo al cielo.

Di novo cala il mare, e 'n umil faccia

l'onde, fervide dianzi, appiana e queta,

e par che fugga ed abandoni il lito,

quando la luna fa ritorno in alto

nel suo oriente, ond'ella a noi si mostra.

Ma non serba ogni mar l'istessa legge,

quando egli cresce o scema, e varia 'n parte

l'ordine e 'l moto, e 'n altri modi ondeggia.

Presso i Tauromitani assai più spesso,

e ne l'Eubea, come si legge, il mare

ben sette volte il dì s'avanza e scema.

Gran maraviglia, onde sublime ingegno,

affaticato e vinto, a morte aggiunse,

mentr'ei cercando la cagione occulta,

si dolse che natura a noi l'asconda

nel suo profondo e tenebroso grembo.

Ma tre fiate il giorno assorbe e mesce

l'onde la tempestosa empia Cariddi,

da cui latra non lunge orrida Scilla.

Altri mari vi son, come s'afferma,

che ne lo spazio pur d'un mese integro

soglion due volte alzar l'onde spumose

e due volte inchinarle in sè ripresse.

Anzi nel mar degli Etiopi adusti

non v'ha flusso e reflusso. E più lontano

sotto un altro emispero e un altro polo,

in cui non splende il pigro Arturo e l'Orsa,

solca un gran mar d'una perpetua pace

l'ardito navigante. E quel ch'intorno

la terra mormorando ognor circonda

indomit'ocean, respinge e caccia

lunge nel crescer suo torrenti e fiumi:

tal che paion, fuggendo, i porti e 'l lido

lasciar per tema, e le deserte arene,

e tornarsene indietro a' propi fonti:

tanto è il poter che gli reprime e sforza

de l'ocean, che mugge alto e superbo.

Ma 'l Ligustico seno, e quel de' Toschi,

ch'ondeggia appresso a la novella Pisa,

ch'a più onorati studi i premi serba,

e le corone a le più dotte fronti,

non ha quasi de l'onde il moto alterno.

Ma se da prima l'acque al chiaro suono

fur mosse già da la divina voce,

perchè cercare in terra o 'n mezzo a l'onde

altra cagion del lor perpetuo moto,

o pur là sù fra li stellanti chiostri?

Come fer molti, il cui pensiero ondeggia

pur quasi d'acqua il tremolante lume.

Altri al moto divino, onde si gira

la spera più sublime, assegna e rende

l'alta cagione; altri a le stelle erranti,

a quelle più de la più bassa luce,

ch'è più vicina, a quinci ha maggior forza

ne le cose mortali a lei soggette.

E di questi, altri vuol ch'obliquo o dritto

il bianco raggio inalzi l'onde o spiani;

altri che de la luna il pieno aspetto

riempia il mar di tempestoso flutto

e scemando lo scemi; ed altri afferma

che per consentimento di natura

tacito imiti il mar del cielo il corso;

ma sono questi in ciò quasi concordi.

Altri de' venti al respirare obliquo,

e 'n se stesso ritorto, il corso a l'onde

ritorce, e le commove or quinci or quindi.

Altri fu, che seguendo antica fama,

disse che 'l mar, quasi spirante e vivo

grande animal, che del gran mondo è parte,

manda fuori e raccoglie il corso e le onde,

spirando e respirando in vari modi.

Altri ne l'inegual suo letto angusto

non vuol che trovi il mar riposo o pace,

e quinci sempre egli si mova e lagni

con roco pianto; e l'inquieto regno

gli sia di guerra pur turbato campo.

Ma più si mova fra le parti eccelse,

che son quelle rivolte al freddo Carro,

là dove sempre di gelato umore

gravidi e pieni son gli orridi monti,

lo qual compresso in mar si stilla e versa.

E perchè la gelata alta palude,

che l'Aquilon superbo astringe e 'ndura,

è più sublime assai, però discende

ne l'inospite Eussino. E quel trascorre

nel mar Egeo col suo veloce flutto.

Ma poi respinto d'arenosa piaggia

fa l'Egeo ne l'Eussin ritorno, e riede

l'Eussin ne la Meotica palude.

Quinci hanno i mari ognor flusso e reflusso.

Alcun vi fu di più sublime ingegno,

ch'a non giuste bilance il mar somiglia,

ed una parte sua solleva in alto,

l'altra deprime a l'arenoso fondo;

ma da quel favoloso antico varco,

ove Alcide inalzò le mete e i segni,

come si disse, e da l'ondose porte,

se pur sue porte ha l'ocean profondo,

in guisa di torrente il mar si sgombra

di seno in seno; e con diversi aspetti

egli se stesso pur figura e stringe

tra' curvi lidi e l'arenose sponde.

Anzi fu l'alta man del mastro eterno,

che 'n tante forme figurollo e finse,

or facendo il mar lungo, or tondo, or quadro

e 'n guisa di piramide e di croce

anco formollo, e di mirabil vaso:

sì come là, dove il Tireno inonda

di Partenope bella i lidi e i colli,

gran tazza colma di spumoso umore.

Ma qual si sia del mar la forma o 'l moto,

posa diurna mai, posa notturna

non trova, nè silenzio in chiaro tempo

od in turbato, ed in orror profondo,

benchè i silenzi ne l'amica notte

abbia la luna. Io la cagion primiera

non reco al sole o a le stelle erranti,

non a' raggi di luna obliqui o dritti,

non al ritorto respirar la rendo

de gl'inquieti venti o al vario fondo,

in cui s'appende il mar sospeso in lance.

Chè la prima cagion fu l'alta voce,

movendo il cielo in giro e i mari insieme.

Da' quai, com'altri disse, in giro parte

l'onda, ed al suo principio in giro torna.

Deh, se giamai sovra una viva fonte

che d'acqua intorno larga copia spande,

sedesti lasso, e nel pensier t'occorse

chi è colui, che fuor del seno algente

della profonda e tenebrosa terra

manda fuor l'acqua, e chi la spinge avanti,

perch'ella mai non cessi e non s'arresti?

quai sono i vasi e le spelonche interne

da cui deriva? ed a qual loco affretta

mai sempre il corso? ed onde aviene e come

che questa mai non manchi e quel non s'empia?

Questi effetti sì ascosi al nostro senso

pendon da quella prima e chiara voce,

ch'a l'acque indulse, e le fè pronte al corso.

Tu, che volgesti pur le carte antiche

e spesso volgi le moderne illustri,

ricorda pur fra te come rimbombi

di quella prima voce il chiaro suono:

"Si ragunino l'acque". E quinci inalza

il tuo pensiero a le cagioni eterne.

Il correr pria fu necessario a l'acque,

per occupar la certa ed ampia sede:

giunte nel propio loco, a lor convenne

in se stesse fermarsi, ed oltre il corso

non affrettar con un perpetuo errore.

E quinci certo avien ch'al fin si scorga

ogni torrente in mare, e 'l mar non s'empie:

perchè fu dato in sorte a l'acque il corso,

e circonscritto entro a' confini il mare,

come impose il buon Re che fece il mondo.

E quel suo comandar fu prima legge:

legge eterna e comune, a cui rubella

non è natura, e tra gli spazi angusti

queta il mar violento il fiero orgoglio.

Se ciò non fosse, ei già diffuso e sparso

coperto avria con un dilluvio eterno

la bassa terra ch'ei circonda e parte.

Nè quel di lei, che fuor de l'acque appare,

picciolo spazio, ei lascerebbe intero

a' faticosi e miseri mortali.

Quando agitato è più fra tuoni e lampi

dal gran furor de' procellosi spirti,

e volge al lido e sino al cielo inalza

gran monti d'onda rapidi e spumanti,

a pena tocca l'arenose rive,

che 'l suo furor si frange; e 'n lieve spuma

d'impeto si dissolve, e rotti e sparsi

caggion i monti, ond'ei ritorna indietro:

qual de l'arena più minuta o vile

o debil cosa più trovar potreste?

o qual più violenta e più superba

de l'orgoglioso mare? E pure a freno

l'arena tien del mar l'orgoglio e l'ira.

E non temerem noi quel Re superno,

che pose al mar con sì mirabil arte

per termine l'arena? e perch'uom pensi

al magistero, egli medesmo il dice.

Qual potrebbe altro intoppo o qual divieto,

qual podestà terrena o legge o forza

tenere il Rosso mar, sublime e gonfio,

ch'a l'Egitto, di lui più cavo e basso,

fatto avria prima impetuoso assalto,

e lui sommerso entro i suoi vasti abissi?

Già con l'Indico mar si fora aggiunto

senza fatica e senza ingegno od opra

de gli industri mortali e senza il vanto

de' superbi tiranni. Il gran Sesostre,

ch'i regi catenati al duro giogo,

quasi cavalli o buoi, soggetti a forza

tenne, e tragger gli fece il propio carro

per le già dome e soggiogate genti,

quel Sesostre (dico io), terrore e scempio

de' regni d'Aquilone, ov'egli in alto

pose la sede (e ben di ciò si gloria

con fama antica il favoloso Egitto),

quell'istesso Sesostre il mar de gl'Indi

e l'Eritreo tentò d'unire insieme

con quel d'Egitto, e la mirabile opra

il re possente abbandonò, temendo

che sommersa dal mar la verde terra

non rimanesse. E quella istessa tema

poscia ritenne il successor di Ciro.

Eran, quando fu dato il corso a l'onde,

pieni di cavernosi e curvi monti

gli antri e le tenebrose atre spelunche,

e le valli palustri in varie forme

pendenti, ed ime in fra montagne e colli.

E, quasi eguali al mare, i larghi campi

eran già colmi di argentato umore,

e tutti insieme si votar repente

al comandar de la divina voce.

Da cui l'acque fur mosse, e in giù sospinte

da le quattro del mondo avverse parti,

e 'n una ragunanza insieme accolte.

Anzi nel tempo istesso allor costrutti

per opra fur de la divina destra

i larghissimi vasi, i fonti e l'urne,

e gli altri lochi, in cui s'accoglie o versa.

Non era ancor di là del varco angusto

che divide con l'onde Abila e Calpe,

anzi Libia ed Europa, il mar d'Atlante,

nè quel sì spaventoso a' naviganti

tempestoso ocean, che 'ntorno inonda

di Gerione i fortunati regni,

e l'Inghilterra e la vicina Irlanda;

ma fur di quella voce al gran rimbombo

fabricate le rive e 'l vasto letto,

in cui si radunar l'acque correnti.

Nè contra il vero insuperbire ardisca

l'esperienza de' mortali erranti

fallace e vana, a cui di pochi lustri

il brevissimo spazio orgoglio accresce.

Perchè, dico io, se ben riguardi e pensi

il numero de' secoli volanti,

a lui non giunge esperienza umana.

E non adduca incontra noi l'esperto

che del mondo cercò le parti estreme,

fosse, stagni fangosi, imi e palustri

laghi, in cui si raccoglie il pigro umore,

che Dio stimò di sì gran nome indegni,

e mari egli chiamò sol l'ampie e grandi

ragunanze de l'acqua, anzi quell'una

grandissima e perfetta, in cui s'accoglie,

come in suo luogo, il liquido elemento.

E come il foco, che diviso e scevro

in parti minutissime, risplende

qui per nostro uso in verde legno, e 'n esca

arida, in forma di carbone acceso,

o di lucida fiamma o di fumante,

per cui si sparge in cenere e 'n faville,

ma sotto il ciel, ch'è men sublime ed ampio,

nel cavo spazio si raccoglie insieme;

o come l'aria, che si spande e spira

per varie parti, e ne l'occulto grembo

passa de l'onda, onde gorgoglia e spuma,

e fra spelunche e cavernosi monti

penetra ancora, e ne l'interne vene

de la profonda e tenebrosa terra,

ma pure insieme il propio loco ingombra;

così l'acqua non men s'aduna e sparge

in vario letto e tra confini angusti,

ma poi raccolto in voto spazio e vasto,

empie il salso elemento il propio sito.

L'altre acque in varie parti insieme accolte,

a questa somiglianza anco sortiro

de' mari il nome sì famoso e illustre.

Sì come là, dove Aquilone algente

versa mai sempre le pruine e 'l gelo

e i larghi campi e gli aspri monti agghiaccia,

che son canuti di perpetua neve.

Ivi, come la fama a noi divulga,

sono ampissimi stagni, e nel profondo

letto e fra le superbe orride rive,

quasi emule del mar alte paludi;

e in gel converse, anzi indurate e strette,

quasi in lucente adamantino smalto,

de le veloci rote il corso e 'l pondo

sostengon del gravoso ed ampio carro

che gli animali ignoti a' nostri sensi

soglion tirar, la fronte alta e superba

di più ramose armati e lunghe corna,

facendo lunga strada al grave plaustro

là 've dianzi correa spalmata nave.

Ma di tutti maggior candido lago

là sotto i sette gelidi Trioni

biancheggia, e quasi eguale al mare Ircano

molte ha d'intorno a le sue algenti sponde

città, provincie, regni, ignote genti,

popoli barbareschi; e questi a caccia

van per le rive, chè gli augei volanti

o su per l'onde e dentro a l'onde istesse

cercan l'umida preda e 'l cibo usato

de gli animai squamosi e de gli alati.

Botnia, Botnia pescosa, assai vicina

a i più lontani ed ultimi Biarmi,

intra que' suoi gelati orridi monti

ha molti quasi mari; e nutre e pasce

pur di quell'esca le propinque genti,

e potria mezzo nutricarne il mondo.

Nè di Venere il lago in altra parte,

che sotto l'Orse si dilata e spande,

e nel suo spazioso e largo seno

per ventiquattro porte i fiumi accoglie,

ch'entrano in lui; ma solo aperto un varco

lascia al precipitoso uscir de l'acque,

che per sassoso calle al mar sonante

corrono, e 'l suono i suoi vicini assorda.

Ei molti accoglie ne l'ondoso grembo

isole e tempi sacri al Re celeste,

in cui s'adora con pietoso culto.

Quivi il lago di Melce anco vi stagna

fra 'l regno di Suezia e quel de' Goti.

Quel di Vetere appresso ivi mareggia,

e di fulmine il tuono, o di metallo

imitator del fulmine, rassembra

con quel de l'acque, allor che d'alto il corso

move precipitando: onde sovente

tonar diresti e fulminare il ferro,

che l'alte mura impetuoso atterra.

E l'uno e l'altro di metalli abonda,

sì ricche son l'aventurose rive

di gran vene d'argento e di ferrigne.

Ha 'l regno di Norvegia il propio lago,

che 'n vece di prodigio in sen si nutre

orrido, spaventoso, empio serpente.

L'ha quel d'Ibernia, ov'uom languente ed egro

non può stanco spirar lo spirto e l'alma,

se quinci non è tratto. E fra' Britanni

si vede un lago, che pur scema e cresce

con ordine contrario al mar sonoro:

in cui, quando egli cala, il lago inonda,

ma l'onde a sè raccoglie e torna indietro,

quando più ferve l'ocean superbo.

Ha Scozia il Tazio di famoso grido,

e la maravigliosa alta palude,

che quando è più sereno e puro il cielo,

nè si movon per l'aria o venti od aure,

si gonfia, non so come, e l'onde accresce.

Molti Germania e Francia, e quel famoso,

da cui il Rodan si parte e 'n mar trascorre.

A la palude Lugea, onde si vanta

la nobil Carnia, lunga età vetusta

non ha scemato ancor l'onore e 'l grido:

quivi si pesca prima; e poi ch'è fatta

secca ed asciutta, in lei si sparge il seme

e si raccoglie; e tra le verdi piante

prende l'abitator gl'incauti augelli.

E 'n tal guisa divien che 'n vari tempi

l'istessa sia palude e campo e selva.

E di Tracia e d'Arcadia ancor son conte

le maraviglie; e ne l'avversa parte

del mondo, dove il sole asciuga ed arde

la terra, sono ancor nel suolo adusto

di mirabil virtù paludi e stagni,

a cui di mar non fu negato il nome.

In Giudea per miracolo s'addita

quello in cui piovve già dal cielo ardente

la giusta fiamma, e l'altro a lui vicino,

onde prima il Giordan si move e scende.

Fra Palestina giace e 'l verde Egitto

ne' deserti d'Arabia un ampio lago

detto di Semhovite. Or perchè narro

o d'Arabi o di Siri acque stagnanti?

s'ancor la terra d'Etiopi e d'Indi,

via più soggetta al sol, s'irriga e bagna

de' suoi laghi famosi? e si racconta

che d'alcuni bevendo uom folle e stolto

tosto diviene, e pur dal sonno oppresso

si giace e da mortifero letargo.

Oltra le mete ancor d'Alcide e i segni,

fra 'l tropico del Cancro e l'ampio cinto

che la spera maggior divide e fascia,

ne' regni dianzi ignoti un lago ondeggia,

lo qual non d'ora in ora o scema o cresce

nè d'uno in altro giorno, e non s'avanza

di stagione in stagione o d'anno in anno.

Ma in guisa d'uom terren, che tardi aggiunga

al suo perfetto stato, e tardi ancora

declinando di sè minor divegna,

per cinquanta anni egli s'accresce e colma,

ed altrettanti poi si scema e vota.

Ma dove, Italia bella, omai tralascio

i laghi tuoi descritti in mille carte

e chiarissimi ancor di fama e d'onde?

Chi tace il Trassimeno? o quel ch'accoglie

nel dolce seno la città di Manto?

o 'l grandissimo Lario o 'l gran Benaco,

ch'assomiglia del mar l'orgoglio e l'onde?

o tanti altri, onde lieta ancor t'inondi?

Perchè taccio io le maraviglie antiche

de' stagni di Rieti, in cui vedeansi

l'isolette ondeggianti ir quasi a nuoto?

o nel lago Tarquinio i boschi ombrosi

ir su per l'onde, e variar sovente

forma e sembianza or con ritondo giro,

or con tre lati, e fare il terzo acuto?

Ma de l'opre di Iddio chi mi trasporta

a narrar di natura i vari effetti

antichi e novi? e riempir le carte

sacre a la maestà del Re superno

d'altro onor, d'altra istoria e d'altro nome,

o d'altre rare maraviglie eccelse,

che de le sue medesme? o pur son anco

l'opere di natura opre divine?

E 'l magistero di natura è l'arte

del fattor primo, ond'è fattura e figlia

la gran madre natura; e 'n lei s'onora,

e 'n lei si riconosce e si contempla

il saper e 'l poter che tutto avanza

de l'alto Re, ch'è suo fattore e Padre.

Lo qual de' mari diè l'imago e 'l nome,

e l'ondeggiar con tempestoso flutto

a l'acque insieme accolte. E pur di tante

fece un sol mar con magistero illustre,

ma pur in parte occulto a' sensi erranti,

ed uno sol de l'acque ampio elemento;

a cui fra la gravosa e stabil terra

e l'aer leve e vago egli prescrisse

la sede e 'l propio loco, e quinci e quindi

pose i fermi confini e quasi eterni.

Un solo adunque è il mare insieme aggiunto

d'acque infinite e d'infiniti abissi,

come affermar quei che di sole in guisa

lustrar la terra o circondarla intorno,

peregrinando da l'occaso a l'orto

o da' regni di Borea a' regni d'Austro.

Bench'alcun sia che stimi il mar Ircano

da ciascun altro mar scevro e disgiunto,

perchè tutto di rive intorno è cinto.

Nè dimostra altrimenti il vago senso,

come ben dimostrò l'antico errore

di chi pensò che ne l'istessa guisa

separato ancor fosse il mar Vermiglio

e quel de gl'Indi. Ma non senso o certa

esperienza di mortali industri

può dimostrar ch'a gli altri mar unite

sian l'onde caspie, che divise e 'ntorno

son circondate da sì lunga terra.

Ma sol il peregrino ed alto ingegno,

ch'ascende al cielo, e gli stellanti chiostri

di spera in spera alfin trapassa, e varca

i confini del mondo e i spazi angusti,

esposti a sensi, e con eterna pace

si congiunge a le pure eterne menti.

Il medesimo ingegno i letti e 'l fondo

cerca de' mari ondosi, e va sotterra

spiando le più occulte e interne parti,

che ne' secreti suoi natura asconde:

questo osò d'affermar del Caspio mare

che sotterra con gli altri ancor s'aggiunga,

come del greco Alfeo, come del Tigre,

come de gli altri fiumi ancor si legge.

Però che Iddio, qual fondatore antico

d'alta cittate, od architetto illustre,

che per uso di lei profonde e lunghe

strade faccia sotterra al corso occulto

de l'acque vaghe, e le conduca altronde

o da fonte o da fiume o da palude:

tal de' mari forò le vie nascoste

dentro la tenebrosa e fredda terra;

e da' suoi fonti le rivolse in giro

il Dedalo divin, se dir conviensi,

sì che non sol congiunto al mar di Gade

è l'Africano insieme e quel de' Sardi,

e 'l Ligustico appresso e 'l mar Tireno,

l'Adriano, l'Ionio e pur l'Egeo

con tante isole sue, con tanti porti,

e 'l Mirteo suo vicino, e seco il Ponto

con l'Ellesponto, e la palude amara.

Ma d'Arabi e di Persi e d'Indi adusti

i larghi seni a l'ocean profondo

son pur congiunti, e 'n più mirabil modo.

Il Caspio mar, che si rinchiude e copre

per tanto spazio, e poi da gli altri appare

diviso, e quasi peregrin solingo,

l'alta unione e 'l gran principio asconde.

Non disse allora Iddio: "La terra appaia",

ma "L'arida si veggia". Arida volle

chiamar la terra, e dimostrar col nome

ch'arida fu la terra avanti il sole,

avanti che nascendo il sole in cielo

la seccasse co' rai, e 'n membra asciutte

l'antichissima madre arida apparve.

Però ch'al suon de la divina voce

corsero tutte l'acque in giù repente,

ond'ella ne restò fangosa e mista

d'acque stagnanti in male adorno aspetto.

Ma fu sua prima qualità vetusta

l'esser arida; e secca è nota antica

che la disegna e sua sostanza adempie.

Come è propio de l'acqua il freddo, e 'l caldo

del foco, e l'aria è d'umida natura,

così a la terra l'arido conviensi.

E sì come al muggire è noto il tauro,

e 'l fier leone al suo ruggir superbo,

e 'l cavallo al nitrir, così la terra

per l'arido s'informa e si distingue.

Ma de' primi elementi ancora immisti

ciò solo intender può l'accorta mente

contemplatrice de gli obietti eterni.

Ma poi che a' nostri sensi omai soggetti

son de le cose instabili e caduche

i gran princìpi, onde perpetua guerra

è sotto il giro de l'algente luna,

in lor nulla di puro o, di sincero,

o di semplice vedi o di solingo;

ma son mischiati insieme, e 'n lor s'accoppia

l'una con l'altra qualità primiera.

Onde la terra insieme è secca e fredda,

fredda ed umida l'acqua, umida e calda

l'aria, ma sovra lei vicino al cielo

è caldo e secco per natura il foco.

Così le qualitati a coppia a coppia

ne' primi corpi son congiunte insieme,

per cui l'uno con l'altro in un si mesce

in breve pace. E come aviene in danza,

che alcuno in mezzo è con due mani avinto,

e con due mani avince, e quinci e quindi

l'intrecciata carola in lungo giro,

mentre ella si rivolge, 'n sè ritorna;

così de gli elementi il coro e 'l ballo

si gira in cerchio ed in se stesso ei riede,

però che l'acqua col suo freddo unita,

quasi con una mano, al suolo algente

è de la fredda terra, e d'altra parte,

con altra quasi mano umida tocca

l'aria, che posta pur fra l'acqua e 'l foco,

sè per l'umido suo con l'acqua implica,

e col suo caldo sè accompagna al foco.

E de le due nature in sè discordi

e guerreggianti, la contesa e l'ira

divide e parte, e lor congiunge in lega.

Oh mirabil del mondo, in un congiunta

con varie tempre e con tenaci nodi

catena indissolubile e più salda

che duro ferro o lucido adamante,

per magistero del superno fabro!

Oh de le cose instabili e caduche

ordin fermo, costante e quasi eterno!

Che nel tuo variar perpetuo osservi

leggi incorrotte, universali, antique,

che note sono a l'Etiope adusto

ed al gelido Scita; e parte assembri

ne le vicende e nel tuo moto incerto

le certe leggi, e sovra 'l ciel divine.

Ma poichè fur nel suo profondo sito

de l'acque scorse i gran diluvi accolti,

vide Dio ch'era bello il novo mare,

con gli occhi no, ma con la mente eterna,

onde il fatto da lui nobil lavoro

e l'opre sue medesme egli contempla.

Lieta vista, gioconda, e vago aspetto

quello è del mar, quando tranquillo e piano

biancheggia mormorando appresso il lito.

E bella vista ancor, se 'l dorso inaspra

lenta e piacevole aura, e l'onde increspa,

quando ei ceruleo over purpureo appare

a' riguardanti, e non percote irato

con violenza la vicina terra.

Ma dolcemente le distende intorno

l'amiche braccia, e le si avvolge in seno.

Ma non in questa guisa o bello o caro

fu il sembiante del mare al Re celeste;

nè qui de la beltà giudice è il senso,

ma la ragion de la mirabile opra

nel giudicio divino è bella, e piace.

In prima il mare a l'ampia terra intorno

è d'ogni umor di lei perpetuo fonte,

e per oscure e tenebrose strade

sotto la cavernosa e rara terra

se medesmo egli pur divide e parte,

quasi per mine occulte assai profonde.

E poi che da se stesso in lor s'è chiuso,

con gli obliqui suoi corsi ascende in alto:

da lo spirto che 'l move alfin sospinto,

rotto de l'aspra terra il duro grembo,

fuori se n'esce. E de' purgati umori

il terrestre amaror cangiato ha in dolce.

E, trapassando, da i metalli ei prende

qualità via più calda, onde sovente

con fervide acque egli s'accende e bolle

ne l'isole, che 'l mar circonda e bagna,

e ne' lochi vicini al salso lido,

talvolta in quei che son fra terra e lunge.

Bello il mar dunque è nel giudicio eterno,

perchè sotterra ha 'l suo profondo corso.

Bello, perchè nel salso ed ampio grembo

tutti raccoglie e d'ogni parte i fiumi,

e ne' termini suoi se stesso affrena.

Bello, perchè 'l principio e quasi il fonte

è de le pioggie, e d'ogni umor che versi

l'aria ristretta in brina o 'n neve o 'n gelo;

e riscaldato da gli ardenti raggi,

le sue parti più lievi esala in alto,

le quali arrivan poi nel loco algente,

ove di raggi ripiegati e torti

non giunge il caldo. Ivi ristrette insieme

sono dal freddo che circonda intorno

e caggiono in gravoso e denso umore.

Tal che l'arido seno indi s'impingua

de la terra, che poi concepe e figlia

tante e sì varie e sì leggiadre forme

di piante, d'animai, di fiori e d'erbe.

E chi negar può fede al ver ch'io parlo,

veggendo come ferve al foco ardente

e fuma il vaso che d'umore è colmo,

sì che le parti sue sottili e levi

spirando in aria, egli si vota o scema?

Ma de l'istesso mar l'onda sovente

ne le spugne raccolta e cotta al foco,

de gli assetati naviganti e lassi

serve al bisogno, e gli consola in parte.

Ma bellissimo è il mare inanzi a gli occhi

de la divina ed immutabil mente,

perchè con le spumose e torte braccia

tante isole nel sen raccoglie e stringe.

E perch'ei le remote e varie parti

de la terra congiunge, e i lidi opposti

da la natura; e largo e piano il varco

porge al nocchier, che lui trapassa e corre

care portando e preziose merci

e quindi e quinci: onde il difetto adempie

de l'una gente, a l'altra il peso alleggia

scemando quel che di soverchio abonda.

E porta insieme ancor di cose occulte,

anzi d'ignote maraviglie e strane

moderna istoria e peregrina fama.

Ma da qual alto e in mar pendente scoglio

e da qual più sublime eccelsa rupe,

da qual sommo di monti alpestre giogo

che signoreggi d'ambe parti il mare,

vedrò la sua beltà sì chiaro, e tanto,

quant'ella innanzi al suo fattor s'offerse?

Ma se pur è sì bello e sì lodato

anzi il divin cospetto il mare ondoso,

più bella assai festante e folta turba

è de' fedeli suoi raccolta e mista,

ch'anzi le porte e dentro il tempio ondeggia,

ed offre i voti; e le preghiere al cielo

devota sparge: onde s'ascolta un suono,

pur come d'onda che si rompa al lito.

Così quel suo pietoso e lieto aspetto

ne le maravigliose e sacre pompe,

e la serena sua tranquilla pace

conservi il gran Clemente; e 'l culto accresca

ne le quattro del mondo avverse parti,

mentre apre il cielo e i suoi tesori eterni,

e le sue grazie altrui comparte e dona;

nè faccia me di rimirarlo indegno.

Poi disse Dio: "La terra ancor germogli

l'erba sua verde, e 'l suo fecondo legno,

che produca i suoi frutti; e questo e quella

conforme al seme che nel seno asconde".

Così diss'egli. E la gran madre antica,

che scosso avea de l'acque il grave peso,

già respirava, ed alleggiata in parte

parea, quando fuor diede i novi parti.

Perchè la voce del soprano impero

costante e certa ed immutabil legge

fu quasi di natura; e 'n parte alcuna

ella non varia al variar de' lustri,

ma si conserva ancor di tempo in tempo.

Però de la pregnante e grave terra

quasi la prima prole è il verde germe;

e poi che dal suo freddo umido seno

egli s'inalza alquanto, erba diviene,

e vigore e fermezza alfin acquista,

talchè fien si dimostra, o 'n altra forma

perfetta appare, e 'n sua cresciuta etade

ha ciascuna di lor l'erboso e 'l verde.

Per cui, quasi sorelle e nate insieme,

non ci paion l'istesse, e non diverse

molto; ma l'una assai somiglia l'altra.

E senza aiuto altrui la vecchia madre

queste produsse, e non fu d'uopo altronde

strana virtute, oltre il divino impero.

Fu chi pensò ch'alta cagione il sole

fosse di ciò che 'n lei s'appiglia o nasce,

lo qual la scalda con gli ardenti raggi,

e 'l suo natio vigor dal suo profondo

con quel vital calore attragge in alto;

ma dietro sua ragion s'inganna e falle,

perchè la madre terra è più vetusta,

e nata pria che 'n ciel nascesse il sole.

Non gli perturbi adunque un vano errore

e lascin d'adorar del sole il lume,

come di vita sia cagione eterna.

Cessin le maraviglie antiche e nove,

cessino i preghi, i sacrifici e i voti;

cessin non pur marmorei alti colossi,

ma con gli altari i simolacri e i tempi.

E cessi ogni fallace ed empio culto,

onde ancor quella sciocca e rozza gente,

ch'oltre le mete e le colonne alberga,

sotto l'ignoto ciel, la terra ignota

che l'ocean da noi scompagna e parte,

adora il sole, e come a Dio supremo

gli idoli suoi bugiardi a lui consacra.

E sappia, scorta omai da santa voce,

per cui del nato mondo in lei rimbombi

la maraviglia, e del celeste fabro

l'opra e 'l lavoro e 'l magistero adorno:

sappia ella, dico omai, s'inganno o dubbio

in que' semplici petti ancor rimane,

sappia che quel lucente ardente sole

che tutto del suo lume il mondo illustra,

e tutto il corre, e lui circonda intorno,

quell'aureo fonte di serena luce,

quel grand'occhio del ciel, quell'alto padre

de la vita mortal, quel duce eccelso,

lo qual co' raggi suoi ne guida e scorge,

novo e giovane più di fieno e d'erba,

cede lor di vecchiezza il primo onore!

Ma che! Fu prima a le lanute gregge

ed a' cornuti armenti il verde pasto

preparato de l'erbe! e 'l cibo umano

fu d'ogni providenza allora indegno!

E quel Signor, ch'a' tardi e pigri buoi

ed a' cavalli rapidi e correnti

il facil nutrimento anzi dispose,

dolci apparecchi a te care vivande,

onde tu goda e ricca mensa ingombri.

Quel che le mandre tue ti nutre e pasce,

o pur le torme in prato erboso impingua,

in gran vasi d'argento e di fin oro

condisce il cibo, e ti nutrisce e giova,

e co' sapori ti lusinga il gusto.

Ma 'l germogliare ancor di seme sparso

altro non è ch'un prepararti avanti

quel che la vita ti mantenga e servi.

E l'erbe ancor son nutrimenti umani,

e l'altre che produce il suol fecondo,

quasi fra l'erbe e le frondose piante

in mezzo poste, e di natura incerta.

Benchè non tutti da l'erbosa terra

nascon di semi sparsi i germi e i parti;

nè la gramigna, onde corona illustre

ebbe ne' tempi antichi il buon romano;

nè la canna, che tempra in dolce suono

spesso al pigro pastore i rozzi amori;

nè la menta, nè 'l croco, e mille e mille

senza altro seme ancor produce e cria

la terra, umida il volto e pingue il seno:

perchè ne la radice o pur nel fondo

quasi è virtù di seme. E 'n questa guisa

la vota canna, poi ch'un anno intiero

cresce vestita di sue verdi spoglie,

da sua radice manda e sporge in fuori

un non so che, lo qual di seme ha forza

o pur ragione, e l'è di seme in vece.

Nè de la canna già l'oliva è nata,

ma da la canna pur nasce la canna,

l'oliva da l'oliva: onde s'adempie

quel che da prima Dio di lor dispose.

E quel che fu nel primo antico parto

generato di terra e fuor prodotto

da le tenebre oscure in chiara luce,

di stagion in stagion, di tempo in tempo,

nel simil suo rinasce e si rinova,

e ne la sua progenie è quasi eterno.

Deh pensa come al suon di pochi detti

e di comandar breve allor repente

la raffreddata e secca e steril terra

sentì del partorir la pena e 'l duolo.

E i cari frutti a generar commossa,

aprì del chiuso ventre i verdi chiostri.

Come donna pur dianzi egra e dolente,

deposto il negro manto e 'l vel lugubre,

veste di ricche spoglie e d'aurei fregi,

con arte vaga oltre l'usato adorna;

così la terra, che 'n dogliosa vista

mesta appariva e 'n squallido sembiante,

d'erbe e di fiori e di frondose e liete

piante novelle a l'abbellite membra

fece la verdeggiante e ricca veste,

tessendo al lungo crin varie ghirlande.

Deh pensa teco ancor di parte in parte,

quante fè maraviglie Iddio creando;

e perchè resti al cor profondo affisso

l'alto miracol suo, dovunque giri

gli occhi e 'l pensier ne l'opere create,

ti sovvenga di lui, che fece il tutto.

Perchè non è sì vile e rozza pianta,

o sì minuta in terra erba negletta,

che rinovar non possa al cor l'imago

e la memoria del fattore eterno,

e richiamarne i miseri mortali.

Prima del fien veggendo i fiori e l'erba,

pensa fra te che pur di fieno in guisa

l'umana carne si disfiora, e perde

il suo natio colore, arida in vista,

e la gloria mortal troncata in erba

cade repente. Oggi leggiadro amante

è nel più verde e più sereno aprile

de la felice sua gioiosa vita,

nudrito di pensier dolci e soavi,

e di speranze giovenili altero,

e di purpurei adorno e d'aurei fregi,

sparso d'arabo odor la chioma e 'l volto,

robusto per l'età, raggira intorno

un gran destriero, e lo sospinge al corso;

o con estrania pompa in finto aspetto

appare altrui sotto mentite larve,

gravi lance rompendo in chiuso arringo.

Domani è tinto di pallor di morte,

con occhi ne la fronte oscuri e cavi,

o con le membra debili e tremanti

preme odiose piume, e ferve e langue

con interrotte voci a pena intese.

Quegli di sue ricchezze antiche e nove,

da sè raccolte o pur da gli avi illustri,

de la sua fama e del suo onor superbo,

e da folta seguito ed umil turba,

anzi da numerosa e lunga greggia

de' propi servi e de' ministri eletti,

o pur de' lusinghieri e finti amici,

esce da l'alto suo dorato albergo,

e torna poi con orgoglioso fasto;

ed uscendo e tornando, invidia e sdegno

move nel primo e ne l'estremo occorso;

e d'ogni intorno vede a l'alte porte

accorrer gente, ch'ivi adduce e tragge

grazia, prezzo, favor, mercede e cibo.

A le ricchezze alta possanza arroge

di libera città governo, impero

d'armate squadre, e da gl'invitti regi

onor concesso e potestà sublime,

e peregrina guardia in lucide armi

temuta e fiera, e 'n disusata foggia:

quinci il timore o di gravoso essiglio,

o de la povertà spogliata e nuda,

o di tenebre oscure in carcer tetro,

di gravi ceppi o pur d'orrida morte,

la plebe e i cavalier perturba ed ange.

Ma che? lo spazio di una breve notte,

fianchi, stomaco, febre ardente e grave

l'assale e doma; e da sì lieto stato,

da sì sublime altezza, anzi dal mondo

l'infelice signor rapisce a forza,

dispogliando repente a lui d'intorno

di questa vita la dipinta scena.

E tanta maiestà sparir confusa

ratto si vede, e quasi in sogno e 'n ombra.

Così rassembra un fior languente e vile

la gloria de' mortali: alta e superba

pur dianzi, è di fortuna gioco e scherno.

Ma con le cose, onde la vita e 'l pasto

aver poscia devean gli egri mortali,

prodotto fu micidiale il tosco.

Nacque col grano la cicuta insieme,

con gli altri cibi immantinente apparve

l'elleboro, e 'l color fu bianco e negro.

Apparve noto a la matrigna ingiusta

poi l'aconito, e non rimase occulta

la mandragora in terra, e non s'ascose

il papaver, che sparge il grave succo.

Debbiam dunque accusar la mano eterna

che fece il mondo, e vi produsse in terra

quel che la vita poi guasti e corrompa?

Ma pensar non debbiam ch'al ventre ingordo

tutto debba servire empendo il sacco,

o lusingar con sua dolcezza il gusto?

Perch'ogni cibo preparato od esca

nota s'offerse ed opportuna e pronta.

Ed ha ciascuna e la ragione e il modo

ond'ella giovi. E se del tauro il sangue

fu già veneno a te, famoso duce,

che pria vinto fugasti il re de' Persi,

poi te medesmo al suo poter soggetto

far non sdegnasti e la tua patria antica,

devea però quell'animal robusto,

che si destina al giogo ed all'aratro,

e 'n molti usi ci giova e 'n mille modi,

non esser nato? od esser nato essangue?

Non hai ragione, onde tu schifi o fugga

quel che ti noce, e 'l tuo migliore elegga?

Le mansuete e semplicette agnelle,

o pur le capre, abitatrici alpestri

de gli aspri monti e de l'inculte rupi,

sanno schivar quel che l'affligge e noce

discernendo col senso. A te s'aggiunge

col senso la ragion, celeste dono,

e lunga insieme esperienza ed arte.

Ma da quel che ci noce, anco sovente

util si tragge, e 'n pro si volge il danno,

e giovevole altrui sovente appare

quel ch'è dannoso a gli altri. E 'n questa guisa

il mar col bene si contempra e mesce,

tal che nulla è da Dio creato indarno.

La cicuta a gli storni è caro cibo,

nè, benchè freddo, noce al caldo corpo

del picciolo animal. Ricerca ancora

la pernice il veratro, indi si pasce.

Tai son le tempre, onde si schifa il danno.

La mandragora e l'oppio il sonno allice,

ma giova ancora a la virtù languente

de le famose donne, e de gli eroi

vinti dal mal, benchè da l'armi invitti.

Del buon veratro il buon remedio antico

è ne la filosofica famiglia

in pregio ancor, perch'egli punge e desta

l'ingegno usato a le question profonde:

come di Preto già sepperle figlie,

e 'l forsennato Alcide, e quel famoso

ch'al buon Pericle fu maestro e duce.

E la cicuta ancor rabbiosa fame

rintuzzando reprime. Or volgi adunque

l'accuse in grazie, e Dio ringrazia e loda,

che deriva dal mal sì pronto il bene,

e da la morte ancor la vita ei trasse.

E non pensar ch'oltre l'impero e 'l suono

de la sua voce, generare ardisca

disdegnosa la terra audace parto;

benchè la folle antichità la finga

madre de' fieri mostri e de' giganti.

Ma l'infelice e sventurata felce,

che non produce mai frutto nè fiore,

e l'infecondo loglio uscir produtti

dal suo propio principio, e non altronde

corrotti e trasmutati in altra forma.

E di coloro ebber sembiante imago,

di cui devean poi le parole e i sensi

germogliar ne le sacre antiche carte

inutilmente, e mescolati al vero

farlo men puro e men sincero in parte:

sì come avien, quando a progenie illustre

l'illegittima prole insieme è mista.

Anzi il Signore istesso i suoi perfetti,

ch'ebbero in lui costante e salda fede,

poi rassomiglia a quel cresciuto seme,

ch'abbia prodotto al fin maturo il frutto.

E già per adempir l'eterna legge

de la sua voce e 'l suo sovrano impero,

in un momento avea la madre antica

maturati nel grembo i cari germi;

eran fecondi già gli erbosi prati,

e 'n guisa omai di tempestoso mare

ondeggiavan di spighe i verdi campi.

Ogn'erba, ogni virgulto, ogni arboscello,

ogni umil pianta, e con le spoglie eccelse

ogni arbor più frondoso e più sublime,

e ciò che per nutrirne o per altro uso

de la vita mortal germoglia e cresce,

era già sorto, e verdeggiando in alto

con larga copia empieva il fertil grembo

de l'ampia terra, e d'importuna pioggia

non si temea, nè d'improviso turbo,

o di sonora e torbida tempesta.

Chè non potea de l'inesperto e pigro

neghitoso cultor l'indugio e l'ozio,

o la sua tracotanza, od aria impura

e stemperata, o fulmine o procella,

od altro sdegno pur del cielo irato

nuocere al già maturo e dolce frutto,

o danno fare a l'ondeggianti spighe.

Nè de l'aspra sentenzia il gran divieto

de la terra impedia la copia ancora:

ch'erano allor più antichi i vari frutti

del peccar nostro e di vetusta colpa,

onde a sì duro e faticoso culto

siam condennati, ed a ritrarne il cibo

con lo sparso sudor del propio volto.

E tutti ancora al suon de l'alta voce

i boschi verdeggiar con denso orrore

di folte piante e d'intricati rami.

E quelli, che drizzar la verde cima

sogliono al ciel con più sublime altezza,

cedri odorati, abeti e pini, palme

premio de' vincitori, o pur cipressi

imitatori de le antiche mete.

L'umili ancor, come i ginebri e i salci,

dispiegavano omai la verde chioma,

e quelle piante ancor di cui s'ordiva

nobil corona a l'onorate fronti,

dico le rose e i sacri allori e i mirti,

sorgendo insieme frondeggiar repente,

con sua propia virtù distinte e scevre,

quasi di varie note in vari modi

da mano eterna a lor notizia inscritte.

Ma solamente allor ne' primi tempi

senza que' suoi pungenti ispidi dumi

spiegò le foglie la purpurea rosa.

A la bellezza poi del vago fiore

aggiunta fu la dura acuta spina,

perchè al nostro piacer sia appresso il duolo

e ci rammenti il peccar nostro antico,

per cui fu condannata (e ben convenne)

a partorir la terra ortiche e spine.

Ma come avien ch'a quel divino impero

molte, quasi ritrose e ribellanti,

neghino obedienza in fare il frutto,

e non sian nate ancor del propio seme?

L'arbore, onde già cinse il crine incolto,

sì com'è vecchia fama, il forte Alcide,

or biancheggiar si vede, or negra appare;

ma pur frutti non fanno o queste o quelle.

Son infecondi ancora il salce e l'olmo,

ma ciascun ha di lor suo propio seme,

come vedrai, se ben riguardi e pensi

che soggetto a le foglie è un picciol grano,

móskonnomato già dal Greco industre,

che pose lungo studio e molta cura

in fare i nomi, e fabricolli e finse.

E questo ha forza pur di seme occulto,

come hanno l'altre ancor, che da radice

sogliono germogliar. Ma legge impose

l'eterna voce a le più degne e conte,

di cui far volle Iddio memoria illustre.

Come la vite e la tranquilla oliva,

di cui l'una produce il dolce vino,

e l'altra l'olio; e 'l vin conforto e gioia

è de' più dolorosi afflitti cori,

l'olio ci fa lucente e lieto 'l volto.

Ma chi potrebbe annoverar, parlando,

tante e sì varie di virtù secreta

e di sembianza, e da sì varie parti

translate piante e peregrine illustri,

o nostre pure, e sotto il nostro cielo

cresciute od in selvaggia orrida parte,

o tra le mura pur del propio albergo,

che fanno istoria sì famosa e lunga?

Basta la vite sol, che in alto estende

le torte braccia, e con frondosi giri

a l'olmo amico s'avviticchia e lega.

Basta la vite solo a farci accorti

di nostra vita; e di natura essempio

a noi si mostra, anzi è più degna imago

di imagin naturale o di celeste.

E rassomiglia umilemente altera

della madre natura il Padre eterno,

Padre del cielo; o pur l'eterno Figlio,

ch'a se stesso di vite il nome impose,

e cultor nominò, parlando, il Padre,

e noi, per fede ne la Chiesa inserti,

di chiamar si degnò sarmenti e tralci:

però ch'a noi, come a la fertil vite,

conviensi, o come a la feconda oliva,

producer largamente i dolci frutti,

senza spogliar giamai per tempo o caso

de la speranza non terrena il verde;

ma con sempre fiorito e lieto aspetto

rassomigliarla, e verdeggiar ne l'opra

ed offerirne a Dio la gloria e 'l merto,

ch'è divino cultor di pura mente.

Ma sono in dignità vicine a queste

quelle felici piante aventurose,

che de la Madre sua son quasi imago:

la qual è nel cipresso e ne la palma

rassomigliata, e d'odorato cedro

e di platano ancor non prende a sdegno,

o pur di mirra la sembianza e 'l nome.

Ma pur queste medesme ed altre ancora

utili sono a' magisteri, a l'arte

di nostra vita, e quasi a ciò prodotte

da la natura, anzi dal fabro eterno

con la natura insieme allor create.

Altra par nata a gli edifici eccelsi,

altra a tesser di sè le navi o i carri,

altra a far lance o pur saette ed archi,

armi temute ne l'orribil guerra,

altra ci nacque destinata al foco,

altra a far ombra a' peregrini erranti

nel mezzo giorno, od a coprir d'intorno

con le ramose braccia i dolci fonti,

o pur le mense fortunate a pieno.

Ma che sia propio di ciascuna, o come

l'una da l'altra si distingua e parta,

o quai dentro a la rozza orrida scorza

siano amori secreti e odi occulti,

è studio forse d'ozioso ingegno.

E 'l ricercar qual nel profondo grembo

de l'ampia terra le radici estenda,

qual nel sommo di lei s'appigli a pieno,

qual dritta nasca, e sovra un saldo tronco

lieta s'avanzi e s'avvicini al cielo,

e qual cresca le braccia, e più distorta,

e in molti rami si divida e parta,

e qual umil serpendo, a terra inchina

le verdi fronde, e non ardisca alzarsi

senza il fido sostegno a cui s'apprenda,

cura oziosa è pur di vana mente.

Ma quelle che divise e quasi sparse

per l'aria son con molti rami intorno,

sogliono aver ancor profonde a dentro

le sue radici assai distese in giro,

perchè natura stabilisce e fonda

de le superne parti il grave peso

incontra il mormorar di Borea o d'Austro.

Ne la nativa ancora inculta scorza

è gran divaro. Altra l'ha rozza ed aspra,

altra men dura, altra più molle e liscia,

altra d'una corteccia appar contenta,

altra di molte si ricopre e veste.

Ma quel che maraviglia in vero apporta,

è che ritrovi in lor, se ben riguardi,

i diversi accidenti e i vari essempi

di gioventute e di vecchiezza umana,

perchè le piante ancor novelle e verdi

han polita la scorza e quasi estesa;

ma s'adivien che per molti anni invecchi,

s'empie di rughe ed increspata inaspra.

Ed altre germogliar recise e tronche

sogliono. Ad altra, nel troncar, il ferro

apporta quasi inevitabil morte.

Altra già fu che impetuoso turbo

da le radici sue divelse, e poscia

ella risorse, e s'appigliò di novo

nel duro grembo de l'antica madre,

sì come ben due volte almeno avvenne

ne' campi di Farsaglia; e 'n altra parte

altra non pur, come si scrive e conta,

ne la medesma terra anco s'apprese;

ma fu talvolta che reciso ed arso

il pino trapassò di selva in selva,

e verdeggiò tra le robuste querce:

miracol raro di natura e grande,

se maraviglie fa l'alma natura.

Ma chi riguarda come il buon cultore

i vizi curi dell'inferme piante,

e de l'egra natura in lor corregga

vari difetti e gli trasmuti in meglio,

di curar se medesmo apprenda il modo.

Il bel pomo african, che in molle scorza

mille quasi purpuree e bianche gemme

asconde e copre, e poi le sparge aperte,

onde l'arida sete estingua in parte,

l'acido suo sapore in dolce succo

cangia sovente. E 'l mandorlo d'amaro

dolce diviene, e l'amaror maligno

affatto lascia, se forato è il tronco

a le radici, e dentro il foro infitto

di pece un cuneo ei ricevendo accoglie

ne la pingue midolla. E l'orzo ancora

è medicina a le frondose piante,

e le fa belle oltre misura e liete,

tanto può l'arte del cultore industre.

Ma s'egli è neghitoso e pigro a l'opre,

per negligenza di coltura e d'arte

gli alberi vanno ognor di male in peggio.

Altri mutano ancor colore e forma,

senza l'aiuto di coltura amica.

E la candida pioppa in negro tinge

le bianche foglie, e si trasmuta in loglio

sovente il lino, ed il sisimbrio in menta

per soverchia coltura ancor si volge.

Così l'animo ancor, se studio o cura

delle sue macchie nol polisce e terge,

perde il natio candore, e tutto annera,

o pur di grande egli diviene angusto,

e d'alto basso, e se medesmo inchina;

ma per culto s'inalza, e lieto aspira

già quasi al cielo, e se medesmo avanza.

Dunque di coltivar l'umana mente

apprendano i mortali, e i vari morbi

sanar de l'alma in sè languente ed egra.

Or chi potrebbe annoverar, parlando,

i vari frutti, e dimostrar distinti

i colori, i sapori, i propi effetti

e la propia virtù mal nota al gusto?

Non sol mille maniere e mille forme

d'arbori fanno i frutti in mille guise,

ma in una sorte istessa, e 'n una parte

molta varietà s'osserva e mira

di color, di figura o pur di sesso.

Sì come ne la palma altri ritrova

da la femina sua distinto il maschio,

perchè, come ella sia commossa e spinta

d'interno amor, quasi le braccia estende,

e brama al suo marito esser congiunta.

Ed il medesmo avien tra fico e fico,

perchè 'l selvaggio a quel ch'alberga e nasce

tra le ben chiuse e ben guardate mura,

si pianta appresso, o pur si lega e stringe

l'uno con l'altro frutto; e 'n questa guisa

l'infirmità si cura; e si ritiene

ch'egli non caggia al fin disperso e guasto.

Qual di natura è questo oscuro enigma?

Forse in tal modo ella c'insegna e mostra

che da gli strani ancora a noi congiunti

virtù s'acquista a le buone opre, e ferma

costanza. Adunque Italia omai rimiri,

Italia ancor languente, ancora inferma,

via più che 'n guerra, in neghitosa pace,

che l'interno suo mal non vede o sente;

miri gli orridi monti, e 'n loco alpestre

cerchi la gente orribile e selvaggia:

quinci il tenero suo, che langue e cade,

anzi il morbido suo confermi e 'nduri

per unione o per essempio almeno.

Ma in niun peggior modo e più spiacente

traligna, e perde la robusta pianta

il suo vigor e la sua prima forza,

s'egli adivien, come sovente incontra,

che in femina di maschio egli si cangi.

E quinci l'uomo ancor si guardi e schivi

d'ammollir, quasi donna, il cor robusto

che natura gli diè, tra i vezzi e gli agi,

per ozio, per diletto o per lusinga.

Ma fra le piante ancor distinte e scevre

natura amica amor vi pose e pace;

pose fra l'altre inimicizia ed ira.

Il bel pomo gemmato e 'l verde mirto,

o pur il mirto e la feconda oliva

son per natura amici, e in breve spazio

piantati appresso senza oltraggio e danno.

Ma pur la dolce vite e 'l dolce fico

avversi sono oltra misura e 'nfesti.

Chi 'l crederebbe? e tu, natura, insegni

che tra' buoni talvolta è sdegno e guerra.

Ma si marita ancor la vite e 'l fico,

come adivien quando fra regno e regno

quetan le nozze l'odiosa guerra.

E chi 'l marito allor disbarba e svelle,

langue la sua consorte in breve e more.

Nobile essempio de l'amore umano

e di fè marital costante e salda.

Ma 'l caulo, s'a la vite s'avvicina,

tempra quel generoso e grande spirto,

onde poscia il suo vino avampa e ferve;

e giova a gli ebri: in cotal guisa ammorza

l'interna fiamma fervida e fumante.

Ma d'innocenza han sovra gli altri il vanto

il bel pomo granato e 'l dolce melo,

nè fanno ad altra pianta oltraggio ed onta.

Ed innocente il pino inalza e spande

la chioma al cielo, ed ampio spazio adombra

con larghi crini e con le braccia estese;

picciol loco sotterra ingombra e prende

con le radici. E sotto a l'ombra amica

verdeggiano securo il mirto e 'l lauro.

Sotto l'ombra così di re possente,

che di tesoro ingordo o di terreno

non si dimostra, e non si usurpa a forza

de' suoi vicini l'occupata parte,

crescon molti sovente in lieta pace,

e fiorisconvi ancor gli studi e l'arti

de l'eloquenza, e i meritati onori.

Vi sono piante di natura incerta

e di gemina vita in acqua e 'n terra.

La mirica è fra queste. E spesso abonda

ne' solitari luoghi e ne' deserti;

ne' laghi e ne gli stagni ancor ci nasce,

sembiante a quei che variar sovente

soglion le parti, e d'uno a l'altro campo

seguir fortuna, e d'un signore a l'altro,

per natura maligni e per costume.

Ma de le piante al fin chi tace il pianto?

chi tacer può le lagrime stillanti

de le ruvide scorze? e i vivi umori,

lucidi, trasparenti, insieme accolti?

Sparge dal legno suo tenace e lento

sue lagrime il lentisco, e 'l dolce succo

fuor versa ancor di lagrime odorate

il balsamo, arboscel pregiato e caro

nel regno de gli Ebrei. Ma 'l verde Egitto

e l'Africa arenosa ancora il pianto

de la ferula vide. Il chiaro elettro

è lagrimoso umor, che scarso cade

d'arbor fumosa, e 'n un bel pianto impetra.

Ma pur troppo il parlar s'avanza e cresce,

e ne gli aperti e smisurati campi

de la terra e del mar confine o freno

non trova al corso: ond'ei disperso, errante

per le cose minute andria vagando,

in cui sì grande appare e sì possente

Dio creator che fece ancor l'eccelse.

Dunque fia d'uopo di fermarlo, avinto

da la necessità, ch'è dura e salda,

prima ch'a la fatica il breve giorno

manchi di questa mia vita caduca.

Voi che mirate le diverse piante

ne gli orti, ne le selve o pur ne i monti,

ne le paludi ancora e ne gli stagni,

o pur de l'Eritreo nel rosso grembo,

e vagheggiate i verdi tronchi e i rami,

e le fiorite lor frondose chiome,

nel poco ormai riconoscete il molto,

e col pensiero a brevi e scarsi detti

gran maraviglie ancor giunger potrete,

pensando a quel Signor che fece il mondo

maraviglioso di lavoro e d'arte.

Lo qual disse: "Germogli ancor la terra

il legno, che produca il dolce frutto

sovra la terra". Allor a l'alta voce,

come paleo che nel suo ferro affisso

a la prima percossa ei va rotando,

e con molte sue rote in sè ritorna,

così la terra va girando a cerchio

le sue stagioni, onde si spoglia e veste,

e i cari frutti suoi produce e serba.

Chè pur la sferza con divina voce

quel che comanda a la natura, al cielo,

perch'ella d'anno in anno i certi giri

volga sembianti al primo. Alfin gli adempia,

quand'avrà fine il tempo e fine il mondo,

ned ella sola avrà quiete e pace,

ma i cieli avranno ancor riposo eterno.