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By Auteur inconnu

Da quel dì che ria fortuna

Mi portò d'Arcadia fuora,

E mi trasse ardita prora

Dove il giorno a noi s'imbruna,

Fin di là dal lido Ibero

Mi seguì di lei pensiero.

Meco ognor la bella immago

Di sì nobile Adunanza

Lusingò la mia speranza,

Oltre l'Ebro ed oltre il Tago;

E mi fean di rieder brama

Di lei sola amore e fama.

Era già sei volte, e sei

Ritornata Filomena

A narrar l'antica pena,

Quando anch'io ritorno fei.

Fei ritorno, e vidi come

Sol vivea d'Arcadia il nome.

Poiché giunto al Bosco amico,

Che lasciai carco d'onore,

Lo rividi in atro orrore

Pianger seco il lustro antico,

E nutrir l'alma foresta

Solitudine funesta;

E la misera Siringa,

Il cui suon tant'alto ascese,

Tra le frondi al suol distese

Girne lacera e solinga;

E le Leggi in marmo sculte

Starsi inutili ed inculte.

Né i Pastori in cerchio accolti

Far corona al noto fonte,

Né gli armenti intorno al monte

Vidi al pasco andar disciolti:

Di spavento il tutto ingombra

Rio silenzio e pallid'ombra.

Tal dolor non ha Bifolco,

Che, ove scorse adulto il seme,

Trova poi colla sua speme

Calpestato e nudo il solco,

Quale in me produsse affanno

Il veder d'Arcadia il danno.

Dove sei, gridar volea,

Bella Arcadia? quando io sento

Interrompermi il lamento

Da un pensier, che mi dicea:

“Non permisero anco i Fati,

Qual tu pensi, i dì spietati.

Vive Arcadia, e sì possente

Vive ancor, che i suoi confini

Oltre i Popoli Latini

Dilatò di gente in gente,

Come vite intorno vaga,

Che i suoi pampini propaga.

Vedi là come circonda

Di sue glorie e l'Arbia, e il Reno,

E Liguria, e il bel terreno,

Che il Sebeto, e il Po feconda;

Ed ogni altro, ov'ella pose

Sue Colonie alte e famose;

Che se or lascia il crine inculto,

Ella par nobil Matrona,

Che alle Figlie insegna e dona

Di sua prima etade il culto,

Ed in lor più viva apprezza

La negletta sua bellezza.

Né però sì inutil giace,

Che in sé stessa ancor non splenda:

Tu vedrai come raccenda

Del suo primo onor la face.

Odi là tromba che addestra

All'Olimpica Palestra.”

A tal suon venuto a volo,

Veggio in questa ignota parte

Prepararsi alla grand'arte

Di Pastori un forte stuolo,

Che cantando Arcadia ponno

Risvegliar dal lungo sonno.

Ma com'è che io miro, ahi lasso,

D'Urne infauste aspri lavori,

E di chiari, almi Pastori

Sculto il nome in più d'un sasso?

Ahi che parmi a tal cordoglio

Navigar di scoglio in scoglio!

Dunque allor che a nuova sorte

Sorger penso Arcadia estinta,

La vegg'io pallida e tinta

Del color dell'altrui morte,

E mischiar fra i suoi perigli

Mesti amplessi a i morti figli.

Ma chi son, cui di tal gloria

Renderà l'anime eterne

Delle lagrime materne

L'epicedica memoria?

Leggo Anicio, Anicio il saggio,

Che fu d'Arno il più bel raggio.

Là quel marmo Nicio esprime

Cui lontan mostrar fur use

Le fatidiche sue Muse

Quel gran mal che Italia opprime.

Segui, Arcadia, all'Urne accanto

Il giustissimo tuo pianto.

Forte amor d'ambo mi prese,

Quando mossi al gran cammino

D'Occidente, e un bel destino

Mi condusse in lor paese,

Ed udii da i labbri loro

Di bei carmi uscir tesoro.

Ecco Euganio in quella tomba,

Che alle Muse ancor dà legge;

E Lacon colà si legge,

Che animò l'Epica Tromba.

Segui, Arcadia, all'urne accanto

Il giustissimo tuo pianto.

Ecco Ismenio, il cui gran zelo

Illustrò le sagre carte.

Vedi Eron, cui diè grand'arte

Misurar la Terra e il Cielo.

Ahi perché, morte, n'invole

Sì grand'Alme al mondo sole?

Jasiteo colà si nota,

Che condusse i dì famosi

Ricercando i lumi ascosi

Dell'etade più rimota.

Non vide ei qual lume altero

Diè sua Patria al Mondo intero.

Qui Teron scritto vegg'io,

E vicino Ofelte il grande:

Tal di lor fama si spande,

Che non fian preda d'obblio.

Segui, Arcadia, all'Urne accanto

Il giustissimo tuo pianto.

Ma poiché cessato avrai

Dal dolor de i mesti ufficj,

Deh richiama i dì felici,

Da cui lungi ancor tu vai;

E consegna a i tuoi concenti

Lo splendor d'Eroi viventi.

Né più sia che te, qual belva

Che abbia veltro invan seguita,

Veggia timida e smarrita

Trapassar di selva in selva;

Ma t'accoglia in dolce nido

Stabil sorte e fermo lido.

Oh se il Cielo i dì consenta

Più sereni al grande ALBANO,

E dal cenno di sua mano

La discordia alfin sia spenta,

Breve età fia che maturi

I tuoi voti e i nostri augurj!