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By Auteur inconnu

Care, soavi e liete

Piagge, fioretti e fronde

E vaga aura gentil, che intorno spiri,

Temer voi non dovete

Ch'oggi di fiamme immonde

V'accenda il suon de' miei caldi sospiri;

Ché di quei gran' desiri,

Ond'io vivo gioioso,

Voi la cagion vedeste,

Quando l'Arcier celeste,

Qui tra le piante per ferirmi ascoso,

Col suo più santo strale

Fé nel mio cor la piaga alta immortale.

Soletto al rezzo molle

Sul rugiadoso prato

I bei fior' vagheggiando io mi sedea,

Quando il pensier s'estolle

Ratto a farsi beato

Di lor beltà nell'increata idea;

E sì l'alma godea

Ne' vivi ardenti rai

Dell'adorato bene,

Che vie più che catene

Forte a legarmi il gran piacer trovai,

Il gran piacere, ond'io

Posi la terra e me stesso in obblio.

Ahi! ma come augelletto

Fermo sull'alte piume

Di scintillante specchio al vago inganno,

Sì fui piagato il petto

Presso all'amato lume

Dall'innocente mio dolce tiranno.

Chi potria dir l'affanno

Misto a gentil conforto,

Che allor mi strinse il seno?

Ohimè, ch'io venni meno:

Ohimè, ch'io caddi abbandonato e smorto,

Tra sospiri e querele,

Chiamando il divo Arcier caro e crudele.

Ei trionfante a volo

Levossi, e sì giulivo

Fu del mio bel dolor, ch'alto ne rise;

E balenando il polo,

E mormorando il rivo,

E susurrando il venticel gli arrise.

Queste vallette, intrise

Del mio sì largo pianto,

Di più bei fior' si ornaro:

E gli Usignuol' mutaro

In più felici tempre il mesto canto.

“Viva”, diceano, “Amore”;

E: “Viva”, disse anco il piagato core.

Da quel sì lieto giorno

D'altro più colto lito

Né desio, né pensiero unqua mi nacque.

Io qui beato intorno

Erro, e del sen ferito

Narro i contenti a' fior' novelli e all'acque;

E, se al destin mai piacque

Di trarmi infra la gente,

O meco il cor non venne,

O con veloci penne

Sdegnosa indietro il riportò mia mente;

Né so com'io potessi

Gir oltre (ahi lasso) e senza cor vivessi.

Forse vita e sostegno

Era del corpo esangue

Quel, che lui trasse a morte, amico Arciero;

Ch'ei nel suo dolce e degno

Ardor tutto il mio sangue

Converse, e fé mio cibo un sol pensiero

Del sommo Ben, ch'io spero,

E cui veder sì anelo,

Che, di me posto in bando,

Vo 'l mio destin pregando

Che squarci omai questo mortal mio velo;

E sembro ogn'or morire:

Tanto in me può di morte il gran desire.

Né cale a me che molto

Non piaccia altrui la mia

Sì strania vita, che del Ciel fu dono.

Il volgo ignaro e stolto

La suol chiamar pazzia:

Ma vero in parte ei dice: io gli perdono.

Ah sì, che pazzo io sono:

Pazzo d'amor, che in vece

Di ragion mi dà legge;

E sì 'l mio spirto ei regge,

Che quanto agogna il Mondo odiar mi fece:

Ma qual saver si apprezza

Più che la nobil mia saggia stoltezza?

Te, Canzone, udiran Ninfe e Pastori.

Vedi se in loro un poco

Destar potrai dell'immortal mio foco.