30 Io soffro, miei signori, io soffro molto

By Vittorio Betteloni

Io soffro, miei signori, io soffro molto,

Il cor mi stilla lagrime d'assenzio:

Tu nol saprai; si compie nel silenzio.

Questo mio dramma. e porto il riso in volto.

Eri pur anco bella! - un nobil fiore! -

Un fior d'arancio che testè s'aperse,

Che all'alba mia dentro il giardin d'amore,

Dinanzi all'invaghito occhio s'offerse.

Deh pur anco sei bella a dirti il vero!

Azzurri gli occhi sotto nere ciglia,

Curve in un arco fine a meraviglia,

E soave lo sguardo e a un tempo altero.

É la tua fronte d'incarnato giglio;

Son le gote due rose che in gennajo

Serbano la freschezza ed il vermiglio,

Quando non ha pur fronde alcun rosajo.

Del tuo nasuccio impronto non so guari

Qual altro sia più impronto e insiem più bello,

Direbbonsi forate col succhiello

Quelle due bianche e picciolette nari.

Ma tutto ciò che importa ? - Non vuol dire;

Dell'altre belle al mondo ce n'è tante….

Ma che ti credi ch'abbia a dimagrire

Se mi lasciasti, o mia leggiadra amante ?…

Ahi! la tua bocca era il corallo istesso,

Con sotto trentadue perlette fine,

Minute, in due filari, alabastrine,

Che vezzeggiando mi mordeano spesso.

Quinci nascea sul labro il bel sorriso

E parolette care eppur fallaci,

Quinci nascea, fanciulla, il paradiso

Quando il tuo labro mi copria di baci.

Pur uomo non son'io da tormi impiccio:

Se m'hai lasciato, o bella, non vuol dire,

Oh che ti pensi c'abbia a divenire

Secco appunto perciò come un graticcio ?…

Ahimè! ancora di questo mi rammento,

Che mamma t'avea posto con gran cura

Una breve fossetta in mezzo al mento,

Che tutta rifacea la tua figura….

Ma nè per questo mi butto in un pozzo,

Nè per altri tuoi vezzi, o bimba mia,

Tu mi lasciasti, or, bada, tuttavia

Non m'hai cavato neppure un singhiozzo.

Ma che ti pensi ch'io vorrò ghermire

Forse un cortello e cacciarmelo in petto?

O credi pur che adesso abbia a morire

Di crepacuor, di stizza o di dispetto?

Ben potrebbe accader, che fossi preso

Per morto nel mio sonno veramente,

Tanto soglio dormir profondamente

Dacchè libero alfin di te son reso.

Anzi ancor più nel cataletto messa

( Dolci e sodi son tanto i sonni miei )

Esser potrebbe la mia salma istessa,

Ch'io d'un sol punto non mi scomporrei.

E potriano avviarsi al cimitero;

E cento preti a capo e torcio chino

Susurrarmi d'attorno il lor latino,

Senza che desto ne foss'io davvero.

Ma come appunto alla tua casa innante

Giugnesse il funerale, o bimba mia,

Per la pietà del tuo povero amante,

Forse t'affacceresti in sulla via.

É là il ciglio bagnando, un lento sguardo

E lungo volgerai sulla mia bara…

Ecco del pianto e del tuo sguardo, o cara,

Scende l'effetto in cor siccome dardo.

E pria non desto per veruna scossa,

Nè inteso avendo pur tanto frastuono,

Or del tuo sguardo la segreta possa

Mi desta e del tuo pianto il picciol suono.

E così mi dimeno, e picchio, e pesto,

E pugno, che la bara alfine io spezzo;

Ed ecco il morto balza ai vivi in mezzo,

Molto di lor più vivo e più rubesto.

Come soglion scappar majali in frotta,

Che dan del capo in siepi e cinte d'orto,

Alzan le berze e scappano a dirotta

Così gli astanti a vedermi risorto.

Tu perdi per paura il sentimento

E come corpo morto cadi al suolo….

Io resto là, col mio bravo lenzuolo

Sulle spalle, per tutto abbigliamento.

Pur con molta decenza lo raccolgo

Intorno ai fianchi e verso casa in fretta

Tosto per mutar panni il piè rivolgo,

Chè per scemo in prigion non mi si metta.