30 (RVF 129)
Di pensier in pensier, di monte in monte
discorro, per trovar il dritto calle
che mi conduca a la tranquilla vita,
al sommo bene, al dilettoso fonte,
fuor di questa selvaggia e scura valle,
ove la mente ognior sta sbigottita.
E Dio a ciò m'invita
e per certa speranza m'assecura,
tal che 'l cor mio lo segue ov'esso il mena,
poi che mi rasserena
la mente, e mostra quanto poco dura
il van piacer, e di ciò mi fa esperto,
volgendo il tutto qui per tempo incerto.
Io pur cerco acquetarmi, né mai trovo
riposo alcun, ch'ogni abitato loco
è nemico mortal degli occhi miei.
A ciascun passo nasce un pensier novo
de la mia vita, onde con brieve gioco
son pien d'affanni, ch'io porto per lei;
tal che cangiar vorrei
ogni dolcezza vana in pianto amaro,
per poter acquistar il vero amore,
e a tempo migliore
farmi servo di Dio più fido e caro.
E vo con questa speme sospirando:
or potrebbe esser vero? Or come? Or quando?
Io dico ciò, perché sopra alto colle
come mal può levarsi un grave sasso,
così non di legieri gli occhi e 'l viso
e 'l cuore può lo spirto per via molle
levar al ciel, che tosto il corpo è lasso,
e mi trae giù, dal ben spesso diviso.
Ma mentre tener fiso
posso al primo pensier la mente vaga,
e mirar Dio e obliar me stesso,
sento amor sì da presso,
che sol di lui l'anima mia s'appaga,
sì dolce il trovo e così bello il veggio,
che se 'l gusto durasse, altro non cheggio,
Dio è invisibil, e conven ch'io 'l creda,
ma pur negli suoi effetti egli si vede,
ove d'amor risplende sì bel raggio,
ch'ogni altra cosa mi fa oscura e feda;
e talor tanto è il lume, che non fede
del sommo bene, ma scienzia i' aggio,
e quanto in più selvaggio
loco mi trovo e in più deserto lido,
tanto più il sacro amor di sé m'ingombra,
e dal mio cor disgombra
ogni altro affetto, e però in quel m'affido
e mi fermo sì come in pietra viva,
di cui conven ch'io pensi, parli e scriva.
Ove non è che senso umano tocchi
verso il celeste e più sublime giogo,
tirar mi suol un desiderio intenso,
onde i miei danni a misurar con gli occhi
comincio, e in tanto lagrimando sfogo
di dolorosa nebbia il cor condenso,
allor ch'i' miro e penso
quanto spazio del mondo mi diparte
dal mio beato fin tanto lontano.
Poscia fra me pian piano:
lasso – or dico – non sai ch'a quella parte
più s'apropinqua chi più a Dio sospira?
Così in questo pensier l'alma respira.
Canzone, in piano, in alpe,
al fosco, al chiaro, al loco tristo, al lieto,
ov'acqua stagna, ove fiume corrente,
ove 'l vento si sente
spirar da faggi o da verde laureto,
trovo l'imagin di chi 'l cor m'invola,
di Iesu parlo, ch'è mia speme sola.