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By Giacomo Leopardi

Sì è debile il filo a cui s'attene

La gravosa mia vita,

Che, s'altri non l'aita,

Ella fia tosto di suo corso a riva:

Però che dopo l'empia dipartita

Che dal dolce mio bene

Feci, sol una spene

È stato infin a qui cagion ch'io viva;

Dicendo: perchè priva

Sia dell'amata vista,

Mantienti, anima trista:

Che sai s'a miglior tempo anco ritorni

Ed a più lieti giorni?

O se 'l perduto ben mai si racquista?

Questa speranza mi sostenne un tempo:

Or vien mancando, e troppo in lei m'attempo.

Il tempo passa, e l'ore son sì pronte

A fornir il viaggio,

Ch'assai spazio non aggio

Pur a pensar com'io corro alla morte.

Appena spunta in oriente un raggio

Di Sol, ch'all'altro monte

Dell'avverso orizzonte

Giunto 'l vedrai per vie lunghe e distorte.

Le vite son sì corte,

Sì gravi i corpi e frali

Degli uomini mortali,

Che quand'io mi ritrovo dal bel viso

Cotanto esser diviso,

Col desio non possendo mover l'ali,

Poco m'avanza del conforto usato,

Nè so quant'io mi viva in questo stato.

Ogni loco m'attrista, ov'io non veggio

Que' begli occhi soavi

Che portaron le chiavi

De' miei dolci pensier, mentr'a Dio piacque:

E perchè 'l duro esilio più m'aggravi,

S'io dormo o vado o seggio,

Altro giammai non chieggio,

E ciò ch'i' vidi dopo lor, mi spiacque.

Quante montagne ed acque,

Quanto mar, quanti fiumi

M'ascondon que' duo lumi,

Che quasi un bel sereno a mezzo 'l die

Fer le tenebre mie,

Acciocchè 'l rimembrar più mi consumi,

E quant'era mia vita allor gioiosa,

M'insegni la presente aspra e noiosa.

Lasso, se ragionando si rinfresca

Quell'ardente desio

Che nacque il giorno ch'io

Lassai di me la miglior parte addietro;

E s'Amor se ne va per lungo obblio;

Chi mi conduce all'esca

Onde 'l mio dolor cresca?

E perchè pria, tacendo, non m'impetro?

Certo, cristallo o vetro

Non mostrò mai di fore

Nascosto altro colore,

Che l'alma sconsolata assai non mostri

Più chiari i pensier nostri,

E la fera dolcezza ch'è nel core,

Per gli occhi, che di sempre pianger vaghi

Cercan dì e notte pur chi glien'appaghi.

Novo piacer che negli umani ingegni

Spesse volte si trova,

D'amar qual cosa nova

Più folta schiera di sospiri accoglia!

Ed io son un di quei che 'l pianger giova:

E par ben ch'io m'ingegni

Che di lagrime pregni

Sien gli occhi miei, siccome 'l cor di doglia;

E perchè a ciò m'invoglia

Ragionar de' begli occhi,

(Nè cosa è che mi tocchi,

O sentir mi si faccia così addentro),

Corro spesso e rientro

Colà, donde più largo il duol trabocchi,

E sien col cor punite ambe le luci,

Ch'alla strada d'amor mi furon duci.

Le trecce d'or, che devrien far il Sole

D'invidia molta ir pieno;

E 'l bel guardo sereno,

Ove i raggi d'amor sì caldi sono,

Che mi fanno anzi tempo venir meno;

E l'accorte parole,

Rade nel mondo o sole,

Che mi fer già di se cortese dono,

Mi son tolte: e perdono

Più lieve ogni altra offesa,

Che l'essermi contesa

Quella benigna angelica salute,

Che 'l mio cor a virtute

Destar solea con una voglia accesa:

Tal ch'io non penso udir cosa giammai

Che mi conforte ad altro ch'a trar guai.

E per pianger ancor con più diletto;

Le man bianche sottili,

E le braccia gentili,

E gli atti suoi soavemente alteri,

E i dolci sdegni alteramente umili,

E 'l bel giovenil petto

Torre d'alto intelletto,

Mi celan questi luoghi alpestri e feri;

E non so s'io mi speri

Vederla anzi ch'io mora;

Però ch'ad ora ad ora

S'erge la speme, e poi non sa star ferma,

Ma ricadendo afferma

Di mai non veder lei che 'l Ciel onora,

Ove alberga onestate e cortesia,

E dov'io prego che 'l mio albergo sia.

Canzon, s'al dolce loco

La Donna nostra vedi,

Credo ben che tu credi

Ch'ella ti porgerà la bella mano,

Ond'io son sì lontano.

Non la toccar; ma reverente a' piedi

Le di' ch'io sarò là tosto ch'io possa,

O spirto ignudo, od uom di carne e d'ossa.