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Sì è debile il filo a cui s'attene
La gravosa mia vita,
Che, s'altri non l'aita,
Ella fia tosto di suo corso a riva:
Però che dopo l'empia dipartita
Che dal dolce mio bene
Feci, sol una spene
È stato infin a qui cagion ch'io viva;
Dicendo: perchè priva
Sia dell'amata vista,
Mantienti, anima trista:
Che sai s'a miglior tempo anco ritorni
Ed a più lieti giorni?
O se 'l perduto ben mai si racquista?
Questa speranza mi sostenne un tempo:
Or vien mancando, e troppo in lei m'attempo.
Il tempo passa, e l'ore son sì pronte
A fornir il viaggio,
Ch'assai spazio non aggio
Pur a pensar com'io corro alla morte.
Appena spunta in oriente un raggio
Di Sol, ch'all'altro monte
Dell'avverso orizzonte
Giunto 'l vedrai per vie lunghe e distorte.
Le vite son sì corte,
Sì gravi i corpi e frali
Degli uomini mortali,
Che quand'io mi ritrovo dal bel viso
Cotanto esser diviso,
Col desio non possendo mover l'ali,
Poco m'avanza del conforto usato,
Nè so quant'io mi viva in questo stato.
Ogni loco m'attrista, ov'io non veggio
Que' begli occhi soavi
Che portaron le chiavi
De' miei dolci pensier, mentr'a Dio piacque:
E perchè 'l duro esilio più m'aggravi,
S'io dormo o vado o seggio,
Altro giammai non chieggio,
E ciò ch'i' vidi dopo lor, mi spiacque.
Quante montagne ed acque,
Quanto mar, quanti fiumi
M'ascondon que' duo lumi,
Che quasi un bel sereno a mezzo 'l die
Fer le tenebre mie,
Acciocchè 'l rimembrar più mi consumi,
E quant'era mia vita allor gioiosa,
M'insegni la presente aspra e noiosa.
Lasso, se ragionando si rinfresca
Quell'ardente desio
Che nacque il giorno ch'io
Lassai di me la miglior parte addietro;
E s'Amor se ne va per lungo obblio;
Chi mi conduce all'esca
Onde 'l mio dolor cresca?
E perchè pria, tacendo, non m'impetro?
Certo, cristallo o vetro
Non mostrò mai di fore
Nascosto altro colore,
Che l'alma sconsolata assai non mostri
Più chiari i pensier nostri,
E la fera dolcezza ch'è nel core,
Per gli occhi, che di sempre pianger vaghi
Cercan dì e notte pur chi glien'appaghi.
Novo piacer che negli umani ingegni
Spesse volte si trova,
D'amar qual cosa nova
Più folta schiera di sospiri accoglia!
Ed io son un di quei che 'l pianger giova:
E par ben ch'io m'ingegni
Che di lagrime pregni
Sien gli occhi miei, siccome 'l cor di doglia;
E perchè a ciò m'invoglia
Ragionar de' begli occhi,
(Nè cosa è che mi tocchi,
O sentir mi si faccia così addentro),
Corro spesso e rientro
Colà, donde più largo il duol trabocchi,
E sien col cor punite ambe le luci,
Ch'alla strada d'amor mi furon duci.
Le trecce d'or, che devrien far il Sole
D'invidia molta ir pieno;
E 'l bel guardo sereno,
Ove i raggi d'amor sì caldi sono,
Che mi fanno anzi tempo venir meno;
E l'accorte parole,
Rade nel mondo o sole,
Che mi fer già di se cortese dono,
Mi son tolte: e perdono
Più lieve ogni altra offesa,
Che l'essermi contesa
Quella benigna angelica salute,
Che 'l mio cor a virtute
Destar solea con una voglia accesa:
Tal ch'io non penso udir cosa giammai
Che mi conforte ad altro ch'a trar guai.
E per pianger ancor con più diletto;
Le man bianche sottili,
E le braccia gentili,
E gli atti suoi soavemente alteri,
E i dolci sdegni alteramente umili,
E 'l bel giovenil petto
Torre d'alto intelletto,
Mi celan questi luoghi alpestri e feri;
E non so s'io mi speri
Vederla anzi ch'io mora;
Però ch'ad ora ad ora
S'erge la speme, e poi non sa star ferma,
Ma ricadendo afferma
Di mai non veder lei che 'l Ciel onora,
Ove alberga onestate e cortesia,
E dov'io prego che 'l mio albergo sia.
Canzon, s'al dolce loco
La Donna nostra vedi,
Credo ben che tu credi
Ch'ella ti porgerà la bella mano,
Ond'io son sì lontano.
Non la toccar; ma reverente a' piedi
Le di' ch'io sarò là tosto ch'io possa,
O spirto ignudo, od uom di carne e d'ossa.