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By Alessandro Sforza

L'angelica belleza e il divin lume,

Virtù celeste, incomparabil vita

E la bontà infinita

Di questa donna, che natura avanza,

Amor sveglieno sì che tal ferita

Al cor mi porse con l'aurate piume

Che ad ogni mio costume

Mostro il ver curso con magior speranza.

Alhor cognobbi qual virtù e possanza,

D'amore ha il colpo und'io fui preso e, vinto,

Servo contento più che in libertade.

E quanto in gentil donna è di piatade

Da lui mi fu nel cor presto dipinto,

Tal che mai ne fia spinto,

Come fido sustegno, al grave peso

Per voglia ardente preso

Sotto amoroso guardo e altera vista

Ove gratia, virtude e honor s'acquista.

Come si fa, per picciola favilla,

Argentina aqua repentina fiamma

Che se consuma e infiamma

Ove si posa e, meno ardendo, lede,

Così mia vita, che mai si disfiamma,

D'amore accese subita sintilla,

Che, amando, la distilla

Bench'io stia saldo a l'amorosa fede,

Sì che di mie' pensier son facto herede,

Madona e Amore quegli dispensando,

Ovunque e come a lor piacer e voglia,

Né alcun fia mai che con rason mi toglia

Quel che al mio cor promise alhora quando

Amor, ne l'alma intrando,

In lui pietà, speranza e fede scorsi,

Ond'io presto me accorsi

Di Madonna e d'Amore di tal virtute

Che al mondo io pace harei e in ciel salute.

Se Amor sovente la saetta e l'arco,

Che mi fa al cor la piagha, cruda e mesta

A questa donna presta,

A cui par che più insegni inmortal colpi

Solo è ch'el gran disio per lei me infesta

Sì che senza consiglio io spesso varcho

A l'amoroso carcho

Da cui convien sol morte me ne spolpi;

Unde io non so chi me ne accusi o incolpi,

Questa solinga donna o il troppo Amore,

O il ciel che in lei formò quella belleza,

Che l'alma struge e dolcemente il core,

E la mia vita tanto che l'aprezza;

Ma la medesima frezza

Risana ch'ella fè la mortal piaga,

Qual fia già mai chi appagha,

Se non sola costei cui pietà accende

Tanta magior quanto el martir più offende.

Per gli ochi suoi pien d'amoroso focho,

Creando nel mio core un dolce zelo,

Passò d'amor quel telo

Che infiniti disir femmi a un sol guardo,

Ove io, mirando sotto el bianco velo,

Scoprendo ogni pensier che in essi sfocho,

Sentìmi, a pocho a pocho,

Crescer la fiamma, ove hor tremando io ardo;

Ma el soccorso di lei, che mai fu tardo,

Temprò el mio ardente cor e da lui spinse

Dolcemente el martir che amor gli accese

E mille morte e più di mille offese

Unica pace con dolceza vinse,

Ne gli occhi amor dipinse

Di questa sola donna il viver mio

Qual sempre sequendo, io

Vegio la norma che a mia vita insegna

Quanto a sua voglia e quanto Amor disegna

Tanto è fidele Amore e ben verace

Quel che m'ha preso e stringe ognhor sì forte

Che spesso vita e morte

Bramo equalmente, come è suo piacer.

Ma vegio ben mia stabilita sorte

In man di questa donna per mia pace,

Qual tanto al mio cor piace

Che altro che sequir lei non sa voler;

Di tal virtute è solo el suo potere

Che ciascun vince e in sé più forza serba,

Né l'usata pietà da lei se priva,

Mostrandosi più altera e men superba;

Così convien che seco sempre io viva

Benché già mai arriva

Giunga l'alto disio che mai se satia;

Ma solo è la sua gratia

Che in ogni parte mi sostiene e guida

E da i colpi d'amor sol che me affida.

Del mio felice e glorioso stato

Non so chi ne ringratij altro che lei,

Che fu dei pensier mei

Prima casone e di lor solo albergo;

Del men potere quel ch'io più vorei

Duolmi che sempre a tanta donna allato

Mi sia l'ardir manchato

Parlar di quel ove ognhor la mente ergo.

Però se in tanto amore io mi dispergo,

Spesso di tanta voglia in minor forza

Solo è il disio più ardente in me, più interno

Che l'alma scalda e il cor distruge e sforza.

Pur con Madona el viver mio fia eterno,

Amor, ben ch'io discerno

Teco el mio stato quanto egli è mortale,

Ma la bontà inmortale

Di chi fu cason sola inamorarmi

Farà in eterna pace amando starmi.

Qualunque del suo amar prender consiglio

E a la sua vita norma, amando, spera,

Non quanto Amor impera,

Ma segua, come io fo, celeste dona.

Benché altra di virtù non sia sì altera

Quanto costei a cui sempre me apiglio,

In ciascun gran periglio,

Per mia salute e fida mia colonna

Trovi almen quella che da lei se indonna,

Sotto il cui manto honesto amor si scalda,

Che, l'alma ardendo, con pietà sostene

E il cor in la ferita che mai salda

Per caldo o gielo più contento tene

E l'amorose pene

Fa dolce e leve, più bramose ognhora,

Così mia vita honora

L'inclita dona come sola quella

Che più piatosa el ciel fece e più bella.

Canzon, se 'l tuo parlare e se 'l tuo stile

Giunger potesse a quanto il mio cor brama,

Faresti molle ogni più duro saxo

Sol di dolceza, e ciaschun cor più lasso

Accenderesti a l'amorosa fiama;

Ma el mio cor che tanto ama

Sol ti conforta a quel'honesto ardire

Che fa el troppo fallire

Di mercé degno e degno di perdono,

E dì che mio non già, ma d'altrui sono.