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Io canterò d'Elpin le rime nobili,
Cui per boschi ammirar' gregge ed armenti,
E del cui suono stupefatti immobili
Restaro i venti.
Felice Auronte, attente orecchie porgere
Ti piaccia al mio non mio rustico stile:
Per te fra gli alti lauri io vidi sorgere
Quest'edra umile,
Il dì che l'immortal libero Imperio
Di Giano a te fregiò d'auro le chiome,
Che l'uno empievi e omai l'altro emisperio
Col tuo gran nome.
Spesso a i superbi Regi i versi piacquero
Nati d'agreste Musa in vil capanna;
Spesso anche i Numi intenti al suon si tacquero
Di rozza canna.
Già nata era l'Aurora, e già con lucido
Flagel di rose in Ciel l'ombre fugava:
Il Gufo a i cavi tronchi, il Lupo al sucido
Covil tornava.
Sicché già senza orror le Ninfe uscivano
De' solitarj loro ermi abituri;
E l'uscio al gregge i Pastorelli aprivano
Lieti e sicuri.
Quando del bel Bisagno insulle floride
Beate sponde Elpin di lauri adorno
Cantava accanto alla sua bianca Cloride
Al piè d'un orno:
“Ecco il bel giorno, che d'oscuro obblio
Per tempo rio non fia che tema ingiuria.
Oggi Liguria cingerà la fronte
Al saggio Auronte di Real Corona.
O di Latona generosa Prole,
O almo Sole, al corso il cocchio affretta:
Giano t'aspetta. Udir parmi le voci,
Onde i veloci tuoi cavalli ardenti,
Quasi sian lenti, ei punge, e te rampogna.
Chi non agogna impaziente omai
Veder tra' rai di regia alta grandezza
Costui, che sprezza il volgo insano e stolto,
E al Ciel rivolto i sempiterni Numi
Per bei costumi e per virtù pareggia?
Certo la Reggia andranne oggi superba:
Oggi l'acerba sorte e 'l più spietato
Rigor del fato e quante ha Furie Averno
Avremo a scherno. O grande Auronte! o forte
Vie più che morte! Tu per gli ampj Mari
Ladroni avari ad inseguir prendesti;
E venti infesti e torbide procelle
E d'aspre stelle il rio tenor vincendo,
Alto scorrendo i minacciosi flutti,
Spaventi e lutti e strida al Turco lito
Recasti ardito. E ben coll'empia Aleppe
Tunisi il seppe, e l'infedele Algieri.
Ma de' guerrieri tuoi preclari spirti
Non sol le sirti e le marine belve,
Ma Fauni e selve ancor videro il lampo.
Viderti in campo a riparar straniera
Fugace schiera con Bellona al fianco,
Feroce e franco infra' perigli opporti
A stragi e a morti, e fuor di questa aprica
Di pace amica avventurata parte
Spigner di Marte il procelloso orrore.
Ma qual Pastore allor di lieti carmi
Non fregiò l'armi tue chiare e famose?
Se di rabbiose e barbare rapine
Nelle vicine mandre il pingue armento
Ebbe spavento, oh qual poi per li foschi
Solinghi boschi udì dolce concerto
Dar laudi al merto del tuo gran coraggio,
Che sì da oltraggio ostil forte il difese!”
Di rare imprese ancora in pace adornane
Del generoso Auronte il nobil zelo,
Per cui la prima età, per cui ritornane
Astrea dal Cielo.
Lui per le belle vie d'onor guidarono
Gran senno e gran pietate, e degli Eroi
Sulle più eccelse cime alto il locarono
Tra gli Avi suoi.
Quanti suoi pregi, che nel velo stannosi
Or d'umiltade ascosi, entro a gli Elisi
Per l'aureo stral d'Amore un dì vedrannosi
Ne' lauri incisi!
Ma tu, di Giano altera Figlia, apprèstati
Al sublime cammin, ch'ei ti discopre.
Senti come ti punge al fianco, e déstati
Con sue grand'opre.
E: “Sorgi, sorgi,” dice; “ecco la Gloria,
Che per le mie bell'orme a sé ti chiama.
Dell'odioso obblio certa vittoria
Avrà tua Fama.
Né, benché orrende Furie intorno fremano,
Fia che mai giogo ostil premati il collo:
Né che la Reggia e l'alte Rocche temano
Orribil crollo.”
Ma ecco Appollo il bel Pastor d'Anfriso,
Che l'almo viso in me rivolta, e dice:
“Elpin felice, il tuo cantar mi piacque.
Or non sian acque di tranquilli fonti,
Non valli e monti, ove d'ambrosia aspersi
Non cantin versi i leggiadretti augelli.
Su, Pastorelli, ogni passata noia
Mutate in gioia; e voi danzando gite
Per le fiorite piagge, e in chiare linfe
Scherzate, o Ninfe. Oh qual letizia adduce,
Oh quanta luce Auronte in sì bel giorno!
Andianne intorno per campagne e ville
Con cetre e squille e rustiche cicue;
E ancor le mute selve e le foreste
Di nostre feste sien gioconde e liete.
Voi pur verrete, o Satiri saltanti,
Voi Coribanti, e voi, Dive selvagge,
Per queste piagge amene a danzar meo.
Già dal suo speco il vecchierel Sileno
Di mosto pieno vien sull'Asinello.
O Vecchierello, fa' che tu non cada:
Erta è la strada ed il giumento è stracco,
E tu per Bacco non ti reggi. A mano
Alcun Silvano l'Asinel ti guide.
Ve' come ride. Un serto io t'apparecchio:
Ma tu, buon Vecchio, appaga i miei desiri:
Con vaghi giri al suon, per darne spasso,
Deh movi il passo intorno, or saltellando
Ed or rotando; e se avverrà che caschi,
Di puri e maschi vini avrai ristoro.
Intanto il Coro de' Pastor' si segga,
E i giuochi vegga. Ei già danzando viene.
Oh bene! Oh bene! Viva Auronte, viva.
Questa giuliva festa a lui sacriamo:
Più non possiamo. Or qui, Sileno, in alto
Su spicca un salto. Ahi lasso! egli è caduto.
Aiuto, aiuto, Ninfe, aiuto, aiuto,
Ch'egli è caduto. Bacco, Bassareo,
Evio, Leneo. O Vecchierel, mi porgi
La mano, e sorgi: e qui sul poggio erboso
Prendi riposo. Bacco, Bassareo,
Evio, Leneo. Ahimè! deh non t'adira.
Pon giù la lira, Euganio, e in quella tasca
Prendi la fiasca, e lascialo arcibere
A suo piacere, Bacco, Bassareo,
Evio, Leneo, e Bromio, Tioneo.”
Oh se d'Orfeo colla famosa cetera
Potessi in Elicona oggi salire,
Quanto gioir farei la terra e l'etera
Col mio gioire!
“Auronte, Auronte” ognor cantare udrannomi
Tra Ninfe e tra Pastor' le piagge e'l monte;
Le piagge e 'l monte ognor risponderannomi
“Auronte, Auronte.”