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Qual più diversa e nova
cosa fu mai in qualche stranio clima,
quella sì ben si stima,
via più rassembra al sacro e santo amore.
Là, onde 'l dì ven fuore,
vola un augel, che sol senza consorte
di volontaria morte
rinasce, e tutto a viver si rinova:
così sol si ritrova
un vero affetto, posto in su la cima
de le virtù, ch'al sommo sol si volve;
e se pur si risolve,
e 'l sol smarrisce, il suo stato di prima,
tornando, il lume acquista e i nervi suoi,
e vive poi con la Fenice a prova.
Una petra è sì ardita
là per l'indico mar, che da natura
tragge a sé il ferro, e 'l fura
dal legno in guisa che i navigi affonde.
Qui 'l santo amor risponde,
ch'è di tanto vigor (se 'l ver accoglio)
che vince il duro orgoglio
del senso, e lo sommerge in questa vita,
di vero ben sfornita,
e fura il cor, che fu già cosa dura,
e dal mondo il sottrage, ov'era sparso,
pur che non sia più scarso
di buon voler lo spirto, o mia ventura.
Essendo in carne, a la celeste riva
mi trae sta viva e dolce calamita.
Ne l'estremo occidente
è una soave fera e queta tanto,
che nulla più ma pianto,
e doglia e morte dentro agli occhi porta;
molto convene accorta
esser qual vista mai ver lei si giri:
pur che gli occhi non miri,
l'altro puossi veder securamente.
Così fa il cor dolente
il sommo e sacro amor, se quale e quanto
sia 'l divin raggio, è di saver ingordo
nostro intelletto sordo
e cieco a quell'immenso obietto santo.
Io qui però m'abbasso, acciò non pera
per questa fera diva e innocente.
Chi chiedesse, o canzone,
quel ch'i' fo', tu poi dir che 'l cor di sasso
cerco far molle sì che gli risorga
il lume che lo scorga
a quel amor, che mai non lascia un passo
di gir a Cristo, per cui sol si strugge
e schiva tutte l'altre rie persone.