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By Auteur inconnu

Collinetta aprica e bella,

Chi t'appella

Valle oscura, oh quanto egli erra!

Ché di te più vezzosetta

Collinetta

Non s'alzò già mai da terra.

L'Alba appena esce dall'onde,

Che diffonde

Sovra te l'argentee brine,

E col pianto dell'Aurora

Ben allora

Tu t'imperli il verde crine.

Quando il Sol, che l'ombre aggiorna,

Poi ritorna

A portar la luce a noi,

Ha piacer che le tue cime

Sien le prime

A goder de' raggi suoi.

Tu sei tutta colorita,

E vestita

D'un color bianco e vermiglio:

Fanno a gara sul tuo viso

Tutto riso

A fiorir la rosa e 'l giglio.

Ogni auretta adulatrice

Passa, e dice:

"Qui si ride e qui si gode."

Ogni Augel tra le tue foglie

Sol discioglie

La sua lingua a darti lode.

Ma di frutti oh come pieno

Porti il seno,

Di quei frutti, onde il cuor bèi!

Di quel nettare soave

Tu sei grave,

Che non cede al vostro, o Dei.

Ma qual turbine s'aggira,

Che si mira,

Collinetta, a te d'intorno,

E con sì terribil faccia,

Che minaccia

Di far notte in faccia al giorno?

Ecco, ohimè, che in un momento,

Ohimè sento

Scender giù grandine acerba,

Contra te scarica il Cielo

Crudo gelo,

Collinetta alta e superba.

Ecco, ohimè, tutte sfrondate,

Lacerate,

Le tue viti io miro al suolo;

Le tue foglie arse e distrutte

Miro tutte,

Miro, e n'ho tormento e duolo.

Or quel bel, che già ti fea,

Come Dea,

Sovra l'altre ergere il soglio,

Dove andò, se in un baleno

Il tuo seno

S'è cangiato in nudo scoglio?

Senz'onor di vaghi fiori,

Senza odori,

La tua fronte al Cielo or s'alza.

Non sei più Collina ombrosa,

Sì fastosa,

Ma deserta, orrida balza.

Ma non son sì stolto e cieco,

Ch'oggi teco

Di parlare abbia desio;

Sordo Colle ed insensato,

Il tuo fato

Già non muove il dolor mio.

Sol perché tu sei l'immago

Di quel vago

Volto, reo de' miei martiri,

A sfogar l'ardore immenso

Mentre io penso,

Par che teco io qui deliri.

Ma se tu non sei capace

Di dar pace

Alla doglia mia severa,

Odi, o tu, che tanto fuoco

Prendi a giuoco,

Odi, e lascia d'esser fiera.

Non fuggire, o Clori stolta,

Ferma, ascolta,

Ferma, e poi da te mi sciolgo:

Tutto quel che in questi accenti

Or tu senti

Non è favola del volgo.

Quel crin d'oro, che, tra l'onde

Delle bionde

Chiome, dà naufragio a i cori;

Quel vezzoso e caro labbro

Di cinabbro,

Dove ridono gli Amori;

Quella guancia, che vermiglia

Rassomiglia

Bella rosa in sullo stelo;

Quelle mani, che son fatte

Di quel latte,

Che smaltò la via del Cielo,

Quelle sì vedransi, e quelle

Chiome belle,

E le guance delicate,

E il vezzoso e caro labbro

Di cinabbro,

Calpestar da fredda etate.

Allor io quell'occhio nero,

Già sì fiero,

Mirerò senza periglio,

Ché l'età, perché non scocchi

Stral da gli occhi,

Ruberà la forza al ciglio.

Quel tuo viso allor pietoso,

Lagrimoso,

Non avrà da me mercede;

E in mirarti, o qual diletto

Avrà il petto,

Tutta in lagrime al mio piede!

Dal tuo pallido sembiante

Ogni amante

Io vedrò fuggir lontano,

E chi già sprezzasti tanto

Col tuo pianto

Chiamerai, ma sempre invano.

Così gelida vecchiezza

Tua bellezza

Ridurrà scherno degli anni;

Io quel volto allor sfiorito,

Scolorito,

Mirerò, ma senz'affanni.