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Or che ride in calma il mare,
Onde chiare,
Con diletto io vi rimiro:
Non invidia il vostro seno
Il sereno
Del celeste alto zaffiro.
D'Anzio voi superbe arene,
Vaghe scene
Di delizie a gli occhi aprite:
Qui Nettuno ha la sua reggia,
Qui passeggia
Sul bel carro d'Anfitrite.
I più dolci venticelli,
I più belli
Batton qui piume leggiere;
Volan lungi i caldi fiati
Disperati
Delle torride riviere.
Sol quell'aura fa soggiorno
Qui d'intorno,
Che de' fiori è genitrice,
Di quei fiori, ond'è vestita,
Arricchita,
L'amenissima pendice.
Pien di gioia io qui m'assido
Sul bel lido,
E vagheggio e mare e terra:
L'uno e l'altra a me di vita
Sì gradita
Care immagini disserra.
Ché se fasto ambizioso
Il riposo
Turba qui de' miei pensieri,
E la schiera de' sospetti,
Degli affetti
Muove guerra a' miei piaceri,
Guardo voi, Moli famose,
Orgogliose,
Già trofei del fasto umano;
Guardo voi, memorie acerbe,
Che tra l'erbe
Io vi cerco, e cerco invano.
Passa, e dice al Passaggiero
Il Nocchiero:
"Queste fur d'Anzio le mura;
Dove là stridon gli aratri,
Fur teatri
Di mirabile struttura."
Oh follie! veggio che tutto
Han distrutto
Pochi secoli tiranni:
Che sarà di noi mortali,
Se sì frali
Sono i marmi in faccia a gli anni?
Così mando all'altra riva
Fuggitiva
Ogni cura tormentosa,
E nel grembo d'una pace
Non fallace
Tutta l'anima riposa.
Ma, qual miro a poco a poco
Con bel giuoco
Vaga Dea dall'acque alzarsi!
Or si mostra ed or s'asconde
Sotto l'onde,
Poi si pente di celarsi.
Ha di vergine l'aspetto
Vezzosetto
La leggiadra notatrice;
Tien lo sguardo in me rivolto,
Io l'ascolto,
Che così mi parla e dice:
"Pastorel, che in questi lidi
Ti confidi
Di goder vita soave,
E l'età piena di cure,
Di sventure
Far parer men dura e grave,
Non sperar che in salde tempre
Duri sempre
Primavera in queste sponde,
E che Zefiro leggiero,
Lusinghiero,
Sospirando increspi l'onde,
Ché qui pure il Ciel s'adira
E si mira
Fulminare il prato e il colle;
Qui da Borea il mar turbato,
Flagellato,
Fino all'Etra i flutti estolle.
Ma se miri il mar senz'onda,
Se ogni fronda
Qui tu vedi aprirsi in fiore,
E se vedi questo Cielo
Senza velo,
È virtù del tuo Signore.
Al sembiante suo giocondo
Torna al Mondo
La beata età dell'oro,
E non sai se più lampeggi
O verdeggi
Su 'l bel crin l'ostro o l'alloro.
Intelletto, che possiede
Quanto vede
Di più nobile e sublime,
E ragion, che siede in trono,
Queste sono
Del suo cor le doti prime.
Ma dir quanti intorno spande
L'alma grande
Rai di luce pellegrina,
La mia lingua invan presume:
Tanto lume
Loda più chi più l'inchina.
Dirò sol che se mai scocca
L'aurea bocca
Sulla cetra inni Febei,
Di tal nettare cospersi
Son suoi versi,
Che innamora Uomini e Dei.
Basta sol che l'arco ei prenda,
Ch'ei qui scenda,
Ch'ad udirlo - oh meraviglia! -
Di Nereo da i più muscosi
Antri ascosi
Esce l'umida famiglia.
I miei Cigni, ond'è sì lieto
Il Sebeto,
Io pur lascio e prendo a vile,
E mi scordo le native
Dolci rive
Di Partenope gentile.
Ma qual già dall'alta mole
Scese il Sole,
Tal ei canta in questa arena;
Io m'accheto, e perdo il vanto
Del bel canto,
E pur sono una Sirena."