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By Niccolò da Correggio

Chi non scia como io vivo

in odio al celo e a la mia trista sorte

e como io cheggio a morte

spesso rimedio a i mie' gravi martiri,

l'aspecto tristo miri,

e potrà iudicar qual sia la vita;

e se non che mi aita

una celeste ninfa, un spirto divo,

io seria in tutto privo

de l'alma che a resister non è forte

a i gran colpi d'amore e di fortuna:

ma quella che è solo una

mia speme, nel dolor par mi conforte:

el cor pensando a lei piglia vigore

e il mio dolore a lei né ad altra scrivo.

Dico che il primo giorno

che a lei pietà del mio martir gli prese,

a me fiamma se accese

al cor, che non la extingue acqua né vento.

Fu ben dolce el tormento

fin che i colpi non fur d'altro che strali;

ma facti ora mortali,

piango la doglia e questo oscuro forno

e mi rivolgo intorno:

veggio el celeste nido, e il bel paese

che mi è spesso cagion d'un dolce amaro,

né veggo alcun riparo

se non vien da lei stessa che mi offese.

Spero, ardo, tremo, agiaccio, piango e rido,

e sol mi fido nel bel viso adorno.

Non già che per lei sola

io speri uscir di questi acerbi affanni,

ché da mie' teneri anni

ogni segno del cel par mi contrasti.

Potrian ben gli occhi casti

raserenare in parte mia procella;

ma la inimica stella,

ch'io vego ancor nel cel, mi disconsola,

e il mio pensier, che vola

a contemplare el volto, i veli e i panni,

tanto si accende di novo disio

che mi fa acerbo e rio

parere el tempo, e rimembra i mie' danni.

Cusì pascono el cor timore e speme

e quella, insieme, ch'e mie' spirti invola.

Qual dunque più nutrica

l'alma, di quei duo cibi, ancor non sento,

sì piccol nutrimento

la mia lieve speranza al cor m'adduce.

Como in vetro traluce

raggio di sol senza spezzarlo in parte,

tal da celeste parte

penetra nel mio cor quella pudica;

ma fortuna inimica

non vòl che l'occhio sia di lei contento;

l'altro, che teme, in più dubio s'involve,

e da morte mi assolve

sì che de l'esser nato alor mi pento.

Fra questi dubii viver mi dispiace:

se in l'uno ho pace, l'altro l'alma intrica.

Sono peculïari

a questo nostro amor tri effecti degni:

umiltà senza sdegni,

una giusta pietà, una larga mano,

causata, e non invano,

da una innata virtù, da un nobil sangue.

Se 'l cor tristo non langue,

ne son cagion questi tri singulari,

che fian quei lumi chiari

che potrian luminar gli stigi regni,

con le parole sue degne e ligiadre

o ver celesti squadre,

como tal loco a lei par si convegni,

che un cor può nutricar sol col suo nome

e mostrar come la virtù s'impari.

Ragion voria ben certo

como suo, qual mi sia, mi fusse grata,

ché l'anima, beata

se stimaria, per lei el corpo lasciando;

ma tra me ripensando

como longi da gli occhi amor non dura,

di me stesso ho paura,

ché cognosco mia sorte rea ab experto.

Vero è che ogni mio merto

mi fa fede che mai non mi fia ingrata,

e ancor m'ha dato un più verace segno,

che oltra la fede e il pegno

lei stessa a un nostro laccio si è legata.

Vivo, e del viver mio lei n'ha l'onore,

che per suo amore ancor non son diserto.

Canzon, se mai tu giongi

ove ti mando e il tuo desio ti mena,

scio che serai benignamente accolta;

dì: s'ella non mi ascolta,

uscir non spero mai di tanta pena,

e s'io m'affligo, misero, in pregione,

per sua cagione sper gioir da longi.