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Gloriasi 'l celeste e l'uman langue,
piangene con tormento e duol l'inferno
dicendo: "Ove è il governo
che di noi s<a>epe rimembrar facia?".
Vidi bagnar di lagrime e di sangue
gente che già vittorïose fûro:
quanto paria lor duro
del successor quale ostendia lor via!
Vidi là giù fra quella gente ria
lassato Jano e piu di ciò derutto,
vidi nel crudo lutto
Erculès, Anfïone e 'l pro' Teseo,
Jansòn e 'l buon Pelleo,
pianger dicendo con amare strida:
"Qual fia più su del nostro nome guida?".
Nel terribile duol penoso e' gridi
vidi Prïamo, Ettòr e 'l fi' d'Anchisse,
vidi Achille e Ulisse,
e di loro altri piangere infiniti.
Cesare, che già nulla morte, vidi,
quasi gli parea fusse tanto amara,
qual cosa avea più cara
veder non posso, c'ha presi altri liti.
Vidi Bruto e Camillo a quegli inviti,
vidi Anibàl e vidi l'Africano:
"Colui ch'era sovrano
di tutti aviàm perduto e èssen gito;
lui prese buon partito,
ché, se nel mondo egli ebbe gran vittoria,
ora ha perpetüale e vera gloria".
Langue l'umana turbe di iustizia
poi c'ha perso il pedoto e 'l buon timone
per cui con gran ragione
si potea navicar senza periglio.
Omè, quanta mi giunse al cor mestizia,
quando ch'io vidi il lacrimoso letto
de l'Ubaldin perfetto,
Joanni d'Azzo, angelico consiglio!
Quasi che morte allor mi diè di piglio,
vedendo intorn'a lui cotanti pianti,
fra' quai conobbi tanti
che noioso sarebbe il raccontare;
ma pur vo' palesare
di cose alquante che m'apparse in vista,
e come le pupille or qui s'attrista.
Vidi tre donne di color diversi
nel forte lacrimar, dicendo ad ello:
"Qual mai sarà più quello
che sì dirizzi l'alta nostra insegna?".
Vidi venir con tenebrosi versi
l'ucel di Jove, e con dolor mortale,
spïumandosi l'ale,
diceva: "Omei, or qual de' miei più regna,
oimè, lassa, omè, che i più mi sdegna,
e che per te credeva trïunfare
e 'l tempo racquistare
in qual tanto alta prosperando fui!
Ma poi ch'io ho men costui,
io lasso ogni speranza del salire,
poi che più sempre veggiomi avilire".
Vidi una grua ancor da l'altro lato
tutta disvêrsi e torciarsi di pena,
e quasi ogni sua vena
munta parea, e quasi parea innuda.
Diceva:"Figliuol mio, dove hai lassato
il chiaro gonfalone e dritto stile?
Or sono in turpe ovile,
poi che fortuna stata m'è sì cruda!".
"Egli è un toro quel che di sangue suda
(mi dicia poi il pensiero) e che tanto urla:
guarda quanto si crulla,
fiaccandosi le corna e tutto 'l dosso!".
Dicia poi: "Più non posso!"
una che ben paria turtur piumata
e quasi al dietro punto confinata.
E altre donne vidi in vesta bruna
piangere e lamentar con lutti e lai;
ma d'una, che giamai
simil non vidi molestar, dirò:
povera <e> onesta a me paria quest'una,
che sì pietosamente l'abracciava,
con lagrime il baciava,
diceva: "Figliuol mio, or che farò?
Lassa, misera, afflitta, a chi girò?
Chi fia mio scudo, o Italia sommersa?
Or veggio ch'io son persa:
o figliuol m'io, ben m'hai abandonata!".
Di sangue era rigata
sopra del petto suo, guardando il nido,
e 'l ciel parea tremasse del suo strido:
"O falcon pellegrino, o specchio, o luce
ch'eri degli occhi miei soave tanto,
ben mi dai pena e pianto!
Come il potesti fare, oscura morte?
Ahi, 'nabissata me, chi più mi duce,
che quasi ognun mi caccia e mi flagella?
O amare quadrella,
ben m'avete condotta a false sorte!
Io veggio ben le mie giornate corte,
ch'io non t'ho più, figliuol, che mi difendi:
o fuoco, ben m'accendi
mortal, ch'io ho perduta ogni speranza!
Perso ho più franca lanza
che di me fusse mai un 'talïano,
più già non credo fusse Ettòr troiano!".
Gloriasi il celeste c'ha ricolto
sì dolce frutto e sì benigno fiore:
con festa e con amore
a sé chiamato l'ha Colui che 'l fece.
Subito fu dal suo Fattore asciolto
e portato dagli angeli e da' santi,
con dolci giuochi e canti,
dove sapere il tutto a me non lece.
Lassù non duol né nece,
lassù è il sommo ben, somma allegrezza,
lassù è la vaghezza,
dove fra' cori angelichi è beato
costui ch'è coronato
di glorïa e vittorïa infinita,
e credo viva a la beata vita.
Canzon, tu puoi cercare Italia tutta,
ma ben certo mi dò, non trovarrai
simil di lui giamai,
di tal virtù magnanimo e cortese;
ma ben dirai alla città senese
facci dell'ossa festa e di lui pianto;
di' che si può dar vanto,
che nuove arlique e simili non segga
in città oggi che d'Italia regga.