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By Tommaso Campanella

Io credo in Dio, Possanza, Senno, Amore,

un, vita, verità, bontate, immenso,

primo ente, re degli enti e creatore.

Non è parte, né tutto, inciso o estenso,

ma più somiglia al tutto, ond'ogni cosa

partecipò virtute, amore e senso.

Né pria, né poi, né fuor, l'alma pensosa

(ché 'n vigor, tempo e luogo egli è infinito)

può andar, se in qualche fin falso non posa.

Da lui, per lui e 'n lui vien stabilito

lo smisurato spazio e gli enti sui,

al cui far del niente si è servito.

Ché l'unità e l'essenza vien da lui;

ma il numero, e che questo non sia quello,

da quel, che pria non fummo, restò in nui.

Lo abborrito niente fa il duello,

il mal, le colpe, le pene e le morti.

Poi ci ravviva il divino suggello,

participabil d'infinite sorti,

Necessitate, Fato ed Armonia

Dio influendo, che su' idea trasporti.

Quando ogni cosa fatta ogn'altra sia,

cesserà tal divario, incominciato

quando di nulla unquanche nulla uscìa;

di voglia e senno eterno destinato,

che in meglio o in peggio non pôn far mutanza,

sendo esso sempre morte a qualche stato.

Prepose il minor bene a quel ch'avanza,

e la seconda legge alla primera,

chi diè al peccato origine ed usanza.

Poter peccare è impotenza vera.

Peccato atto non è: vien dal niente;

mancanza o abuso è di bontà sincera.

Vero potere eminenza è dell'ente:

atto è diffusion d'esser, che farsi

fuor della prima essenza non consente.

Necessità amorosa sol trovarsi

nel voler credo: ma di violenta

l'azioni e passion non distrigarsi.

La pena a' figli da' padri se avventa,

la colpa no, se da voglia taccagna

imitata non è, poiché argomenta;

ma dalla prole a' padri torna e stagna,

chi di ben generar non fan disegno

e trascurâro educazion sì magna.

Ma colpa e pena alla patria ed al regno,

che di tempo e di luoco non provvede

e di persone, che fan germe degno.

Perché dell'altrui pene ognuno è erede:

non lo condanna ignoranza o impotenza,

ma voglia mal oprante in quel che crede.

Dall'ingannati torna la sentenza

agl'ingannanti, che 'l Padre occultâro

a la fanciulla ancor nostra semenza.

Bisogno e voluntà, non senso raro

mirando, spesso rispose il pio Padre

là dove e come i figli l'invocâro.

Talché, barbare genti ed idoladre,

se operaste giustizia naturale,

non siete esenti dalle sante squadre.

Vivo, e non morto, un padre universale,

non parzial, né fatto esser Dio mai,

a chi s'annunzia più scusa non vale.

Al che aspettato e' venne in tanti guai,

commosso dagli nostri errori e danni,

come per tutte istorie ritrovai,

contra sofisti, ipocriti e tiranni,

di tre dive eminenze falsatori,

a troncar la radice degli inganni.

Voi falsi sempre sol, commentatori,

additaste per “tata” alli bambini

voi stessi e li serpenti e statue e tori.

Poi contra i sensi proprii a' peregrini

non bastò dir che la saetta vola,

ma che sia uccello, e Dio gli enti divini.

Perdé la Bibbia la mosaica scuola

al tempo d'Esdra . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

I proprii Farisei Cinghi sortìo,

Amida i bongi di Chami e Fatoche,

l'altro emisfero in empietà finìo.

Utili a tutti, chiare leggi e poche

per l'arte abbandonâro: la natura,

perché nel primo seggio le rivoche,

delle scienze ognun vuol ch'abbia cura;

non le condanna con le false sètte,

ch'abboriscon la luce e la misura.

Ammira il sol, le stelle e cose elette

per statue di Dio vive e cortigiani:

adora un solo Dio, ch'un sempre stette.

Scuola alza e regno a Dio da questi vani:

servir a Dio, in comunità vivendo,

è proprio libertà di spirti umani.

La santa Chiesa, il Primo Senno avendo

per maestro, e 'l libro che Dio scrisse, quando

compose il mondo, i suoi concetti aprendo,

sette sigilli or or disigillando,

chiamerà tutto l'universo insieme

al tempio vivo dove va rotando.

Né a Dio, né al tutto, male al mondo preme,

ma sì alle parti, donde egli è diverso;

ma ride al tutto la parte che geme.

Ogni cosa è immortale in qualche verso;

sol l'alme vanno d'uno in altro mondo,

secondo i merti, più opaco o più terso,

finito in questo ognuna il proprio tondo,

u' gli spiriti sciolti han le lor vie

che portan del fatal ordine il pondo,

ed il giudicio aspettan del gran die.