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Mio Dio, non già per aver lode io canto,
Né canto per quaggiù farmi immortale.
Ah che debil non puote ingegno frale
Da sue inferme virtù sperar cotanto.
La pronta vena, che mi desti al canto,
Di renderti cantando or sol mi cale:
Questo è il piacer che il cuor mi tragge, e tale
So ch'è il piacer del tuo gran cuore e santo.
Dell'eterno Amor tuo sien dunque ornate
Mie rime, e nobil' sien lor meta e segno
L'alto tuo nome e l'opre tue beate;
Né faccia unqua di me, né del mio ingegno,
Come feo d'ogni Musa in altra etate,
Aspro e crudo governo Amor men degno.