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Odami Cielo e Terra.
Fermi le rote insull'eterea Mole;
E qual udì già il Sole
L'altrui temuta imperiosa voce,
Allor che in aspra formidabil guerra
Cadde sconfitto l'Amorreo feroce,
Tal porga orecchio a' miei canori accenti.
M'odano e Mari e Fiumi e Gioghi e Selve,
L'Aer, gli Augei, le placid'Aure e i Venti,
E l'universe Belve
M'ascoltin tutte ragionar di Dio,
Bench'ei non cresca all'altrui canto o mio.
Ma, poiché a ignobil polve,
Qual io mi son, nelle invisibil' cose,
In te, Signor, nascose,
Senza il tuo santo lume entrar non giova,
Ché ignoranza e timor tutto m'involve,
Tu i prischi esempj a' nostri dì rinnuova;
E qual da te scese al buon Duce Ebreo
Spirto di luce in bel liquore ardente,
Che all'ombre il tolse e chiaro Vate il feo,
Tal di tua man repente
Vengami a nuoto in nobil tazza d'oro
Di facondia e di fiamme almo tesoro.
Già l'atra nebbia è sgombra:
Già mi sollevo ver' l'etereo Mondo
Da questo ermo e profondo,
E a me ti scopri quasi cerchio immenso
D'immensa luce senza macchia ed ombra.
Al fermo tuo fuor d'ogni luogo estenso
E in ogni luogo invariabil centro
Non corre linea ardimentosa intorno,
Che il chiuda e stringa al giro suo per entro.
Con ignominia e scorno
Veggola ognor con sue figure esclusa,
Ch'esser non puote immensità rinchiusa.
Quindi te fugge invano
L'empio, che corre a tondo, e invan s'arretra,
S'empi le sfere e l'etra,
L'erme campagne, le marine e i lidi;
E se vi sei col guardo e colla mano,
E col sapere e col poter v'annidi,
E colla spada e collo stral vi giungi
E colle fiamme del furor, che strugge,
Onde chi mai da te, Signor, va lungi?
Ti perde, è ver, chi fugge;
Ma ove sen va chi da te fugge ingrato,
Se non da te pietoso a te sdegnato?
A te sdegnato, e acceso
Di sì gran spirto d'ira e di procella,
Che in questa parte e in quella
Regni e cittadi in cenere converti;
E contra i mari a guerreggiare inteso
Gli volgi in arenosi ermi deserti;
E secchi i fiumi, che sdegnaro i ponti
E si recar' su 'l corno arbori e campi;
A te, che stempri quasi cera i monti
Al fiammeggiar de' lampi,
Onde chi passa dice poi per giuoco:
“Qui fu il giogo superbo e questo è il loco.”
Qual stassi rota in rota,
Tal in quel cerchio, gran Monarca, io miro
L'interminabil giro
Della felice senza vespro e aurora,
Ognor presente eternitade immota,
Dove sei tutto a tutti e fai dimora,
E ove son tante del gioir le vie,
Che mill'anni e poi mille a te davante
Volan coll'ali di fugace die,
Anzi, di lieve instante;
Dove tu sei la somma vita, e dove
Sei spirto e moto a quanto vive altrove.
Non vide occhio giammai,
Né mai lingua mortale a narrar prese,
O in core umano ascese
Qual sei lassù ne' Regni tuoi superni
E qual già fosti e in avvenir sarai.
Chi penetrò ne' gran' secreti eterni
Della tua mente, e nella prima idea
Vide i pensier' de' secoli futuri
E ciò che il tempo alato in sé volgea
Ne' suoi natali oscuri?
Chi ne' Divin' consigli unqua s'immerse,
E l'ordine del Mondo ivi scoperse?
Santa Umiltà, tu sola,
Sola col guardo dal tuo fondo arrivi
Dove tra eccelsi Divi
Nel formidabil lume suo si copre
L'alta Cura celeste, e altrui s'invola.
Tu sol penetri i di lei pregi e l'opre,
E a te lice il vedergli almeno in parte
Sciolti dal primo nuvoloso velo:
Come sul dì da sotterranea parte
Altri le stelle in Cielo
Mira, ch'ei non vedria su, donde poggia
Il sommo Olimpo, e oltre le nubi alloggia.
Io saglio teco, e il guardo
Spingo nel grembo de' Divini abissi,
Ed ambo i lumi ho fissi
Omai nel volto del superno Amore.
Oh Santo Amor focoso, ond'io tutt'ardo,
In te, di te, per te sol vive il core!
Tu sei quel cibo almo vital perenne,
Tu sei quel fonte d'inesausta vena,
Che inonda e sazia, e a noia unqua non venne
In sua nettarea piena;
Tu sei quel fuoco animator, che crei
L'Alme immortali, e le converti in Dei.
U' quell'ardor fiammeggia,
Reina sapienza alto risiede;
E sovra immobil piede
Onnipotenza esecutrice attende
Gli augusti cenni sull'eccelsa Reggia.
Quella disegna i Mondi, e questa imprende
A porgli in opra, e gli conduce a fine,
E agevolmente tragge lor dal nulla,
Qual putto alza d'arene al rio vicine
Palagj, e si trastulla.
Oh Sommo Dio, quanto in poter sei grande,
Se scherzi in così belle opre ammirande!
Grande, o Signor, t'adoro
In tua bontade, onde tu sol sei buono;
Grande sull'aureo Trono
Di tua giustizia, onde tu sol sei giusto;
Mirabil grande in ogni tuo lavoro,
Sia spazioso o angusto;
Grande e possente in vastità d'imperj,
E non minore in maestà di Soglio;
Ne' voler', ne' consigli, e ne' pensieri
Grande, ma senza orgoglio,
Benché talora in tuo furor ragioni
A noi mortali col ruggir de' tuoni.
Sporgo più innanzi i lumi
Nell'increato inaccessibil Templo,
E l'esser tuo contemplo,
Semplice, eterno, indivisibil, primo,
Che tutti accoglie d'ogni bene i fiumi;
Onde il felice empireo Mondo e l'imo
Sonovi assorti, come spugna in onda,
Che posta in mar tanto del mar si beve,
Quanto ne cape a divenir feconda
Nel seno, ove il riceve,
E quanto sol di riempirla piacque
A chi dal lido lei gettò nell'acque.
S'io non temessi morte,
Degna mercede al troppo osar del ciglio,
O grave egual periglio,
Vorrei mirar quel tuo raggiante volto,
Qual ei si mostra alla superna Corte,
E qual serena il Ciel, d'orrore involto,
E le guerre de' nembi in aria acqueta;
Che splende, e alluma d'un suo raggio solo
L'immensa sfera del maggior Pianeta,
E che lassù dal Polo
Invita con sue vaghe auree faville
Le umane a contemplarti egre pupille.
Vorrei mirar la prima
Somma Unitade, e l'immortal Bellezza,
Cui così poco apprezza
L'ignaro volgo, e lei pone in non cale
Per fango abbietto, ch'ei cotanto estima,
Di terrestre beltà caduca e frale;
E sarei vago di mirar la luce,
Tanto d'error nimica e di menzogna,
Del primo ver, che d'ogni vero è duce.
Ma indarno Uom vile agogna
Poggiar tant'alto, ond'io le penne allento,
E torno in Terra al primo mio spavento.