34 (RVF 206)
Vergine sacra, che sola sei quella
del cui amor vivo, e senza 'l qual morrei,
bench'in me sian peccati molti e rei,
e di vil signoria l'anima ancella,
pur mi riduco a te, che sei mia stella.
Però fa' ch'in me sia
di bene gelosia,
acciò che l'alma mia
sia fatta per tua grazia ognior più bella.
Spesso fortuna in me le sue quadrella
avendo spese, mai vinto da lei
non fui per lo tuo aiuto, o Mater Dei,
e benché parmi ancor sia cruda e fella,
pur io non temo alcuna sua facella,
mentre ch'a te m'invia
l'amor, che vuol ch'io stia
teco, perché sei pia
sì che non sprezzi mai giusta favella.
Or questo don da te, madre, vorrei,
ch'ormai (perché da la diritta via
de le virtuti il senso me desvia)
domar la carne io possa, e con costei
non sia possanza sopra i spirti miei,
che poi ch'a Dio rubella
fu l'alma, il corpo a quella
s'è fatto tal procella,
qual Faraone in perseguir gli Ebrei.
Se cosa dunque grata mai ti fei,
che merti il tuo favor e cortesia,
fa' che tal grazia in ciel per te mi dia,
ch'ognior rimembri come i' mi rendei
per voto a Dio, che sol chiuso torrei
del cor mio ne la cella
dal dì che mammella
lasciai, finché si svella
da me l'alma, ad amar, certo 'l farrei.
Ben prego, che 'l favor tuo, che m'apria
il cor a speme ne l'età novella,
regga ancor la mia stanca navicella
col governo di tua pietà natia,
tal verso me, com'esser già solia
quando più non potei,
che me stesso perdei:
e ben creder devrei
che chi da te si parte, il bene oblia.
Questo però mai fare io non poria
per oro o per cittadi o per castella,
ch'ingrata l'alma mia sarebbe, s'ella
facesse ciò, come di mente ria;
a cui di sì cortese leggiadria
sempre tu fosti e sei,
che beata direi
tre volte e quattro e sei,
s'ella fia sempre nel tuo amor qual pria.
Va' spirto a quella diva alma Maria
senza cui non saprei
viver, e sosterrei,
quando 'l ciel ne rapella,
girmen ad ella in sul carro d'Elia.