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By Filippo Scarlatti

Non posso far ched io non mi lamenti

del galdio che nel cuor già mi trovai;

or è riverto in novelli accidenti.

Ma se te, diva stella, cominciai

' amare, i' ebbi nel core allegrezza,

ché contento più giorni i' trappassai.

Ma or, s'in brieve tempo con asprezza

mi son trovato e non so ritrovare

di chi colpa si sia cotal gravezza,

so chi sempre in mia vita ho ringraziare

e, ringraziando, i' non sodisfarei

di cui i' vo' tacer più che parlare.

Troppo nel dire i' mi distenderei,

ma non mi servirebbe la memoria;

perché 'diota ell'è, mi smarrirei.

Già non mi sazierei di darle gloria,

fama e onor, perch'io so ch'ella 'l merta,

da poi che contra Amor mi diè vettoria.

I' non ti vo' tener costei coperta,

ma vo' che sappia ch'ell'è quella dea,

qual sopr'ogni biltà costei è sperta.

Venere è questa e non è già Enea,

qual m'ha ferito il suo figlio in nel core

e non m'ha fatto qual fesce Medea.

Veggendo il nudo alato me in dolore,

ebbe pietà di me giovan meschino;

dell'or mi trasse lo stral suo d'amore.

Onde, giugnendo a me, a capo chino

mi volsi a lui e con umil talento

dissi: - Ringrazio te, spirto divino -.

Poi si partì e me lasciò contento

innanzi a quella, in cui real costume

regnano in lei, ond'io ne fo lamento.

Gli occhi acompagnono, un rigo di fiume

spargendo in terra com'acqua corrente,

sendo rimasto cieco e sanza lume.

A ogni cosa istarei pazïente,

pur ch'io potessi in me immaginare

qual cagion lasciar me costei consente.

So ch'a costei non posso colpa dare,

ch'i' so che lei come me passïone

ell'usa per mio amor nel cor portare.

Poi vengo investigando per ragione,

e son sì acupato nella accidia,

qual non mi lascia trovar la cagione.

E vinto pi- da questa grande insidia,

coll'animo mi pare aver trovato

che non sia altro che la mala invidia.

Nel preterito, nel presente i' ho guardato,

e nel futuro anche pensando voe:

altro che 'nvidia veggo non n'è stato.

Ma, quando certamente i' lo sapròe,

ingegnerommi di farme vendetta,

ricovrendo l'onor più ch'io potròe.

Però ti priego, o signor mio elletta,

che tu non voglia di me tanto strazio,

po' che nel cuore i' ho per te saetta,

ché di guatarti il mio cuor non è sazio,

veggendo in te angelichi costume.

Però Cupido per tuo 'mor ringrazio,

che fu cagion di darmi tanto lume

ch'io potetti mirar le tue bellezze;

perdendo te, farei degli occhi un fiume.

E poi risguardo a tue piascevolezze,

le qual m'hanno legato in modo 'l core

che di non le veder sentire' asprezze.

Però ricorro a te, dolce signore,

sperando in te sostegno di mia vita,

ch'el mi tolga dal cor tanto dolore.

S'a me comandi, sarai ubidita,

ch'i' t'amo in terra quanto Iddio in cielo;

così vo' fare insino a mia partita.

Tuo stiavo e servo son con veril zelo;

a' tuo comandi sempre apparecchiato,

il sangue metterò, la carne e 'l pelo.

Però ti priego che racomandato

ti piaccia avermi e tôrmi ta' tormenti

e non m'aver in tutto abandonato.

Se di volermi bene tu aconsenti,

e non guardare alla 'nvidia crudele;

dunque lieva dal cor tanti lamenti!

Tu sai che nel principio io ebbi il mêle,

quand'io apersi gli occhi al tuo bel viso;

dunque nel fin non mi voler dar fele.

Quando te miro, veggio il paradiso

cogli angioli e co' santi in una gloria,

faccendo un regoletto al tuo bel riso.

Dunque, per non far lunga la mie storia,

ché nol sofferirie 'l fraile 'ngegno,

e smaririesi mia bassa memoria,

moral ternali a me, che sono indegno,

mi farete 'mbasciata al mio signore:

dite ch'a lei scrivendo io non son degno,

ma ch'io le racomando solo il core

che nollo voglia da sé dipartire,

e muovasi a piatà del mio dolore.

Po' che disposto son di te servire,

fa', signor mio, di me quel ch'a te piasce,

ch'io porterò per te ogni martire.

Così sien posti i mia tormenti in pasce

come i' t'atterrò quel ch'io prometto;

se non, ch'io arda com'un'unta brasce!

Dunque, se d'amar te prendo diletto,

non mi distenderò in altre parole;

se non, memento mei: questo è l'effetto,

perché a me scuro sei splendido sole.