35 [Di Antonio Beccari]

By Auteur inconnu

Le stelle universali e i ciel<e> rotanti,

le loro infusïoni,

l'ecterno moto e tucta la sua forsa

et propriamente quelle impressïoni,

li abiti e i sembianti,

che da lor prese mia natural scorsa,

e l'elemento che mai non s'ammorsa,

l'aire, l'acqua e la terra

che in mia forma si serra

sian maledetti e tucto suo podere.

Maledetto il volere ch'accese il padre

de le mie triste membre

di spargere el suo seme e 'l mio dolere.

Poi maledico el corpo de la madre

dove s'agiunse insembre

l'anima taupinella e questa pasta

dogliosa più che quella di Jocasta.

Quel puncto novo ch'io scopersi tempo

e caldo e pioggia e vento

sia maladetto, e chi mi vidde prima.

Maladette le fascie e 'l nutrimento

che comenciar per tempo

di darmi la cagion di questa rima.

Maladetto dal pe' fine alla cima

l'acqua, il sale e 'l bactesmo

dello mio cristianesmo

e chi mi puose a quel cimbello.

Sato fusse io porcel<lo> da campanella

quando tre day di groppo

mi furo appesi al collo in un borsello;

e per se maladecta sia la stella

che 'l mondo di galoppo

assai più tristo m'à facto cerchare

che non fu Edippo alli occhi soi chavare.

Mille trecento quindici, ou'io nacqui,

tempo crudele e reo,

nimico di vertù, sia maladetto,

la mia bassa fortuna e 'l sito meo,

là dove giovin giacqui,

e 'l padre mio, allora poveretto.

Io maladico il suo buono intellecto

che di suo stato vile

volse agrandir mio stile

e fuor delli animali trarmi a scienza.

Maladetta la intensa e quel sudore

che per mio studio spese,

maladetta e l'apresa intelligensa

che fa centuplicare il mio dolore.

Maladetto il paese

dou'io l'appresi, che mi tien, pensando,

più tristo assai che Eccuba furiando.

Il vano intender mio, la lingua sciolta,

l'altessa del mio animo,

io maladico e 'l tempo vagabundo,

poi ch'io son facto in tanto pusillanimo,

ch'una picciola volta

di dadi mi può far tristo e giocondo.

Maladecte le terre e l'ampio mondo

ch'i'ò tanto cercato,

povero disviato;

sensa trovar già mai don di fortuna.

Non so qual luna la mia vita guidi:

doglio, sospiro e piango,

né mai di questo mia vita è digiuna.

Maladetti i sospiri e i gravi stridi

ch'io traggo in questo fango

del viver miser mio più grave assai

che quel di Job al colmo dei suoi guay.

Maladetti i servigi ricevuti,

maladecto il servire

ch'io feci ad altri o con borsa o con bocca;

maladecto il tacere e li soffriri

dei miei dolori acuti,

maladecta la Morte che non schocca

l'ultimo stral<e> di sua possente rocca

tra mia indurata mente,

desperata e dolente,

priva d'ogni speransa e di conforto

poscia che morto è il pensier che mi dava

frutto, speranza e norma

de la mia vita ria giunger al porto.

Ora fortuna e vitio pur mi grava

di novo cangiar forma

gravosa più di quella d'Apulegio

trasfigurato al bestïal collegio.

Va, disperata rima e tristo verso,

canson nova di pianto,

jo la corfermo e sì la benedico,

e se tu trovi alcun che si dia vanto

jn pena esser sommerso,

desperato di ben, lasso e mendico,

fameli amico, s'amistà puote essere

tra infortunati e rei;

e giuro per li dey

che Dido giunse a suo gravoso tessere

ch'assai son presso a privarmi dell'essere.