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Ben mi credea che fosse tempo omai
che dal tetro camin tornassi a dietro,
senza altro studio e senza novi ingegni.
Or lasso, se dal cielo i' non impetro
l'usata aita, a che condotto m'hai,
uman desir, che tal arte m'insegni
(ben so, s'io me ne sdegni)
che del divino onor m'hai fatto ladro?
Tu il mondo pur leggiadro
ci fai parer, ed è pieno d'affanni.
Però se ne' primi anni
errai, or altro stil prender bisogna,
ch'error in crini bianchi è gran vergogna.
Quel ben in cui pensai già d'aver vita,
s'agguaglio a le divine alte bellezze,
dolenti i spirti restan, che cortesi
e pronti furo in seguitar richezze
e piacer, ch'a ben far non danno aita,
anzi per quei sovente il ciel offesi
oppresso da gran pesi
del corpo, che pur giù mi tra' importuno.
Or poverel digiuno
volgomi ad altra parte e miglior stato,
acciò non sia biasmato,
e se fui tardo, la pietà m'escuse,
che l'orecchie di Dio non ten mai chiuse.
Cercato ho indarno già vie più di mille,
per provar se potesse mortal cosa
tenermi lieto senza Dio un sol giorno,
però l'alma, ch'altrove non ha posa,
sospira pur a le sacre faville
del sommo amor, al cui calor io torno,
che 'l ghiaccio che m'è intorno
risolva, e acciò non perda il ben ch'i' bramo,
e come augello in ramo,
per visco i' non sia preso e a morte colto,
tener vo' fiso il volto
a chi sta in croce, di cui sol un sguardo
fruir per gran desio nel cor tutto ardo.
Spirti o felici in ciel, ch'in quelle fiamme
vivete, come in foco salamandra,
ove si gusta amor quanto si vole,
ma non già qui, dove sì dura mandra
de' sensi avezzi ognior contrasto famme,
e 'l mondo falsamente (come suole)
pien di rose e viole
si mostra, e fassi tosto un freddo ghiaccio:
però i' mi procaccio
ivi più degni cibi al viver curto,
dove d'Adamo il furto
pagò Iesu, col qual l'alma è contenta
star ferma ogniora, pur che 'l suo amor senta.
Or questo è quel desio ch'io provai sempre
da che i raggi dal ciel sparsi in me vidi,
che mi fecer cangiar vita e costume.
Se la terra e del mar cercasse i lidi,
non troverei giamai sì dolci tempre,
non acque sì soavi in alcun fiume,
né così chiaro lume,
sì come in te, o Signor; però i miei spirti
coglio ch'io possa dirti:
son tutto a te. Ma perché 'l dir è parco
il tuo amoroso arco
feriscami sì che d'amor io mora,
ch'un bel morir tutta la vita onora.
Chiusa fiamma è più ardente, e se pur cresce
in alcun modo, più non può celarsi.
Signor, il so, che 'l provo a le tue mani,
che quando del tuo amor m'accesi ed arsi,
tutto mi diedi a te, e assai m'incresce
del tempo ch'in paesi già lontani
io spesi in pensier vani.
Ora, perché del bene, a cui m'adduce
la tua spirata luce,
talvolta ven mancando al cor la speme
e ciò forte mi preme,
fa', prego, che 'l desir ch'a te mi mena,
non cessi unquanco, e mi trarrà di pena.
Vero è, Signor, che m'è pur gran tormento
che ti fui ingrato. Ora da te perdono
io cheggio, che dovea pur torcer gli occhi
dal falso lume, e di Sirene al suono
chiuder gli orecchi. E se di ciò mi pento,
non consentendo che più al cor trabocchi
pensier, ond'in me sciocchi
colpo mortale chi a mal far fu 'l primo,
ben credo e dritto estimo
che tua pietà, ch'al perdonar ven tosto
a l'uomo ch'è disposto,
di me altro non farà che quel che soglia,
in festa convertendo ogni mia doglia.
Canzon, vedi ch'al campo
del sacro amor son giunto, via fuggendo
ogni altro, e mi riprendo
ch'io fui pur tardo a sì amorosa sorte,
che vince inferno e morte.
Servo di Dio che queste rime leggi,
ben non ha il mondo ch'amor tal pareggi.