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By Celio Magno
Tu pur nel tuo pensier vano e crudele
oltre ancor passi ed ostinata duri,
empia mia donna, e l'aspre mie querele,
il lungo affanno, il lagrimar non curi.
né ti ravede, ohimè, ch'al tuo fedele
per sì ingiusto rigor morte procuri:
morte, ch'esser non puote a venir tarda,
se tua dolce pietate in me non guarda.
Ahi, che se nel tuo cor regnasse Amore
come nel volto e ne' begli occhi regna,
vinto sì non l'avria stolto timore,
né macchiata tua fé di nota indegna.
E stimeresti troppo grave errore
che quel crudel, che torti a me s'ingegna
con sua vane minacce e finto grido,
t'allontanasse dal tuo amante fido.
Non mi fer già sperar frutto sì duro
dell'amor tuo quelle lusinghe finte,
quelle impromesse, che da te mi furo
sotto falso color sì ben dipinte.
Vivi, dicei, de la mia fé sicuro,
diletto amante: ch'in ciel prima estinte
le stelle, e senza luce il sol vedrai,
ch'in alcun tempo i' t'abbandoni mai.
E pur ne portan le parole i venti,
perfida; pur oblii la tua pietade,
ch'al primo crollo che fortuna tenti,
svelta fuor del tuo petto in terra cade.
Costume è ciò de le più basse menti,
dopo mercede armarsi a crudeltade,
e consentir ch'in noi voglie e desiri
fortuna a suo piacer travolva e giri.
Mentre il ciel ride, e dolci aure seconde
spiran d'intorno a queste piagge amene,
benché non mova a pena arbor le fronde
con poca lode in piè ferma si tiene.
Ma se, turbato, il ciel la faccia asconde,
e Borea, irato, a contrastarla viene,
ben s'a l'impeto allor vinta non cede,
eterno vanto aver suo merto chiede.
Benché qual duro caso orrendo e strano,
qual forza, qual furor da me ti parte?
Un breve sogno, un fumo, un debil vano
altrui sospetto, e forse finto ad arte.
Ahi quanto speri, aspra mia morte, invano
ne la gloria di quelle aver mai parte,
ch'ogni strazio e martir tolsero innanti
che venir meno a lor fedeli amante.
Dieci volte ha già 'l sol fatto ritorno
col novo di fuor de l'albergo usato,
che tu, negando a me più chiaro giorno,
nel tuo stai chiuso, o mio bel sole amato;
né mi degni scoprir del volto adorno
gli ardenti raggi e 'l vano crine aurato.
Ed io pur vivo ancor? Ne 'l duol mi fura
a notte, ohimè, così penosa e dura?
Ma poco andrà, se i tuoi be' raggi a darmi
dolce soccorso fian più lenti e scarsi:
che di sonno mortal vedrai velarmi
gli occhi, e la notte mia perpetua farsi.
Già quel cor, ch'è pur tuo, dentro gelarmi
sento, e l'alma, per girne a volo, alzarsi;
già non usato orror mi cinge e preme,
e già sento il sospir de l'ore estreme.
Tal già da la sua diva, il cui bel volto
non men che 'l nome in te si mira espresso,
fu, per creder di lei, fallace e stolto,
l'infelice Orione a morte oppresso.