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Silvia a Tirinzia, sua fidel compagna,
senza salute, epistola, ti manda,
ch'ella per sé non l'ha, ma in te si lagna;
per te una grazia Silvia gli adimanda:
che, lecta che te avrà, ti cassi in modo
che vista mai non sii più in altra banda.
Digli che tanto vivo e tanto godo
quanto a lei scrivo; che finito quello,
torno a i suspiri, ed io stessa mi rodo.
Non è rimaso in la selva arborscello
che già non senta dal mio pianto umore,
sì che 'l bosco per me facto è più bello;
né più procede il mio pianto d'amore,
ma da questa crudele empia Fortuna
che par che a offender me s'acquisti onore.
Ninfa non è per queste piagge alcuna
che umil per me non porgi a questa preghi;
ma più ch'ella è pregata, è più importuna.
Non mi doglio io che 'l suo favor mi neghi,
ché cosa al mondo non è più ch'io brami,
ma che l'arbitrio mio me in vita leghi:
per lei convien che d'Amor mi richiami,
ché, per nodo iugal d'arbitrio priva,
forza è per l'onor mio che un nemico ami.
Il dolor non consente ch'io gli scriva
di questo i casi mei, ma io stessa admiro,
quanto più penso al stato mio, ch'io viva:
l'abito facto fa ch'io non mi adiro
né incrudelisco in me como io potrei:
sol per salute del mio cor suspiro;
non vo implorando aiuto ad altri dei,
né vo cercando maghe, augurii o incanti:
basta nel pianger dir tal volta omei.
Per non vedermi quel crudele inanti,
preso ho l'exilio in queste alpestre rive,
in compagnia de più infelici amanti.
— Silvia — dirai — lì sconsolata vive —
e se la causa ben iudichi e pensi,
l'è assai più giusta ancor ch'ella non scrive.
De le sue vesti più pezzo non tiensi,
squalida in vista e rabufato il crine,
iudicata da i più fuora de i sensi,
del monte cerca o spelonca o ruine,
in lito al mar va risguardando i scogli,
per le solinghe selve e zerbi e spine;
e benché questa vita aspra gli spogli
la forma e i panni, non però dal pecto
Tirinzia sua può far che se li togli.
Da lei absente, digli ch'io m'ho ellecto
tesser de' gionchi e far di scorze tele,
sopra le quali io pingo ogni mio affecto;
vivo d'erbe e talor de favomele
e vo cercando spiche in fra le paglie
fin che altro vento spiri a le mie vele.
Di secche avene tessomi ventaglie,
cinti e cordoni e di vimine cesti,
perché ocio il bon pensier non mi travaglie;
e a fin che l'opra qui morta non resti,
una teco ne aligo e a lei la dono
perché il mio fermo amor li manifesti.
Se è vil presente, io li chiedo perdono:
l'arida estate i fructi e ' fiori ha tolti,
né alcuno ucel fa nido qua ov'io sono.
Godi, se gode, e se ella dolsi, dolti,
ché altro non scio, perché omo in questa parte
non vien per gli aspri monti e boschi folti.
Perché a lei giongi, ho ritrovato un'arte:
scriverti a questo antico cerro sopra,
ché cortice non voglio e non ho carte,
e perché fuor de gli altri el se discopra,
taglio la selva intorno, acciò chi 'l trova
lo porti al piano, a fin di far qualche opra:
visto il suo nome, a lei per cosa nova
presentato serà. Puoi, un'altra volta,
per scrivergli, tentar voglio altra prova.
Digli: — In la grotta ove è viva sepolta,
Silvia riposta aspecta, e un'opra cresce
per te, dove ha la sua vita raccolta;
e se l'effecto al suo pensier rïesce,
gli affanni ch'ella non ti scrive in questa
vedrai, e quanto senza te gli incresce;
e per non te esser più nel dir molesta,
fa fine al scriver, più non parla, e tace,
ma non però da i pianti e suspir resta.
Dolce Tirinzia, el cel doni a te pace.—