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By Niccolò da Correggio

Silvia a Tirinzia, sua fidel compagna,

senza salute, epistola, ti manda,

ch'ella per sé non l'ha, ma in te si lagna;

per te una grazia Silvia gli adimanda:

che, lecta che te avrà, ti cassi in modo

che vista mai non sii più in altra banda.

Digli che tanto vivo e tanto godo

quanto a lei scrivo; che finito quello,

torno a i suspiri, ed io stessa mi rodo.

Non è rimaso in la selva arborscello

che già non senta dal mio pianto umore,

sì che 'l bosco per me facto è più bello;

né più procede il mio pianto d'amore,

ma da questa crudele empia Fortuna

che par che a offender me s'acquisti onore.

Ninfa non è per queste piagge alcuna

che umil per me non porgi a questa preghi;

ma più ch'ella è pregata, è più importuna.

Non mi doglio io che 'l suo favor mi neghi,

ché cosa al mondo non è più ch'io brami,

ma che l'arbitrio mio me in vita leghi:

per lei convien che d'Amor mi richiami,

ché, per nodo iugal d'arbitrio priva,

forza è per l'onor mio che un nemico ami.

Il dolor non consente ch'io gli scriva

di questo i casi mei, ma io stessa admiro,

quanto più penso al stato mio, ch'io viva:

l'abito facto fa ch'io non mi adiro

né incrudelisco in me como io potrei:

sol per salute del mio cor suspiro;

non vo implorando aiuto ad altri dei,

né vo cercando maghe, augurii o incanti:

basta nel pianger dir tal volta omei.

Per non vedermi quel crudele inanti,

preso ho l'exilio in queste alpestre rive,

in compagnia de più infelici amanti.

— Silvia — dirai — lì sconsolata vive —

e se la causa ben iudichi e pensi,

l'è assai più giusta ancor ch'ella non scrive.

De le sue vesti più pezzo non tiensi,

squalida in vista e rabufato il crine,

iudicata da i più fuora de i sensi,

del monte cerca o spelonca o ruine,

in lito al mar va risguardando i scogli,

per le solinghe selve e zerbi e spine;

e benché questa vita aspra gli spogli

la forma e i panni, non però dal pecto

Tirinzia sua può far che se li togli.

Da lei absente, digli ch'io m'ho ellecto

tesser de' gionchi e far di scorze tele,

sopra le quali io pingo ogni mio affecto;

vivo d'erbe e talor de favomele

e vo cercando spiche in fra le paglie

fin che altro vento spiri a le mie vele.

Di secche avene tessomi ventaglie,

cinti e cordoni e di vimine cesti,

perché ocio il bon pensier non mi travaglie;

e a fin che l'opra qui morta non resti,

una teco ne aligo e a lei la dono

perché il mio fermo amor li manifesti.

Se è vil presente, io li chiedo perdono:

l'arida estate i fructi e ' fiori ha tolti,

né alcuno ucel fa nido qua ov'io sono.

Godi, se gode, e se ella dolsi, dolti,

ché altro non scio, perché omo in questa parte

non vien per gli aspri monti e boschi folti.

Perché a lei giongi, ho ritrovato un'arte:

scriverti a questo antico cerro sopra,

ché cortice non voglio e non ho carte,

e perché fuor de gli altri el se discopra,

taglio la selva intorno, acciò chi 'l trova

lo porti al piano, a fin di far qualche opra:

visto il suo nome, a lei per cosa nova

presentato serà. Puoi, un'altra volta,

per scrivergli, tentar voglio altra prova.

Digli: — In la grotta ove è viva sepolta,

Silvia riposta aspecta, e un'opra cresce

per te, dove ha la sua vita raccolta;

e se l'effecto al suo pensier rïesce,

gli affanni ch'ella non ti scrive in questa

vedrai, e quanto senza te gli incresce;

e per non te esser più nel dir molesta,

fa fine al scriver, più non parla, e tace,

ma non però da i pianti e suspir resta.

Dolce Tirinzia, el cel doni a te pace.—