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By Niccolò da Correggio

Quel dì che a i liti nostri gionse il legno

con le littere scripte al modo strano,

facto avea anch'io de scriverti dissegno:

la carta inanti, e il calamo avea in mano,

e scripto già: — Salute a Silvia porge

Tirinzia sua —, quando io el vidi lontano.

Qual marinar che da la longa scorge

in mar la vela, e quel che sia non vede,

ma pria che 'l dichi a altrui, del ver s'accorge,

da una alta torre anch'io non mossi il piede,

che quel che me era dubio mi fu chiaro,

ché sempre a l'occhio ogni altro senso cede;

e visto il legno a nui insolito o raro,

mandai al lito disïosa e intenta

di cose nove, cibo a ciascun caro.

Un de' patroni al nunzio s'appresenta

e dice esser per me gionto a quel porto,

pregando che de udirlo io sia contenta;

puoi li soggionse — Un presente gli porto

che Silvia sua gli manda.— Udito questo

il cor mio suscitò ch'era già morto;

e rimandato il messo indietro presto,

il marinar da me fu in un momento

col scripto cerro: ond'io insensata resto.

Se al patron resi grazie, al mare e al vento

giudical tu, che d'altro ne i mei affanni

che dil tuo lontanar non mi lamento;

io scio per cuncto i giorni, i mesi e gli anni,

el tempo terminato al tuo ritorno,

ch'io dirò, se più tarda, che me inganni.

Se abiti in bosco, fai quel loco adorno

tal ch'io l'invidio; e cusì foss'io teco,

fuor di questo noioso e oscuro forno!

Antro o caverna o qualsivoglia speco

che te raccoglia, Silvia mia dilecta,

può dir che ogni delizia abita seco;

io vivo in solitudine ristretta

fuor de la patria, dove mi lasciasti

quel dì che fusti di partir constretta.

Ma per dirti il mio stato, questo basti:

che ancor che ti lamenti, fusti sciolta

quando partisti, e me in preda legasti.

Do al vento i mie' suspir, e lui li ascolta,

e se 'l tuo nome in alcun loco io chiamo,

odo un che ti richiama un'altra volta.

Tu die' pensar se di vederti bramo,

quando sol per udir di Silvia il nome,

— Di Silvia, — dico — o vento, io mi richiamo —:

io odo alora un che risponde come

dicto avevo io; puoi, quando intorno miro,

non ti vedendo, accresco le mie some.

Nel mio tugurio alora io mi ritiro

e con la cetra in man piangendo io canto,

e ogni mio verso è rotto da un suspiro.

Dove è Silvia or, che me asciugava il pianto

col lembo de la sua candida veste,

che in confortarmi a lei sola do il vanto?

Ov'è, dico io, chi a le mie voci meste

risposta arguta dava? E a le mie doglie

dove seran le medicine preste?

Lugubre alor con le mie negre spoglie

inculta uscisco, e a nessun parlo o rido,

e ho in odio chi di star sola mi toglie.

Se non vien' dunque al tuo nativo nido,

ch'io possa dir con te quel che mi occorre,

di viver molti giorni io non mi fido.

Io sto rinchiusa dentro a questa torre

e starò sempre, fin che nel dolore

Silvia col suo venir non mi soccorre.

Se di queste mie littre il portatore

senza te torna, e sii a me sì crudele,

aspectane una ancor di tal tenore:

— Tirinzia a Silvia più non fa querele,

né accepta scusa, né l'accusa ancora,

ma como Egeo, viste le negre vele,

contenta è di morir, se vòl che mòra.—