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Saggio e dotto cultore
di quel famoso et onorato monte
la cui purpurea fronte
ombran le frondi onore
d' ogni Poeta e d' ogni Imperadore,
onde da la sua pura
fonte Ippocrene sotto l' ombre spande
l' acque in copia sì grande
che con perpetua cura
bagnano i suoi be' poggi e la pianura,
con cui più d' una volta
le Muse, essendo pargolo fanciullo,
s' han pigliato trastullo,
qualor per quella folta
selvetta che d' Apollo il canto ascolta
ti vedevan vagando
gir con errori dilettosi e grati
del suo più bello i prati
di Poesia spogliando,
e questo e quell' amor spesso lodando;
poi che col Ciel secondo
solchi il gran gorgo de la vita umana
senza temer ch' insana
onda nel cupo fondo
t' immerga un die di questo mar profondo,
canta col colto stile,
che farebbe empia tigre, orsa rabbiosa
mansueta e pietosa,
il nome alto e gentile
già noto dal mar d' India a quel di Tile,
e la virtù di quello
su la cui sacra e giovanetta chioma
il gran Pastor di Roma
pos' un ricco cappello
di purpureo colore adorno e bello;
canta del grand' Enrico
le gloriose lodi ad una ad una,
sì ch' ovunque la luna
mira col lume amico
l' ima palustre valle e 'l colle aprico,
mentre Zefiro e Clori
col grembo pien di rose e di viole
dispiegheranno al sole
di varii e vaghi fiori
i preziosi lor cari tesori,
lodi ogni monte e piano
il suo valore, e sin ne' più selvaggi
ispidi pini e faggi
scriva purgata mano
i suoi pregi e 'l suo onor chiaro e sovrano.
Io, mentre aura soave
a' miei giusti desii destra e fedele
spirava ne le vele
de la picciola nave
di tutti i miei piacer ripiena e grave,
quasi canoro cigno
lungo le vaghe sponde di Meandro,
e d' Ero e di Leandro
piansi 'l fato maligno,
et ebbi il Ciel sì grato e sì benigno
che 'l sordo mare e i venti
rabbiosi poser giù l' orgoglio e l' ira
al suon de la mia lira,
e ster cheti et intenti
a le mie voci i liquidi elementi;
de' pastori cantai
con la zampogna umil le dolci cure,
la speme e le paure,
i lor diletti e guai,
e del ginebro mio le lodi alzai
a peregrino volo,
tal che le genti che fra il mare e l' Alpe
e fra Pirene e Calpe
stan non l' udiron solo,
ma la Zona cocente e 'l freddo Polo.
Or, qual nocchero audace
che per salve condur le merci in porto
ha da l' occaso a l' orto
del die con la fallace
atr' onda de l' Egeo fiero e predace
fatto pugna mortale,
che poi crescer vedendo il flutto e 'l fiato
d' Austro e di Borea irato,
se 'l suo saper non vale
a salvar col suo peso il legno frale,
dona le merci al mare
per guardar con la vita almeno il pino
dal gran furor marino,
e le cose più care
vede nel sen de l' acque alte natare,
tal io, da impetuoso
vento sospinto di maligna stella,
per l' orrida procella
de l' irato et ondoso
flutto del mondo, ove non è riposo,
poi che non può il governo
de la ragion salvar la nave mia
da la fortuna ria,
dal procelloso verno,
sì ch' ogni suo saper non prenda a scherno,
ho gettato, e mi doglio,
tutti i diletti onde gravosa e carca
era questa mia barca
nel mar del mio cordoglio,
per non la rompre in qualche duro scoglio,
e (di che più mi sdegno)
veggio la lira mia vagar per l' onde
perigliose et immonde,
timido ancor che 'l legno
non sia pur preda d' un naufragio indegno;
il che se 'l Ciel consente,
Gelasio, come pur pavento e temo,
canta sul lido estremo
de la sals' onda algente
l' essequie mie con voce alta e dolente,
affin che dal tuo grido,
come dal pianto d' un novello Orfeo,
inteso al caso reo,
ogni remoto lido
biasimi il mio destino empio et infido.