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By Bernardo Tasso

Saggio e dotto cultore

di quel famoso et onorato monte

la cui purpurea fronte

ombran le frondi onore

d' ogni Poeta e d' ogni Imperadore,

onde da la sua pura

fonte Ippocrene sotto l' ombre spande

l' acque in copia sì grande

che con perpetua cura

bagnano i suoi be' poggi e la pianura,

con cui più d' una volta

le Muse, essendo pargolo fanciullo,

s' han pigliato trastullo,

qualor per quella folta

selvetta che d' Apollo il canto ascolta

ti vedevan vagando

gir con errori dilettosi e grati

del suo più bello i prati

di Poesia spogliando,

e questo e quell' amor spesso lodando;

poi che col Ciel secondo

solchi il gran gorgo de la vita umana

senza temer ch' insana

onda nel cupo fondo

t' immerga un die di questo mar profondo,

canta col colto stile,

che farebbe empia tigre, orsa rabbiosa

mansueta e pietosa,

il nome alto e gentile

già noto dal mar d' India a quel di Tile,

e la virtù di quello

su la cui sacra e giovanetta chioma

il gran Pastor di Roma

pos' un ricco cappello

di purpureo colore adorno e bello;

canta del grand' Enrico

le gloriose lodi ad una ad una,

sì ch' ovunque la luna

mira col lume amico

l' ima palustre valle e 'l colle aprico,

mentre Zefiro e Clori

col grembo pien di rose e di viole

dispiegheranno al sole

di varii e vaghi fiori

i preziosi lor cari tesori,

lodi ogni monte e piano

il suo valore, e sin ne' più selvaggi

ispidi pini e faggi

scriva purgata mano

i suoi pregi e 'l suo onor chiaro e sovrano.

Io, mentre aura soave

a' miei giusti desii destra e fedele

spirava ne le vele

de la picciola nave

di tutti i miei piacer ripiena e grave,

quasi canoro cigno

lungo le vaghe sponde di Meandro,

e d' Ero e di Leandro

piansi 'l fato maligno,

et ebbi il Ciel sì grato e sì benigno

che 'l sordo mare e i venti

rabbiosi poser giù l' orgoglio e l' ira

al suon de la mia lira,

e ster cheti et intenti

a le mie voci i liquidi elementi;

de' pastori cantai

con la zampogna umil le dolci cure,

la speme e le paure,

i lor diletti e guai,

e del ginebro mio le lodi alzai

a peregrino volo,

tal che le genti che fra il mare e l' Alpe

e fra Pirene e Calpe

stan non l' udiron solo,

ma la Zona cocente e 'l freddo Polo.

Or, qual nocchero audace

che per salve condur le merci in porto

ha da l' occaso a l' orto

del die con la fallace

atr' onda de l' Egeo fiero e predace

fatto pugna mortale,

che poi crescer vedendo il flutto e 'l fiato

d' Austro e di Borea irato,

se 'l suo saper non vale

a salvar col suo peso il legno frale,

dona le merci al mare

per guardar con la vita almeno il pino

dal gran furor marino,

e le cose più care

vede nel sen de l' acque alte natare,

tal io, da impetuoso

vento sospinto di maligna stella,

per l' orrida procella

de l' irato et ondoso

flutto del mondo, ove non è riposo,

poi che non può il governo

de la ragion salvar la nave mia

da la fortuna ria,

dal procelloso verno,

sì ch' ogni suo saper non prenda a scherno,

ho gettato, e mi doglio,

tutti i diletti onde gravosa e carca

era questa mia barca

nel mar del mio cordoglio,

per non la rompre in qualche duro scoglio,

e (di che più mi sdegno)

veggio la lira mia vagar per l' onde

perigliose et immonde,

timido ancor che 'l legno

non sia pur preda d' un naufragio indegno;

il che se 'l Ciel consente,

Gelasio, come pur pavento e temo,

canta sul lido estremo

de la sals' onda algente

l' essequie mie con voce alta e dolente,

affin che dal tuo grido,

come dal pianto d' un novello Orfeo,

inteso al caso reo,

ogni remoto lido

biasimi il mio destino empio et infido.