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Stagione aprica, natural tesauro
che la gran matre gravida apresenti,
al mondo e a gli animal dolce ristauro,
iubilon teco tutti gli elementi
e Zefiro lascivo or va tra ' fiori,
scacciando Borea e i contumaci venti;
le vesti adorna de varii colori
Flora a la matre, e par che con misura
ciascun rifragri in lei süavi odori.
La terra oggi si mostra una pictura,
corrono i fiumi a liquidi cristalli
e l'erbe a rinfrescar ciascun pon cura.
E ruscelletti con qualche intervalli
s'aprono e serran murmurando insieme,
bagnando i fior bianchi, vermigli e gialli.
Progne ritorna da le parti extreme
a le case fideli ove s'annida,
e Filomena, lei vedendo, geme.
Ogni animal pudico or muge e grida
drieto a l'amata sua, tal forza ha Amore,
e ogni cosa animata in lui si fida;
le piante adesso mostrano el vigore,
e ogni arbor il suo innesto abraccia e stringe,
e suda e sparge il suo fecundo umore;
Febo di bel color le guanze tinge
di novo a Europa, che di vaghi inserti
ancor le corna al suo bel tauro cinge.
Le fere oggi ne gli orridi deserti
placide stansi, inamorate e mite
e i satiri ne van nudi e scoperti;
le vipere e murene sono unite:
per amor quelle lasciano il veneno,
quell'altre l'acque, ove si son nutrite;
ogni bosco de ucelli e canti è pieno,
ché a gli animal non sol che stanno in terra,
ma in aria ancora, Amor riscalda il seno.
Ogni pastor le stalle ormai disserra
e i greggi stan pei prati, ove si vede
fra gli arieti aspra e amorosa guerra:
il victo al vincitor sdegnoso cede,
fugge e puoi volta, e con le basse corna
rugendo raspa, e a la battaglia riede;
el vincitor a racociarlo torna,
e se tra lor pastor contesa nasce,
chi perde a quel che vince i corni adorna.
Puoi de gli armenti qual rumina o pasce,
qual posa e giace in solitaria parte,
e l'erba tronca a lor fiutar rinasce.
A questo tempo i cavaller di Marte
rivegon l'arme, lancie, foggie e bande
e da lor l'ozio in tutto se diparte;
e se in fiamme amorose alcun forsi arde,
a la battaglia a tutti è sempre inanti,
ché per amor si fan prove gagliarde.
Per te, lieta stagione, i naviganti
sulcare ardiscon le maritime onde,
né temon più de le sirene i canti;
per te le cose a ognun vengon seconde,
e in te, lieta stagione, Ecco dolente
a' suoni e a' canti e a ogni chiamar risponde.
Al casto amante per tuo amor consente
pudica cervia, e il fidele elefante
la moglie applaude con l'eburneo dente.
Tra le cose animate tutte quante,
e inanimate ancor, regna la pace,
e fra i pianeti e fra le stelle errante;
per tanto amor l'agricultore è audace
dissotterrar la vite e tòrgli i rami,
assicurato dal verno rapace.
Le api pel cibo n'escon fuor de' sami,
e intorno a' fior tanto soggiornon liete,
che con suoni il patron convien le chiami.
Se per caldo talor la terra ha sete,
l'aer pacato tal rugiada piove,
ch'ogni fior ride e l'erbe stan quïete;
l'aura suave murmurando move
le novellette frondi, e nulla piega
il tronco o ramo, anzi spirando il fove.
La pastorella su le scorze lega
rose e ligustri, e il pastor, che la brama,
la sua dilecta dolente prega.
Ogni ucellin con qualche verso chiama
in questo tempo la sua dolce amica,
ed ha ciascun qualche amorosa trama.
A la sua dolce ed utile fatica
il contadino adesso s'apparecchia,
che la famiglia con sudor nutrica.
Or, baiulando l'una e l'altra secchia,
la villanella cerca il chiaro fonte
e in quel si lava e lì tutta si specchia;
e tutte l'altre a' loro officii prompte,
qual zappa e sterpa, e quale a capre attende,
alor che pascon pendole sul monte.
Non stanno i pecorar più sotto tende,
ma sotto l'ombre con fistole e corni,
l'uno a suonar, l'altro a cantar contende;
per le selve oggi fan dolci soggiorni
i caprioletti e' donnellin vezzosi,
con preste fughe e veloci ritorni:
talor di qualche vana vista ombrosi,
l'un va a la buca e l'altro fuora n'esce,
puoi in un momento son tutti nascosi.
A vista d'occhio oggi ogni cosa cresce,
l'erbe e le piante e ogni ucellin s'accorge
che al suo desio l'affaticar rïesce.
Al puro argento ciascun fonte sorge
e quel che 'l verno avea giacciato e presso,
a larga mano primavera porge.
A tante grazie ripensando spesso,
pel commun ben mi alegro; e puoi, s'io guardo
al stato mio, miserrimo il confesso:
tanti anni son che l'amoroso dardo
mi passò il pecto e mai non si ralenta,
che ogni rimedio a me credo ormai tardo.
Ogni animale, ogni ucel si contenta
oggi d'amore, e il mostran con lor versi:
mia lingua è ognor più a lamentarsi intenta.
Dentro a limpidi fiumi chiari e tersi
notano i pesci: io in lacrime m'affoco
da l'ora e 'l dì che la speranza persi.
Fannosi inviti a l'amoroso gioco
con speranza di prole a ognun dilecta:
io per non generar, la morte invoco;
ché fructo bono vanamente aspecta
chi dà a la terra lo infelice loglio:
ché bon gran non può far semente infecta.
Ogni cosa se alegra, ed io mi doglio;
e per le certe tue promesse spera
ciascun de rivestirsi, io mi dispoglio;
il rinverdirsi è la speranza vera:
io che pallido sono, e macro e secco,
in dolor fermo, ho la mia vesta nera.
Per selve e boschi ognor vo cercando Ecco,
o il fido ucel che par che mai non bagni,
morto il consorte, in acque chiare il becco:
ché essendo Amor disposto ch'io mi lagni
e ogni dì nove cause a cause agionga,
almanco trovi al mio doler compagni.
Non può far che talor non si componga
a le molte querele un fier tiranno,
ché uno umil prego l'ira non prolonga:
io non a corso d'ore o a circul de anno,
ma a lustri ho già pregato e in prece sono,
ma impetrar grazia i preghi mei non scianno.
Però, stagione, a te chiedo perdono:
odio né invidia non mi move; io piango
solo i mie' casi e meco li ragiono.
Su questi sassi le mie membra frango,
e ogni ucel penne e ogni arbor nove foglie
rimette adesso: io al solito rimango.
L'uno amante con l'altro si raccoglie
a l'ombre e a i fonti, a cantar con lor cetre:
io in antri oscuri piango le mie doglie;
i mie' compagni son le fredde pietre
e quei suspir che a mio poter restringo
per men vergogna in le caverne tetre;
col fiato acceso il mio tugurio tingo
e su la tincta puoi col dito scrivo
o la inimica mia figuro e pingo.
Dòlmi ben che di te, stagion, sia privo,
che como gli altri te goder non possa,
anzi debba dolermi ch'io sia vivo.
Ogni natura ultimamente è mossa:
fino a li exangui insecti vanno a volo,
e io m'apparecchio a la perpetua fossa.
Io credo ben tra' miseri esser solo,
privo de la speranza a tempo tale
che ride il cel da l'uno a l'altro polo;
e quel che fa incurabile il mio male,
è che ogni aiuto e ogni consiglio sperno
e che la febre mia non è mortale.
Và a gli altri, primavera, e il freddo verno
resti a me dunque, puoi che cusì vòle
chi si è disposto che 'l mio mal sia eterno:
in questa parte più non splendi il sole,
né aiuti a propagar più seme al mondo,
puoi che non sono udite mie parole;
lieto, propizio e a ogni voler secondo
di ciascun animale il cel si presti,
in aria e in terra e al centro più profondo.
E se in angul dil cel son nembi infesti,
caggian su questa tomba, e ogni disgrazia
sopra Cingul pastore infausto resti,
che Amor sia stracco e la Fortuna sazia.