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By Niccolò da Correggio

Aminta, un pastor saggio, a questi giorni

mi diè consiglio sotto una elze antica,

che ove dimagra il gregge, mai non torni.

L'erba che li fu già tanto inimica,

benché sia svelta, o Dafne, ha sparto un seme,

che pastor mai non fia che lo eradica.

Andaria prima in India o in parti extreme,

che mai tornassi più in quei vostri paschi,

tanto il passato danno ancor mi preme:

ché, s'egli advien che ogni granel rinaschi

simile a lei, per le sue tante spine

di fame converrà che 'l gregge caschi.

Le rotte rete e le mandre in ruine,

i morti cani e le squarzate tende,

ogni pastor con rabuffato crine

bon testimonio de la vita rende

che si mena fra vui, e la cagione,

benché da pochi, pur da vui se intende.

Titir vostro, che già vinse un leone,

tanto invaghì d'una iuvenca infecta,

che a i corni gli facea de fior corone;

per lei lasciò la clava e la saetta

e gli vestì talor la pèl nemea;

ma fugli che ne fe' presto vendetta.

Per ben pascerla lei, più non rendea

decime a' templi, e i suoi famigli e cani,

como era usato, ben non li pascea;

non seminavon più i bifolci grani,

ché lei se li mangiava, e i suoi terreni

si férno inculti, e i suoi greggi mal sani.

Alor ch'io vidi i vostri campi pieni

de aride spine, presi per partito

lasciarli, ché a mie greggi eron veneni.

Io ho da l'ora in qua un pastor servito,

e servo tutta via, che ha sì bon prati,

che a mezo il verno alcun gli ne è fiorito.

Io non ho i liti tuoi, Dafne, lasciati,

perché Titir non abbia in summo onore

e che gli altri pastor non me sian grati;

e tanto ancor mi stringe a lui l'amore,

che de la persa vacca, a ognun dannosa,

dolendo a lui, anch'io dolore:

pur tanto gli la vidi già ritrosa,

che più a lui non rendea lacte né prole

e stava ne le selve spesso ascosa.

Ma se como tu di', tanto gli dòle,

dogliansi seco tutti, e a suo conforto

spediam gli agnelli, e non pur le parole.

Tu che sei lì, digli ch'el piange a torto,

ché l'arbor steril, che non fa più fructo,

extirpar se dovria dentro da ogni orto;

e como sol per lei serà riducto

un pastor solitario, inculto e vile

e che avria perso un dì il suo gregge tutto;

e che l'attendi ora a purgar l'ovile,

fare i vasi, lavar, mendar le reti

e tornar, como fu, saggio e virile;

ch'el semini a tempo e a tempo mieti,

tonda le agnelle e ben chiuda le stalle

di cerri o querce, inanti che de abeti.

Aloghi a buon pastor quella sua valle

e tenga boni cani, e non se fidi

d'ognun, ché più d'un lupo gli è a le spalle.

Digli tu questo, e che festeggi e ridi,

e la sua bella prole a virtù spingi,

mandandoli a cercar diversi nidi.

El par che l'om le man mai non si tingi

a fare i facti suoi (proverbio è usato):

mongia le capre e il suo linteo se cingi;

non si sdegni portar la borsa a lato,

dove il sal se ripone per gli armenti,

e scorticar l'agnello ancor non nato.

E como fan gli altri pastor prudenti,

prevegia a segni, a stelle il tempo inanti,

freddo, caldo, tempeste, pioggie e venti.

Vivi puoi lieto, e al modo usato canti;

a caccia il dì, la sera a' bagni in frotta;

puoi dica officii a' suo' devoti sancti.

Io fra tanto starò ne la mia grotta,

el verno el vòl, suonando la zampogna,

perché la lira già bon tempo è rotta.

El tuo exortarmi al canto non bisogna,

ché a quel che mostra el tuo verso moderno,

Corridone oggi mi faria vergogna.

Ogni altra cosa vilipendo e sperno

che starmi adesso a un mio tugurio solo,

legendo de pastori alcun quaderno:

el corpo poso, el pensier levo a volo;

talora invidio a quei preteriti anni,

e quella prisca età celebro e colo.

Tesso canestri e di mia man fo scanni,

scorze apparecchio per poterti scrivere

talor, se accade, i mie' amorosi affanni.

Ma le creppie di fieno ormai son livere,

ch'io sento ruminar: vadole a impire.

Tu attendi a lieto e virtüoso vivere.

Qui faccio fine, e più dil tuo venire

non ti ricerco, ché sciai quanto el bramo:

quella noverca tua cerca fugire;

a me ritorna, che più d'altri t'amo.