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Aminta, un pastor saggio, a questi giorni
mi diè consiglio sotto una elze antica,
che ove dimagra il gregge, mai non torni.
L'erba che li fu già tanto inimica,
benché sia svelta, o Dafne, ha sparto un seme,
che pastor mai non fia che lo eradica.
Andaria prima in India o in parti extreme,
che mai tornassi più in quei vostri paschi,
tanto il passato danno ancor mi preme:
ché, s'egli advien che ogni granel rinaschi
simile a lei, per le sue tante spine
di fame converrà che 'l gregge caschi.
Le rotte rete e le mandre in ruine,
i morti cani e le squarzate tende,
ogni pastor con rabuffato crine
bon testimonio de la vita rende
che si mena fra vui, e la cagione,
benché da pochi, pur da vui se intende.
Titir vostro, che già vinse un leone,
tanto invaghì d'una iuvenca infecta,
che a i corni gli facea de fior corone;
per lei lasciò la clava e la saetta
e gli vestì talor la pèl nemea;
ma fugli che ne fe' presto vendetta.
Per ben pascerla lei, più non rendea
decime a' templi, e i suoi famigli e cani,
como era usato, ben non li pascea;
non seminavon più i bifolci grani,
ché lei se li mangiava, e i suoi terreni
si férno inculti, e i suoi greggi mal sani.
Alor ch'io vidi i vostri campi pieni
de aride spine, presi per partito
lasciarli, ché a mie greggi eron veneni.
Io ho da l'ora in qua un pastor servito,
e servo tutta via, che ha sì bon prati,
che a mezo il verno alcun gli ne è fiorito.
Io non ho i liti tuoi, Dafne, lasciati,
perché Titir non abbia in summo onore
e che gli altri pastor non me sian grati;
e tanto ancor mi stringe a lui l'amore,
che de la persa vacca, a ognun dannosa,
dolendo a lui, anch'io dolore:
pur tanto gli la vidi già ritrosa,
che più a lui non rendea lacte né prole
e stava ne le selve spesso ascosa.
Ma se como tu di', tanto gli dòle,
dogliansi seco tutti, e a suo conforto
spediam gli agnelli, e non pur le parole.
Tu che sei lì, digli ch'el piange a torto,
ché l'arbor steril, che non fa più fructo,
extirpar se dovria dentro da ogni orto;
e como sol per lei serà riducto
un pastor solitario, inculto e vile
e che avria perso un dì il suo gregge tutto;
e che l'attendi ora a purgar l'ovile,
fare i vasi, lavar, mendar le reti
e tornar, como fu, saggio e virile;
ch'el semini a tempo e a tempo mieti,
tonda le agnelle e ben chiuda le stalle
di cerri o querce, inanti che de abeti.
Aloghi a buon pastor quella sua valle
e tenga boni cani, e non se fidi
d'ognun, ché più d'un lupo gli è a le spalle.
Digli tu questo, e che festeggi e ridi,
e la sua bella prole a virtù spingi,
mandandoli a cercar diversi nidi.
El par che l'om le man mai non si tingi
a fare i facti suoi (proverbio è usato):
mongia le capre e il suo linteo se cingi;
non si sdegni portar la borsa a lato,
dove il sal se ripone per gli armenti,
e scorticar l'agnello ancor non nato.
E como fan gli altri pastor prudenti,
prevegia a segni, a stelle il tempo inanti,
freddo, caldo, tempeste, pioggie e venti.
Vivi puoi lieto, e al modo usato canti;
a caccia il dì, la sera a' bagni in frotta;
puoi dica officii a' suo' devoti sancti.
Io fra tanto starò ne la mia grotta,
el verno el vòl, suonando la zampogna,
perché la lira già bon tempo è rotta.
El tuo exortarmi al canto non bisogna,
ché a quel che mostra el tuo verso moderno,
Corridone oggi mi faria vergogna.
Ogni altra cosa vilipendo e sperno
che starmi adesso a un mio tugurio solo,
legendo de pastori alcun quaderno:
el corpo poso, el pensier levo a volo;
talora invidio a quei preteriti anni,
e quella prisca età celebro e colo.
Tesso canestri e di mia man fo scanni,
scorze apparecchio per poterti scrivere
talor, se accade, i mie' amorosi affanni.
Ma le creppie di fieno ormai son livere,
ch'io sento ruminar: vadole a impire.
Tu attendi a lieto e virtüoso vivere.
Qui faccio fine, e più dil tuo venire
non ti ricerco, ché sciai quanto el bramo:
quella noverca tua cerca fugire;
a me ritorna, che più d'altri t'amo.