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Né più né men como a natura piace
porto la vita, e tanto più quïeta
quanto ragion con tutti i sensi ha pace.
Cosa ch'io cerchi aver, non mi si vieta,
però che anch'io non seguo voglia alcuna
che exceda de' suoi termini la meta.
Chi ha l'acque e i fructi, a forza non digiuna;
ogni altra fame, ogni sete, è mendosa
quando sopra il bisogno ci importuna.
Chi troppo vòl, la magior parte è ascosa;
e chi molto solerte cerca e brama,
con l'animo e col corpo mai non posa.
Un, spesso, una che l'odia affecta e ama,
e in van s'affligge e stenta; un, puoi, negletto
serve e s'affanna per salire in fama.
S'el non consegue el suo bramato effecto,
biastema i celi, e il miser non s'avede
che colpa non ha il cel, ma suo è il diffecto.
Quel che più in là pensa di porre el piede
che la sua gamba el porti, o ver ch'el cade,
o con disavantaggio indietro riede.
Erte a salire al cel sono le strade:
chi vole ir sempre ove el pensiero el porta,
se stesso danna a gran calamitade.
Nessun perfectamente si conforta
viver quieto in suo stato, se non quello
che la speme nascente ha presto morta.
Chi vuol parer più nobile o più bello
che Natura el produchi, ohimè, el s'inganna,
ché 'l metal solo se rifà al martello.
Talor si trova sotto una capanna
magior felicità che in le gran corte,
dove, per grado aver, tanto s'affanna.
A tutti le bilancie adegua Morte;
ma chi è debito poco, presto rende
e in longo carcer non lo serron porte.
Meglio da le percosse si diffende
chi ha un sol nemico, che quel che n'ha molti;
se 'l grande serve ad uno, a mille offende.
Contra al pover non son l'invidi vòlti,
mancan le insidie, tace el detractore,
né sue calumnie mai convien ch'ascolti.
Non teme a mensa om povero el censore,
o in publico o in privato ch'el la pona,
né mai abito lascia con rubore.
Più dannata è una gemma in la corona
d'un Re, se è mal legata in quel fino oro,
che la vil toga sopra umil persona.
Di foglie e d'alga a un positivo toro
con men pensier si dorme, che a i gran lecti
su ricchi strati di sutil lavoro.
Se fusser discoperti tutti i tecti,
se vedrïan, qual per camini el fumo,
i suspir che con voce escon de' pecti.
Ma a me ritorno, e questo dir prosumo:
che in questo mio tugurio ho il secul tutto,
benché oltra il viver non m'avanzi un numo.
Dove el fonte non sorge, è l'aquedutto;
dove non nascon cedri o palme, è il sorbo
che quando el piace a me, mi è dolce frutto.
Se non ho il papagallo, ho in cambio il corbo;
se farmaci non ho, cinamo o pepe,
quanto men medicine è manco morbo.
Ho l'aglio almanco, e le spogliose cepe,
fragole, asparagi, ed èvi el pineo cardo,
e nespoli innestati entro le sepe,
caperi, fongi, erbette e il spico nardo,
fior varii e rose, non che a primavera,
ma l'estate, l'autumno e al verno tardo.
S'io non ho mare o laghi, ho la peschera,
e s'ella non ha tunni, orate o rombi,
ha d'umil pesci una infinita schiera.
Ho le reti coi subri, e al fondo i piombi,
che quel ch'io voglio portono a la riva,
de ucelli ho puoi galline, oche e colombi.
E benché queste cose tutte io scriva,
non me ne acibo sempre, ché Natura
non vuol superfluo: a lei basta ch'io viva.
Usar si vòle il suo stesso a misura:
ataccata a le trabe spesso trova
i racemi passati l'ua matura.
Fannomi in casa i donnellini a prova,
e le galline mi mostran col canto
quando io debbo levar del nido l'ova.
Ma ben ch'io dichi questo, io non mi vanto,
ché exaltar non mi può cosa mortale,
perché el fin de i dilecti è inizio al pianto.
Officii, onori, pompe, veste e gale
altro non son che uno illusorio sogno,
che, alor che più dilecta, nulla vale.
Quando uno ha per camino el suo bisogno,
ogni altra cosa puoi gli è inutil soma:
già lo provai, e ancor me ne vergogno.
Questo giudicio sta in la bianca chioma,
che al gionger suo ne mostra ognor più certo
che ogni cosa che nasce el tempo doma.
E quanto un più di questa vita è experto,
cognosce manifesto che più gode
un libero voler dentro el deserto
che in le cità, dove l'un l'altro rode.