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Verde Parrasia Selva,
Sacro gentil ricetto
Alle Muse, alle Grazie ed agli Amori:
Tu per nuovi e fastosi incliti onori,
Vedrai la Fama incoronarsi il crine
De' tuoi Lauri immortali,
Quindi svegliar la Tromba e batter l'ali,
Per bel desio che le tue lodi chiare
Suonin da Mare a Mare.
Bello il veder NINFA Reale augusta,
Tra vaghe Ninfe ancelle vezzosette,
Splender su molli erbette,
Qual Rosa tra le vergini Viole!
Bello il veder qual divien Reggia il Prato
Del suo natio smeraldo
E de' fioretti suoi,
Sue varie stelle, dolcemente ornate!
Non rammenti Parnaso
Del Latmo i boschi, né l'Idee foreste:
Ché, in paragon di vere pompe illustri,
Indegno è che s'appreste
Favola menzognera
Di cantatrice Schiera.
Ma no: fra tanti e sì leggiadri Spirti
All'alme Muse amici,
Sia pur chi tragga sul Parnaso in mostra
E Cintia e Palla e Giuno e Citerea.
Questa scesa tra noi gran Donna e Dea,
Per beato tesoro,
Sola in sé chiude i pregj sparsi in loro:
Benché si scopra, agli atti ed al sembiante,
De' pregj lor beata e non curante.
Viva gemma de' Fiumi
Senna, Danubio, Vistola guerriera,
Voi fede al ver serbate.
E tu, prole del gran Padre Appennino,
Tevere a noi vicino,
Di': non ammiri in lei,
Giunte a sommo valor, grazia e beltate
E virtù somme, onor di nostra etate,
Dignissime di carmi e di trofei?
Sento ch'ei mi risponde,
Mormorando d'applauso i lidi e l'onde.
O de' Sarmati invitti
E di voi stessa alta immortal Reina:
Quest'ozi ameni e questa pace e queste
Fresc'ombre e limpid'acque e dolci aurette,
Vostra mercé, son vostro inclito dono,
E vostra gloria or sono.
Se di servil catena
Già stretto il piede all'Austria oppressa e doma,
Scendean dall'Alpe baldanzosi i Traci
A soggiogar l'Imperio alto di Roma:
Chi mai guardar potea
Da tanto tempestar d'arme e d'armati
I nostri boschi e i nostri gregi amati?
Dove or sarian le cetre e le ghirlande,
Dove le Ninfe (ahimè), dove i canori
Arcadi miei Pastori?
Or chi frenò l'ardire,
E chi flagello e scoglio
Fu al barbarico orgoglio?
Corre ancor trionfante e Mare e Terra
Il nome del magnanimo Consorte,
Marte feroce fulminante in guerra.
Ma qual già mosse alla fatale Impresa?
Voi, coll'ardor d'amabili preghiere,
Ardor cresceste al suo fiammante zelo:
Voi nel Regale Albergo
La spada gli cingeste e 'l duro usbergo:
E 'l Figlio istesso, il giovinetto Figlio,
Compagno nella gloria e nel periglio,
Seco mandaste a disfidar la Morte,
Alto dicendo: “O forte
Mio Sposo e Re, per sua difesa e scampo
La Fe' ti chiama. Or va' suo Duce in Campo,
Per lei combatti; Io qui ti cedo a lei.
Né temo io no: già vincitor tu sei.”
Vinse; e vincemmo, sol per Voi felici:
Felici e riverenti
Or vi sacriamo armonici concenti
E odorata Corona
De i Fiori d'Elicona.
Scarso è 'l tributo a sì gran merto egregio:
Ma sue corone il Ciel gli serba, e quelle
Saran zafiri e stelle.