38 (329)
“Spieghiamo i vanni”, io dissi all'Alma un giorno;
E perché a nobil cuore ardir non manca,
Verso le Stelle un forte volo alzai.
Le nubi e i venti mi si fero intorno,
Dicendo: “E chi ti dà piuma sì franca?”;
Io non risposi, e più alto volai.
Non lunge al Sol passai,
E tanto affaticai l'aure superne
Con mie gran' penne eterne,
Che 'l Sol tornò a parer sotto al mio piede
Picciol, qual sembra a chi da terra il vede.
Giunsi ove i Fati han sede, e di quel Fato
Già non cercai, che mi fa guerra tanto
Ch'a un nimico il veder l'altro dispiace.
Vidi il destin d'Italia egro e turbato,
Che s'ascondea, ma 'l riconobbi al pianto,
E al basso ciglio, e al gridar: “Pace, e pace”.
Indi partii, ché audace
Più alto ir volle il cuore. Oh quanto Polo
Io superai col volo!
Tutte le fisse e le non fisse ruote
Scorsi, e dissi fra me: “Siegua chi puote”.
Alfin pervenni a un altro Ciel, cred'io
Decimo Cielo, ove sedeano in trono
I Numi, e là fermaimi in mezzo a loro.
Giove, perch'ei rifulse al nascer mio,
Primo mi riconobbe, e diemmi in dono
Una ghirlanda d'immortale alloro.
Tutto de' Numi il Coro
Lieto m'accolse, e 'l buon Mercurio, e Marte,
Talché vidi in disparte
Su i miei novelli onori andar pensosa
La grande Ombra di Pindaro famosa.
Stava in seggio di luce il biondo Apollo,
Col dolce armonioso ebano al fianco,
E 'l volto pien de' raggi di sua stella.
Candida spoglia li pendea dal collo
D'un pasciuto in Anfriso Agnellin bianco:
Tanto, anche in Cielo, Arcadia nostra è bella.
Ei mi chiedea novella:
“Che fan l'alto Fenicio e 'l gran Crateo?”
Indi un bel don mi feo
Di un'aurea cetra, ed io la serbo appesa,
Forse a tempo miglior, per grande impresa.
E vidi poi Ciprigna, e seco Amore,
Che tutta nel sembiante avea la Madre,
Com'ella ne' bei lumi il Figlio avea.
La Diva ahi mi rapia col guardo il core,
Che a un volger delle due luci leggiadre
Ben vidi esser in Ciel, s'io nol sapea.
“Fido Garzon”, dicea,
Battendomi in sul braccio lieve lieve
La bella man di neve,
(Oh bella mano, oh graziosa bocca,
Ch'anco più della mano il cor mi tocca!)
“Mirami, e lieto in me vedrai mirando
Quella ch'in terra io ti darò per Nume,
Che ben me stessa e null'altra somiglia.”
Godendo io la mirava, e in un penando,
Ché non soffrian mie luci un tanto lume;
Pur lo stupor reggeami alto le ciglia.
Oh quanta meraviglia
Piovea dal Sol de' begli occhi sereno!
Quanta dal vago seno,
Che dolce si ritira, e dolce inonda,
E i bei del respirar moti seconda!
“Prendi”, poi disse, e un nastro al sen si tolse:
“Questo adorni tua Cetra, e fia che inspire
Grazie al tuo canto lusinghiere e nuove”;
Ma nel toglier del nastro il vel si sciolse,
E scoprio quelle due ch'io non vo' dire,
Quelle per cui Vulcano ha più che Giove.
Oh non più visti altrove
Splendori, e pur passai sì presso al Sole!
Oh dolci auree parole!
Deh perché tacque, e ricompose il velo:
Ché 'l Ciel restava in me, non ch'io nel Cielo!
Taccio o ridico quel che poi mi avvenne?
Pareami esser già fatto un degli Dei,
Ché ognun crede a que' sogni ov'è diletto,
Quando una Dea contro di me sen venne.
O Furia o Dea: Fortuna era costei,
Ch'ambe le mani m'avventò nel petto,
E dal bel loco eletto,
Senza parlar, mi rovesciò confuso.
Caddi, e cadendo in giuso,
Delle nubi e de' venti udii gli scherni:
“Date loco all'Augel da i vanni eterni.”
Canzon, dimmi che giova
Aver l'ali a gran volo, e aver dall'Etra
Dono di lauro e cetra,
Se Fortuna mi scaccia, e mi fa guerra,
E co i doni del Cielo io giaccio in terra.