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Musa, qual mai meravigliosa e nuova
Virtude il cuor m'accende, e qual rinfranca
Ardore il corso del già stanco ingegno?
Ben so per lunga prova
Ch'ei corte ha l'ali e 'l tuo favor gli manca,
E che tropp'alto è della gloria il segno.
Ma tal CLEMENTE il grande,
Or che di Lui ragiono,
Divina luce in me riflette e spande,
Che già maggior di me medesmo io sono.
Certo indarno oserebbe alta e spedita
Voce narrar suoi pregi a parte a parte,
Onde la terra e il Vaticano onora,
Se quel, ch'ora ne invita
Nobil soggetto ad eternarlo in carte,
Forza non desse al nostro canto ancora.
Tal del Sole il fecondo
Vigor mal noto a noi
Fora, se non che, mentre alluma il Mondo,
Fa che il veggiam ne' chiari effetti suoi.
Bello il veder concordi, oltre l'usanza,
Del gran CLEMENTE sull'augusta fronte
Sedersi amore e maestade insieme;
Quinci nascer speranza,
Che a' giusti è sempre di bell'opre il fonte,
Quindi timor, che il cuor degli empj preme;
E giustizia e pietade
Veder come il circondi,
E innanzi a lor magnanima umiltade,
Santa umiltà, che il tutto poi nascondi.
Io penso, se a Lui mai fosse ben noto
L'incredibile al Mondo unico merto,
Qual nel modesto cuor vien ch'ella il cele,
Ei tosto al comun voto
Ceduto avria, né di sua gloria incerto
Fra' nostri applausi spargeria querele,
Ma dir con nobil vanto
Potria dal sacro trono:
"Quest'aureo serto e questo regio ammanto
È scarso a mia virtù premio, non dono."
Deh perché forza or io non ho, che velo
Sì denso vaglia a disgombrar? ma segua,
Segua a coprir suoi chiari pregi interni:
Ché, qual traspare in Cielo
Più bel fra nubi il Sole, e le dilegua
Col vivo lume de' suoi raggi eterni,
Tosto vedrem lor farsi,
Per l'ampio stuolo e folto
Di sue grand'opre, a noi palesi e starsi
Il Mondo tutto allo splendor rivolto.
E già ver' Lui dolente Europa, e oppressa
D'alte cure guerriere, alza le ciglia,
Come a sua speme e suo conforto solo.
L'Infedeltade istessa,
Chi 'l crederia, qual reverente figlia,
Veggo fin dal gelato ultimo Polo
In lui fissar lo sguardo
E, il velenoso in prima,
In bell'uso miglior cangiar suo dardo,
Onde le glorie di CLEMENTE imprima.
Oh quanto, oh quanto al tuo splendor primiero
Nuovo splendore accresci e nuovi fregi,
Gran Donna di Cittadi, eccelsa Roma!
Poiché ha di te l'impero
Sì gran Pastore, e i suoi bei fatti egregj
Vedi e sì rari in non canuta chioma.
Ben mille volte e mille
Per me felice il giorno,
Che alle sacre del Tebro onde tranquille
Rivolsi il piede e feci in te soggiorno.
Or so la bella omai sperar dell'oro
Antica etade, e all'onorate imprese
Per Lui so qual sentiero ampio conduce.
So qual traggon ristoro
Le Muse allo spirar d'aura cortese
E al dolce influsso di propizia luce.
E so pur quanta e quale
Per Lui virtude in terra
Alberga, e so com'uom farsi immortale
E mover puote incontro al tempo guerra.
Troppo alto mar tentasti,
Canzon, con debil legno; omai più cauta
Le vele abbassa, e il grande ardir ti basti.