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Dappoi che per tant'anni in mar di sangue
Andò naufrago il Mondo, e incontra urtar'se
Per la gran piena ampie Provincie e Regni,
Alfin (ché mai non langue
Pietà nel divin petto), alfine apparse
Iri di Pace, e serenò gli sdegni.
Ecco in usi più degni
Cangiato il crudo ancor fumante acciaro,
Che nell'atro ed amaro
Lago temprò di morte ira e furore.
Già in placido soggiorno
Siedono i figli intorno
Al lieto Padre, e con lor siede Amore,
E già sicura Cerere ritorna,
E di spiche dorate il crin si adorna.
Ma chi sospese il fier diluvio, e il varco
Chiuse a nuove ruine? e chi sì crudi
Nembi disperse, e i lieti dì ne addusse?
Chi spezzò l'armi, e l'arco
Micidiale infranse, e i forti scudi
Diè in preda al fuoco e in cenere ridusse?
La man, che li distrusse,
Mortal non è, qual pensa il volgo; alzate
Gli occhi, o Genti, e mirate:
Dio fu, che il fece; opre di Dio son queste,
Al cui volere immote
Stan le celesti rote,
Né fiato ha l'aquilon, né il mar tempeste;
Di Dio, che di prodigj empie la terra,
In un togliendo co i Guerrier' la guerra.
Ei fu, che l'intricato e pien di risse
Lungo ordito recise; ei, che i discordi
Voler' de i Regi in un voler compose;
Ei, che il gran dì prefisse
Al comune riposo, e che concordi
Mosse i consigli e i consiglier' dispose.
Or se non più dogliose,
Italia mia, forti Cittadi e mille
Ben popolate ville
Giacer veggiam di povertade in seno,
Se non più legni arditi
Funestano i tuoi liti,
Né di rapine è il nostro mar ripieno,
S'ascriva a lui, che il fren di nostra sorte
Governa, ed in sua mano ha vita e morte.
O se fin dove eterna cura ha il soglio
Sull'ali d'umiltà, che tutto impetra,
Giunger puote uman priego e al Ciel far forza,
Oda questo, a cui soglio
Tornar sovente, e di mia bassa cetra
Non sdegni i voti, che pietà rinforza.
O tu l'incendio ammorza
Del mio desire, e il desir sol ti basti,
Signore, o pur di vasti
Tesori fammi e di grand'oro erede.
Ben so che questi frali
Beni non son che mali,
E posseduto è men chi men possiede;
Ma so che dal fin l'opra il pregio prende,
E buono è il don, se al donator si rende.
Tanto non chieggio io già, perché fortuna
Regal co i raggi suoi m'abbagli, e il petto
Cura mi punga ambiziosa avara.
Povera e fatal cuna
M'accolse, e sempre con irato aspetto
Guardommi il Ciel; pur povertà m'è cara.
Né perché io voglia in chiara
Fama salire, ergendo a i gran' Monarchi
Aurei teatri ed archi,
E de' lor nomi ornar moli e trofei.
Per più sublime impresa
Sentomi l'alma accesa,
E Dio solo han per segno i pensier' miei,
Ché ciò, che non è lui, dispregio, ed amo
Lui solo, e sola or la sua gloria io bramo.
Bramo, su quanti campi un tempo audace
Corse Marte, ed impresse orribili orme
Di Cristian sangue, e seminò già scempj,
Al gran Dio della Pace
Di preziose gemme e in varie forme
Alzar superbi e maestosi Tempj,
Talché i trascorsi tempi
Abbianne invidia, e d'agguagliarli invano
Tenti l'emula mano
Della futura stupefatta etade,
E quei, che morte e lutto
Ingombrò, piani e tutto
L'aer, pien di vendetta e feritade,
Purgar col grato odor d'Arabi incensi
E più col suon di lieti voti immensi.
Ma non son meco i carmi? ed estro ed arte
Dunque io non ho, che con sì van desio
Compensar voglio alto favor divino?
Quante, misero, ho sparte
Rime finor per saettar l'obblio,
Vago di menzognero onor meschino?
Ed or che il bel Latino
Suolo e l'Ibero e il Franco e quel, che l'onda
Dell'Ocean circonda,
Pace, dono del Ciel, tranquilla gode,
Io soffrirò che muto
Stiasi il labbro e tributo
Pur neghi al Ciel d'ossequiosa lode?
Ah no, Signor, sovra le gemme e l'oro
Hanno i versi sovente il pregio loro.
Non mole a te di ricchi eletti marmi
Dell'Eritreo sulle famose sponde
Il prodigioso Condottiere offerse,
Ma con giulivi carmi:
"Cantiam", dicea, "l'alto Signor, che l'onde
Divise e nuovo a noi sentiero aperse.
Cantiam lui, che sommerse,
Qual piombo, al mover sol di debil verga,
Quanti l'Egitto alberga
Arme e Cavalli e Cavalieri e Fanti."
Così dell'empia gente
Al vincitor possente
Sciolse Betulia inni festosi e canti,
Quando alle mura del reciso e crudo
Teschio l'invitta Donna e a sé fé scudo.
A te dunque, gran Dio, che i lunghi affanni
Del Cristian Mondo e il pianto suo consoli,
Mi vòlgo, e il lieto stil consacro e dono.
Deh per tua gloria i vanni
Tu gli raddoppia, onde immortal ne voli
E pace porti ovunque giunga il suono.
Quanto di te ragiono
Odalo e terra e mare, e il desiato
Tuo dono in ogni lato
Imprimi sì, che nulla etade il taccia.
Ma l'atro nuvol fiero,
Che il grande augusto Impero
E il Sarmatico suolo ancor minaccia,
Fuga, struggi, disperdi, e omai si veggia
Tutta gioir col suo Pastor la Greggia.