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O giovanette accorte,
ch' ovunque gl' occhi vaghi rivolgete
fate le cose liete,
e date vita e morte
in vece del destino e de la sorte,
a voi dico, ch' a sdegno
avendo di seguir la casta Diva,
come chi volge a riva
più sicura il suo legno,
poneste il piè ne l' arenoso regno,
e de l' alma d' Amore
madre fatte divote e fide ancelle,
a le chiare fiammelle
del suo vivace ardore
apriste il molle e dilicato core,
poi che cotanto grate
le vostre voci sono a questa Dea,
meco di Citerea
altamente cantate
la virtute infinita e la beltate;
voi, augelletti, intanto,
che saltando ad ognor di ramo in ramo
gridate “Io amo, io amo”,
silenzio al nostro pianto
dolce ponete almen mentre ch' io canto.
O Dea, che col fecondo
tuo raggio rassereni il ciel turbato,
acqueti il mare irato
e fai lieto e giocondo
co' tuoi begli occhi in ogni parte il mondo,
il cui benigno aspetto
toglie l' arme di man, l' orgoglio acqueta
d' ogni fiero pianete,
che con dolce diletto
produce poscia in noi felice effetto,
la cui lucente stella
al tramontar del sol mostra il suo lume
con eterno costume,
indi candida e bella
dal lucido oriente il giorno appella,
senza la cui virtute
fora la stagion lieta orrido verno,
la terra oscuro inferno,
la pace e la salute
ad ognora per noi sarian perdute,
gli arbori senza fronde
forano, il monte senza gemme et oro,
il mar senza tesoro,
aride avria le sponde
il fiumicello e senza pesci l' onde,
mentre Donna e Regina
del terzo Ciel, che 'l tuo valor corregge
con amorosa legge,
ti spazii, i lumi inchina
al paese che l' Alpe e la marina
cinge intorno et abbraccia,
a questo già felice almo paese
che del suo imperio estese
le valorose braccia
dove arde il Cane e dove l' Orsa agghiaccia:
che vedrai l' ampie strade
tinte del nostro e peregrino sangue,
sì ch' ogni erbetta langue,
e tronca da le spade
ogni gioia d' Italia in terra cade;
vedrai l' Adda e 'l Tesino,
che trasparente e più d' un' ambra puro
altero iva e sicuro,
or gir col capo chino
e con l' onde turbate al suo camino;
vedrai la Secchia e 'l Taro
timidi ancor dal gorgo alzar la testa,
per mirar la tempesta
che senza alcun riparo
l' Arno, l' Arbia e 'l Mugnon sforza di paro;
e d' alte vele pieno,
che dipredando van di piaggia in piaggia
quasi veltro in selvaggia
parte le fiere, il seno
del gran mar di Liguria e del Tirreno,
tal che teme Sebeto
e Partenope bella il suo periglio,
e con turbato ciglio
nel luogo più secreto
l' abito pongon giù purpureo e lieto;
vedrai che 'n ogni parte
de l' infelice Italia, in ogni loco,
e col ferro e col foco
va il furibondo Marte,
sì che di tronche membra e fiamme sparte
ogni riva, ogni colle,
ogni selva, ogni valle, ogni campagna,
carca et arsa si lagna,
e col volto ognor molle
le voci del suo duolo al Cielo estolle.
Tu, Dea, del lor cordoglio
fatta pietosa, omai porgi la mano,
et al tuo amante insano
togli l' ira e l' orgoglio,
ché benché crudo e più duro che scoglio
egli abbia il cor, tu il puoi
sola pietoso far, tu sola umile;
apri, Dea, la gentile
bocc' ove i piacer suoi
tutti ripone, e co' be' detti tuoi
a te il richiama, e dona
pace a l' Italia misera, infelice,
che sua liberatrice
ogni gentil persona
ti chiamerà ad ognor, e una corona
ti sacrerà di rose
bianche e vermiglie ogn' anno e di viole,
colte al sorger del sole
da le mani amorose
di giovanette belle, e con festose
voci ti loderanno
per la più bella Dea che 'l Cielo onori,
e tutti gl' altri onori
il primo die de l' anno
a l' imagine tua grati faranno.